Non appena la si evoca, le anime belle di ogni ordine e grado si scatenano. Eppure la sostituzione etnica è una realtà difficilmente negabile. E a certificarlo non è un pericoloso sovranista o il teorico della remigrazione Martin Sellner a cui è stato da poco interdetto l’ingresso in Francia benché non sia un criminale. A definire la realtà della sostituzione è uno studioso autorevole e stimato, difficilmente inquadrabile nell’universo della destra. Anzi, a dirla tutta lo statistico Roberto Volpi ha una posizione che differisce da quelle solitamente espresse dai patrioti europei.
Nel libro Cronache dalla «sostituzione etnica», in uscita il 13 novembre per Lindau, egli sostiene che la sostituzione si possa, anzi si debba, in qualche modo gestire e governare. E che sia, a fronte della drammatica denatalità italiana, non solo un dato innegabile (benché da immaginarsi sul lungo periodo), ma pure un evento inevitabile.
Dato che non si fanno più figli – questa è la sua tesi grossolanamente sintetizzata – gli stranieri in ingresso colmano un vuoto. Il punto, semmai, è tentare di gestire ciò che ne deriva.
La denatalità e le condizioni della sostituzione
Intanto, però, dobbiamo constatare che l’evidenza c’è. Anche solo per accennare «alla questione della sostituzione etnica in una specifica popolazione strutturata in secoli se non in millenni di storia (e strutturata, non si dimentichi, anche in base a più o meno estese e approfondite sostituzioni etniche che sono il portato di guerre, invasioni e migrazioni) occorre intanto che si verifichi una precondizione, in mancanza della quale ogni discorso di sostituzione etnica appare eccessivo se non proprio fuori luogo già dall’inizio», spiega Volpi.
«Occorre cioè che quella specifica popolazione non sia più bastante a sé stessa, che non sia più capace di assicurare a sé stessa una prospettiva di futuro che non sia nel segno della perdita: di abitanti, di fecondità, di vitalità riproduttiva, produttiva e creativa. Demograficamente parlando, ciò succede quando in modo sistematico lo scompenso tra nascite e morti a sfavore delle prime si aggrava nel tempo senza lasciare sperare che possa essere corretto e attutito in modo significativo da alcuna politica natalista, tradizionale o innovativa che sia. Quando ciò succede, finiscono per crearsi dei vuoti nella popolazione, che comincia a declinare non solo quantitativamente ma anche qualitativamente. Un livello troppo basso di nascite in rapporto alle morti, quando si prolunga nel tempo, non comporta, infatti, soltanto la perdita di abitanti di una popolazione – perdita quantitativa – ma anche: a) una sempre minore immissione nella popolazione di bambini e ragazzi, che rappresentano la spina dorsale della popolazione futura; b) una progressiva riduzione degli adulti delle classi di età di maggiore vitalità e potenzialità riproduttiva; c) un grado di invecchiamento della popolazione progressivamente crescente. Tutti caratteri che certificano una perdita di qualità della popolazione e, con essa, rischi crescenti di declino del Paese che a quella popolazione corrisponde».
Ebbene, l’Italia di oggi tutte queste caratteristiche le presenta eccome.
Il crollo della popolazione femminile feconda
«Particolarmente decisiva si rivela ai fini del nostro discorso sulla sostituzione etnica la contrazione della popolazione femminile in età feconda (15-49 anni), perché è su questo importantissimo segmento della popolazione che si fonda il potenziale delle nascite di una popolazione e di un Paese; un potenziale che, almeno in via teorica, è tanto più alto quanto più grande è quel segmento e, viceversa, tanto più esiguo quanto più questo è piccolo», continua Volpi.
«Se, a seguito di un regime prolungato di bassa natalità che si trascina, com’è per l’Italia, da decenni, il numero di donne in età feconda non fa che ridursi, si arriverà a un punto tale che, se pure le donne che rientrano in quel segmento fanno, per il combinarsi di condizioni favorevoli (innalzamento dei livelli di reddito individuale e famigliare, maggiore qualificazione e diversificazione delle politiche di sostegno alla maternità e all’infanzia, miglioramento delle speranze e delle prospettive dei singoli e della società), qualche figlio in più, ciò non basterà a far sì che il numero delle nascite inverta la sua traiettoria discendente, dal momento che quelle donne sono comunque troppo poche per alimentare un flusso di nascite adeguato. La sostituzione etnica può aversi dunque se si è in presenza di questa precondizione: la grave e crescente incapacità della natalità di un Paese di entrare in un equilibrio sostenibile con i livelli di mortalità di quel Paese, cosicché le morti sopravanzano le nascite sempre più nettamente».
Il ruolo dei flussi migratori
C’è tuttavia un altro elemento da considerare. Le succitate precondizioni da sole non bastano a far parlare di sostituzione.
«Affinché possa concretamente innestarsi un processo attivo di sostituzione della popolazione autoctona c’è bisogno di una seconda e altrettanto importante precondizione: la presenza di flussi di migranti tali da rappresentare un lenitivo importante dello scompenso tra nascite e morti, una sorta di ancora di salvataggio che impedisce a quello scompenso di trascinare a fondo la popolazione in una catena inarrestabile di perdita di abitanti e di vitalità riproduttiva».
