L’accelerazione che la tecnologia ha impresso alle vite e ai fatti può rendere il processo della loro comprensione più facile e sicuramente più breve. Stanno accadendo una serie di eventi che hanno tutti lo stesso indiscutibile significato ma che le persone stentano a riconoscere come tale: siamo ormai entrati nella postdemocrazia.
Quella condizione teorizzata da anni, e addirittura invocata quando Donald Trump stava per ottenere il suo secondo mandato, si sta producendo sotto i nostri occhi senza che nessun convinto democratico lo ammetta.
A partire dalla vittoria di Joe Biden in piena pandemia e con il record di tutti i tempi di voto postale e di voti attribuiti a un candidato, tralasciando le palesi irregolarità certificate in Georgia ed evidenziate in altri Stati decisivi, nel mondo sono stati visti verificarsi una serie di eventi relativi alla vita democratica degli Stati per i quali nessun allarme, nessuna stigmatizzazione e ben poche riflessioni sono sorte.
Dalla Romania alla Polonia, cosa sta succedendo in Europa
Volendo concentrarci sull’Europa, recentemente è successo quanto segue: in Romania gli esiti elettorali sono stati annullati ed al vincitore è stato vietato di ricandidarsi, tra gli applausi di ex vertici della Ue che, calatisi nel ruolo dei cattivi di una fiaba, hanno dichiarato che se le elezioni vanno «nel modo sbagliato» ci pensano loro ad aggiustarle; in Ungheria è stata modificata retroattivamente la Costituzione per vietare a Orbán di ricandidarsi, come ci ha graziosamente ricordato recentemente Paolo Gentiloni
In Gran Bretagna Keir Starmer tentò di annullare le elezioni amministrative riuscendo comunque a posticiparle; in Francia il candidato alle presidenziali attualmente favorito sta aspettando la Cassazione per sapere se può correre; in Spagna alcuni parenti del primo ministro ed esponenti del suo partito a lui molto vicini sono indagati per corruzione ma lui no; in Germania da più parti si chiede di mettere fuorilegge il primo partito del Paese; alle presidenziali brasiliane si è appena verificata una serie di impossibilità statistiche e il perdente alle elezioni è dovuto andare in esilio per non essere arrestato; ieri notte in Polonia è stato tentato un colpo di Stato.
L’anomalia che trasforma la vittoria del nemico in una catastrofe da impedire
Si può senza dubbio pensare che sia tutto giusto e che non si tratta altro che di coincidenze, si può senza dubbio stare col potere sempre e comunque, ma non si può non ammettere che tutto ciò rappresenti un’anomalia di sistema.
Un’anomalia che descrive la fine della vita democratica per come è stata delineata nell’Occidente del Dopoguerra e l’approdo alla condizione sociale nella quale la vittoria del nemico cessa di essere un’eventualità possibile e diventa un evento catastrofico da impedire con ogni mezzo. In tale nuovo assetto la frode elettorale cessa di essere trasgressione formale antidemocratica e diventa legittima arma per sopravvivere; non più rottura di un ordine che si presume integro ma la sola operazione ancora disponibile una volta che l’ordine ha rinunciato a presupporre un corpo sociale capace di riconoscimento reciproco.
È come se nel mondo globalizzato – o che tenta di esserlo – esistesse un ordine superiore delle cose che ha già stabilito cosa sia giusto e cosa sbagliato e che la democrazia possa esistere unicamente per ratificare tali giudizi. Il discutibilissimo strumento del voto elettronico, ad esempio, consente oggi di prendere atto che la «correttezza del processo elettorale» e l’accettazione dei risultati non erano coessenziali al processo democratico ma il prodotto di un’omogeneità sociale, demografica e culturale che della vita democratica era la condizione irrinunciabile.
La normalizzazione della «hackerabilità» del processo democratico
Con il venir meno di un tessuto nazionale che funzioni da orizzonte prepolitico il voto non può più essere inteso come espressione di un soggetto collettivo che si riconosce in quanto tale ma diventa sempre e comunque strumento col quale il nemico mortale può minacciare la nostra stessa sopravvivenza.
In Alaska i democratici hanno cercato un pensionato con lo stesso nome del senatore repubblicano uscente e lo hanno candidato come indipendente per indurre l’elettorato in errore. Sono cose sempre successe – anche in Italia esisteva il fenomeno delle «liste civetta» – ma mai a livelli così alti e, soprattutto, mai con il consenso dei vertici nazionali del partito che, anzi, rivendicano l’operazione come necessaria per scongiurare il pericolo della vittoria dell’odiato nemico.
Un’idea come quella di utilizzare un candidato presidente del consiglio finto – un «vecchio partigiano» – fino a pochi anni fa sarebbe stata inconcepibile e controproducente; oggi, in piena postdemocrazia, è apparsa alla sinistra italiana come un modo lecito per aggirare un ostacolo.
Ma se il processo democratico viene normalizzato come «processo hackerabile» non solo si ammette la condizione postdemocratica ma si perde il concetto simbolico di «votazioni» come riconciliazione di dinamiche contrapposte. Ci si dimentica, soprattutto, che la democrazia rappresentativa a suffragio universale fu introdotta proprio perché la si riteneva la camera di compensazione dei conflitti e se oggi si riscoprono i conflitti come necessari e addirittura come positivi perché si deve «sconfiggere il nemico», se oggi si torna a invitare le masse alla rivolta, lo si dica chiaramente e si ammetta di non credere più così tanto nella democrazia.
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