- Per l’agenzia «il 90-95% dei manifestanti ha agito senza regia». Smontata la teoria della sinistra sulla lunga mano del tycoon.
- La Corte Suprema rimette in vigore la norma che impone ai richiedenti asilo di aspettare l’esito della domanda in Messico. È la legge di The Donald che i dem volevano affossare.
Lo speciale contiene due articoli.
No: lo scorso 6 gennaio a Washington non si è consumato un tentativo di golpe. A giungere a questa conclusione è stato l’Fbi che, come rivelato da Reuters, «ha reperito scarse prove» del fatto che l’irruzione in Campidoglio fosse «il risultato di un complotto organizzato per ribaltare il risultato delle elezioni presidenziali». In particolare, l’agenzia di stampa ha riportato che «l’Fbi a questo punto ritiene che la violenza non sia stata coordinata centralmente da gruppi di estrema destra o da importanti sostenitori dell’allora presidente Donald Trump». Certo: il Bureau ha scoperto che ci fossero alcune cellule estremiste che puntavano a irrompere nell’edificio. Tuttavia i federali «non hanno trovato prove che i gruppi avessero piani seri su cosa fare, se fossero riusciti a entrare», inoltre «dal 90 al 95 per cento di questi casi sono stati una tantum, non organizzati». In tutto questo, ha aggiunto Reuters, «l’Fbi finora non ha rinvenuto alcuna prova che lui [Trump] o le persone direttamente intorno a lui fossero coinvolte nell’organizzazione della violenza».
Secondo fonti del Partito democratico, i parlamentari statunitensi sarebbero già stati informati di queste conclusioni investigative e le riterrebbero «credibili».
Tra l’altro, sempre Reuters riportò a giugno che, delle centinaia di soggetti arrestati a seguito dell’irruzione, nessuno fosse stato accusato – almeno sino ad allora – di «cospirazione sediziosa»: reato che, secondo il codice degli Stati Uniti, implica il tentativo di «rovesciare, abbattere o distruggere con la forza il governo degli Stati Uniti, o di muovere guerra contro di esso, o opporsi con la forza alla sua autorità, o di usare la forza per impedire, ostacolare o ritardare l’esecuzione di qualsiasi legge degli Stati Uniti».
Chiariamolo subito: nessuno qui mette in dubbio che i fatti del Campidoglio siano stati decisamente gravi. Né si vuole negare che Trump abbia commesso un marchiano errore politico nel tenere quel suo acceso comizio lo scorso 6 gennaio. Detto questo, quanto stabilito dagli agenti federali smonta la retorica dell’«insurrezione» che, con troppa faciloneria, è stata in questi mesi cavalcata da mass media e politici: «Trump è un golpista», tuonò per esempio Enrico Letta. Un’accusa che oggi sappiamo essere infondata, ma che ha comunque funzionato da base giuridica per il secondo processo di impeachment a cui Trump fu sottoposto. Ricordiamo infatti che, nella risoluzione per avviare il procedimento di messa in stato d’accusa, i deputati dem citarono il quattordicesimo emendamento, il quale vieta di ricoprire cariche pubbliche a chi abbia «intrapreso un’insurrezione o una ribellione» contro gli Stati Uniti. Fu quindi partendo da tali premesse che venne approvato come unico capo di imputazione quello di «incitamento all’insurrezione». Eppure, come abbiamo visto, le recenti conclusioni dell’Fbi hanno escluso che si sia verificato un complotto coordinato contro le istituzioni americane (un’insurrezione, per l’appunto), sostenendo invece che abbia avuto luogo un’irruzione disordinata e senza alcun progetto definito. Un evento deprecabile, sia chiaro. Ma non certo equiparabile alla presa del Palazzo d’Inverno.
C’è quindi da chiedersi se, prima di intentare processi di impeachment e istituire commissioni d’inchiesta, non fosse (e non sia ancora) necessario aspettare che le indagini del Bureau facessero (e facciano) il loro corso. Anche perché l’incontenibile fretta mostrata dai dem è «vagamente» sospetta di politicizzazione. Non hanno allora forse avuto tutti i torti i senatori repubblicani a boicottare, lo scorso maggio, la creazione della commissione nazionale invocata dall’asinello. Del resto, andrebbe ricordato che la commissione d’inchiesta sugli attentati dell’11 settembre 2001 (il cui modello si voleva ricalcare) venne istituita soltanto il 27 novembre 2002: oltre un anno dopo, cioè, lo svolgimento degli attacchi. In tal senso, una commissione bipartisan sul 6 gennaio dovrebbe semmai essere istituita rispettando varie condizioni. Primo: attendere che le indagini dell’Fbi facciano pienamente il loro corso. Secondo: aspettare un clima politico più sereno che eviti delle strumentalizzazioni.
Strumentalizzazioni che la Speaker della Camera, Nancy Pelosi, non sembra tuttavia intenzionata ad evitare. Quest’ultima ha infatti istituito a fine giugno una commissione parlamentare sui fatti del Campidoglio e ha successivamente posto il veto su due dei componenti repubblicani nominati dal capogruppo della minoranza, Kevin McCarthy. Un McCarthy che ha quindi polemicamente ritirato la sua delegazione. Risultato: la commissione è attualmente costituita da sette dem e due repubblicani (apertamente anti-trumpisti). Nove componenti, tutti nominati dalla stessa Pelosi. E dire che, davanti a un evento grave come l’irruzione del 6 gennaio, servirebbe un approccio autenticamente bipartisan: un approccio che, partendo dalle indagini dei federali, faccia luce sui tanti punti oscuri di quel giorno (a cominciare dalle scandalose falle nella sicurezza).
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