Anche da questo punto di vista, l’Italia soddisfa i criteri: di immigrati continuiamo ad attrarne un bel po’. In buona sostanza, le condizioni per la sostituzione etnica ci sono eccome, anche se i più continuano a sostenere che si tratti soltanto di paranoie destrorse.
Il nodo dell’immigrazione musulmana
Come si diceva, però, Volpi è ottimista. Per lui la sostituzione è non solo concreta ma, in fondo, in qualche modo utile se governata. Lo studioso, però, riconosce l’esistenza di un ostacolo o quanto meno di una complicazione: la presenza di musulmani. Riguardo ai quali parlare di integrazione o assimilazione diviene particolarmente complicato.
«Gli stranieri musulmani residenti in Italia aumentano proporzionalmente più: a) del totale degli stranieri residenti; b) degli stranieri delle altre religioni», spiega Volpi.
«Oggi sono stimati in poco più di 1,7 milioni, pari al 31% del totale degli stranieri legalmente residenti in Italia: più dei cristiani ortodossi – di provenienza quasi esclusiva dall’Europa dell’Est –, poco meno di 1,6 milioni, pari al 28,6%, e dei cattolici, poco più di 900.000, pari al 16,5%. Un altro 14,4% del totale degli stranieri residenti legalmente in Italia appartiene al complesso delle altre religioni, mentre il 9,4% non appartiene ad alcuna fede religiosa. Più marcata ancora di quanto non sia tra gli stranieri con residenza legale in Italia è però l’incidenza di stranieri musulmani tra quanti hanno acquisito la cittadinanza italiana nel periodo 2012-2024. Su questa base, nel totale dei 2,6 milioni di acquisizioni di cittadinanza italiana l’incidenza di immigrati musulmani può essere stimata tra un minimo del 39% e un massimo attorno al 50%. Il massimo si ottiene considerando come musulmani il 100% degli immigrati che hanno ottenuto la cittadinanza italiana e provengono da Bangladesh, Pakistan, Egitto, Ghana, Marocco, Senegal, Tunisia e Nigeria (anche se in questo Paese c’è una forte componente cattolica) e il 50% di quelli provenienti dall’Albania e dal Kosovo, Paesi ad alta densità di abitanti musulmani».
L’incidenza religiosa e le difficoltà di integrazione
«Alla luce anche di questi dati è in verità facile stimare l’incidenza di immigrati che aderiscono all’islam nella popolazione con potenzialità di sostituzione etnica in Italia in più di un terzo del totale, senza alcun dubbio. Più di tre milioni di musulmani, con tutta probabilità qualcosa come 3,5 milioni, sui 9 milioni della popolazione con potenzialità di sostituzione etnica non rappresentano una posta che si possa liquidare con troppa nonchalance come vorrebbe il pensiero politically correct. E ciò a maggior ragione in quanto, in prospettiva, la proporzione di musulmani è destinata a crescere sia in conseguenza del fatto che l’afflusso migratorio dai Paesi dell’Est Europa, fin qui il più grande bacino dell’immigrazione in Italia, si sta affievolendo, sia in quanto ai Paesi dell’immigrazione musulmana in Italia dell’Africa del Nord si stanno aggiungendo in misura sempre maggiore quelli dell’Africa subsahariana e quelli asiatici (Pakistan, Bangladesh, Indonesia), a grande maggioranza se non totalmente di fede islamica. Questa suddivisione secondo la fede religiosa, è pleonastico aggiungere, ha un peso rilevante nel determinare il carattere della sostituzione etnica in Italia. L’immigrazione di fede islamica, fortemente maschile diversamente dall’immigrazione di fede non islamica ch’è invece a impronta più femminile, presenta anche per questo motivo – la scarsa presenza femminile – maggiori difficoltà in fatto di integrazione nella società italiana».
«Nessuna islamofobia», ma il problema resta
Persino per un moderato come Volpi, dunque, per provare anche solo a gestire la sostituzione «occorre una popolazione di stranieri più femminile e con una minore proporzione di immigrati di fede islamica. Per carità, nessuna islamofobia, ma il fatto che in Italia più di un terzo della popolazione con potenzialità di sostituzione etnica sia di quella religione, e che questa proporzione sia in crescita mentre ci si aspetta una riduzione della proporzione tanto di cristiani ortodossi quanto di cattolici, non dà soltanto luogo a un rapporto squilibrato degli immigrati islamici rispetto a quelli delle altre religioni e di nessuna religione, ma non consente neppure la crescita in senso femminile della popolazione degli immigrati, data la netta prevalenza di immigrati maschi nell’immigrazione di fede islamica».
Per chi scrive la situazione finora descritta non solo non è auspicabile, ma non è nemmeno gestibile. Volpi la vede diversamente, ma poco importa. Quel che conta è fare finalmente chiarezza su un punto: la sostituzione etnica esiste, piaccia o meno ai tifosi del multiculturalismo.
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