Se non sei più gay scatta la censura. Anche al cinema e in televisione dominano i colori dell’arcobaleno
  • Film e serie per adulti e adolescenti glorificano fecondazione eterologa, travestitismo e sesso libero. I genitori che si oppongono sono dipinti come bigotti e fascisti. Disney si adegua: presto arriverà «Four dads».
  • A Luca Di Tolve e Nausica Della Valle vengono negate sale convegni in ogni città La loro testimonianza: «Pensavamo di essere omosessuali ma siamo cambiati».

Lo speciale contiene due articoli

Sui social circola una vignetta: ci sono l’immagine di un fumetto giapponese, l’immagine di un cartone animato e «l’adattamento Netflix» che regolarmente rivisita l’originale in chiave gay friendly. Al Web non è sfuggita la monomania della società d’intrattenimento americana per le tematiche Lgbt. Sul portale di serie e film arcobaleno se ne trovano un’infinità. Tra le più recenti c’è Pose, diretta da Ryan Murphy e ambientata nel mondo del balletto newyorkese degli anni Ottanta. Un profluvio di combinazioni politicamente corrette che Vanity Fair non ha mancato di celebrare: «Il cuore pulsante» della serie «sono appunto i saloni leggendari dove gay afroamericani, ispanici e donne transgender potevano esprimersi liberamente». Protagonista della serie, non a caso, è una trans.

Da poco è uscita su Netflix anche Sex education, serie comica britannica che prende di petto il rapporto tra gli adolescenti e il sesso. Il risultato è una collezione di luoghi comuni conditi da qualche oscenità, con la classica figura del ragazzino sfigato e sensibile che dispensa consigli sessuali a tutte le coppiette pur essendo decisamente impacciato negli approcci. Una specie di don Matteo in salsa Lgbt, che come migliore amico ha un nero omosessuale (due «minoranze» in una, così si fa economia dei personaggi), che ama travestirsi da donna e viene regolarmente bullizzato da un gradasso, il quale, a sua volta, non è altro che un gay represso.

Il focus sul mondo dei giovani è una costante dell’azienda statunitense, che pochi mesi fa aveva lanciato Super Drags, una serie animata con protagoniste (o protagonisti?) tre eroine drag queen impegnate a difendere la comunità Lgbt brasiliana. Un velato richiamo ai deplorabili sostenitori di Jair Bolsonaro? Fatto sta che, dopo le proteste della Società brasiliana di pediatria, Netflix è stata costretta ad applicare un divieto di visione per gli under 16 (in Italia, la serie è vietata ai minori di 14 anni).

Lo scorso anno, intanto, si era chiusa la seconda e ultima stagione di Sense8, serie di fantascienza in cui recita Jamie Clayton, attrice transgender che nella pellicola interpreta Nomi Marks, blogger e attivista trans fidanzata con una donna. La sua prima apparizione è alquanto esplicita: scena di sesso (che a questo punto non sapremmo nemmeno se definire propriamente saffico) con primo piano su un fallo di plastica (color arcobaleno, ovviamente) da cui gronda il lubrificante.

Sempre alla ricerca di produzioni a sfondo Lgbt, Netflix si era contesa con Annapruna pictures, Amazon studios e Focus features i diritti per Boy erased. Vite cancellate. Alla fine, l’ha spuntata l’ultima delle tre case di produzione. Il film, presentato alla Festa del cinema di Roma del 2018, sarà nelle sale dal 14 marzo. È ispirato alla vera storia di Garrard Conley, da lui stesso raccontata in un libro autobiografico. Si tratta delle vicissitudini di un diciannovenne dell’Arkansas (uno Stato che, per la narrazione progressista, è il simbolo dell’oscurantismo e del fanatismo religioso), il quale, dopo aver fatto coming out con i genitori, viene costretto a sottoporsi a una terapia di «conversione» dall’omosessualità. Alla fine, a salvare il giovane dal baratro è il trasferimento nella liberalissima New York, dove il ragazzo scrive un articolo di denuncia sugli orrori della terapia subita, convincendo persino suo padre, un pastore battista, a rivedere le sue convinzioni omofobe.

Su Fox, invece, lo scorso dicembre è sbarcata una serie inglese, Butterfly, che affronta direttamente la questione dei bambini transgender. Il protagonista della fiction britannica è Max, un ragazzino che sogna di diventare femmina. Aspirazione che mette in crisi il matrimonio dei suoi genitori, con il classico padre omofobo che assesta al figlio, il quale si diletta con trucchi e travestimenti, un fascistissimo schiaffone. Dopo la sofferta separazione dei genitori, Max/Maxine deve fingersi un vero maschietto con il papà, mentre in casa la mamma gli consente di fare «le cose da femmina che fuori» non si possono fare. Perché la società è ancora troppo retrograda per accettare quelli come lui. Anche se, a ben guardare, nel Regno Unito c’è addirittura una clinica che propone trattamenti per il cambio di sesso ai ragazzini a spese del servizio sanitario nazionale.

Forse, agli attivisti Lgbt non basta; forse, affinché siano soddisfatti, la fluidità di genere deve diventare una specie di filosofia ufficiale, una nuova religione di Stato.

Nel nostro Paese, il 2019 è l’anno di Mamma più mamma, pellicola diretta da Karole Di Tommaso, con Linda Caridi e Maria Roveran, distribuita nelle sale il 14 febbraio, il giorno di San Valentino. «Love is love». E l’amore celebrato dal film è quello tra due donne, Karole e Alessia, che si sono sposate a Roma e vivono con il figlio Leon, nato grazie alla procreazione assistita. Gli ingredienti per il pastone «omoconformista» ci sono tutti: genitore 1 e genitore 2, le due mamme piene di buon cuore, la famiglia da «Mulino arcobaleno», la tecnica fecondativa messa al servizio di desideri e capricci degli adulti, la «fiaba d’amore contemporanea e universale, la vera storia di un desiderio di maternità che si fa avanti nel turbine di domande quotidiane». Un’alchimia che deve funzionare per forza, perché, come pretendono gli aedi del pensiero unico, «basta che ci sia l’amore».

In tema di genitori omosessuali, da poco è uscito anche Croce e delizia, con Alessandro Gassman e Fabrizio Bentivoglio. Stavolta, i due gay sono ex etero, con tanto di famiglie al seguito, che all’improvviso annunciano di volersi sposare. Ciò induce i loro figli a mettere in atto una serie di tentativi disperati per mandare a monte l’unione. Il figlio dell’indimenticabile Vittorio ha chiosato così sul profondo senso della pellicola: «È un film sull’accettazione e ce n’è piuttosto bisogno nella società di oggi». Già. Nell’era dei «nuovi barbari», mentre la classe media rischia di scomparire, fagocitata dalla depressione economica e dalla grande retromarcia dei diritti sociali, la priorità è chiaramente spiegare al pubblico che «gay è ok». Anche se di mezzo ci sono mogli, figli. Anzi, gay è meglio: vuoi mettere quanta civiltà c’è nel concetto di due papà innamorati…

La carrellata potrebbe continuare a lungo. E come dimostra il progetto di Four dads, serie Disney con protagonisti gay che dovrebbe uscire il prossimo autunno, sono soprattutto i giovanissimi a essere i bersagli della propaganda Lgbt. Bombardati da fiction e film che rappresentano un mondo parallelo, dove regna la fluidità di genere e dove omosessuali e transgender sono da un lato martiri dell’omofobia, e dall’altro eroici testimoni di libertà. Per parafrasare una nota canzone di Giorgio Gaber: qualcuno guardava Carosello

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