- Regioni di nuovo blindate fino a dopo Pasqua, la scusa è sempre la stessa: «Sacrifici ora per riaprire poi». Ma gli esperti spiegano che i numeri sono sotto controllo e la curva calerà naturalmente. Restrizioni o meno.
- Una donna di Gela in rianimazione dopo il siero, due decessi a Biella e a Bologna. L’Irlanda sospende cautelativamente la somministrazione di Astrazeneca.
Lo speciale contiene due articoli.
Il nuovo zuccherino che utilizzano per farci ingollare la solita, vecchia purga si chiama «ricetta americana». Com’era lo slogan? Ah sì: «Prima guarire poi ripartire». Da far sobbalzare il cuore, no? In realtà è l’ennesima rielaborazione del classico perculamento giallorosso: «Chiudiamo adesso per riaprire poi». Un po’ come la moglie che dice «Mi prendo una pausa di riflessione, poi ricominciamo da capo», e intanto ha già trovato casa con l’amante. Al solito, ci ripetono che è per il nostro bene: un po’ di sacrifici per raggiungere a breve la felicità. Mario Draghi sostiene che la fine del tunnel è prossima. A Mariastella Gelmini è stato affidato l’ingrato compito di ribadire che le chiusure sono «inevitabili, senza avremmo avuto il doppio dei morti». E ovviamente, puntuale come una pulizia del colon, ecco Roberto Speranza smanioso di rigirare la chiave nella toppa. «Nella seconda metà della primavera si vedranno i risultati delle misure rigorose e della crescita progressiva delle iniezioni», dichiara il ministro della Salute a Repubblica. E aggiunge: «L’aspettativa del governo e dei nostri scienziati è che queste misure ci consentiranno di rimettere la curva sotto controllo nonostante la presenza delle varianti. C’è però bisogno di alcune settimane per vedere gli effetti. Per questo il decreto vige fino a Pasqua». Ma pensa.
Il ritornello consumato: da oggi si blinda tutto per rendere possibile la ripresa. E se qualcuno obietta, ecco il giornalista con la schiena dritta di turno pronto a bacchettare: «Non siamo bambini, possiamo resistere». Come no, possiamo e infatti abbiamo resistito un anno. Solo che, capiteci, resisteremmo un po’ più volentieri se avessimo la prova che il lockdown e le restrizioni servono davvero. Perché la sensazione è che non siano poi così efficaci né così imprescindibili come vogliono farci credere. Il dubbio ti viene quando noti che persino uno studioso come Matteo Villa dell’Ispi, di solito perfettamente allineato al progressismo amante de «Lascienza», avanza perplessità. «Devo ammettere che non sono convinto della necessità nella forza di queste misure contro il Covid», ha scritto su Twitter. «Per ciò che vedo, le curve dei ricoveri in terapia intensiva e dei nuovi ricoveri stanno già rallentando, e quella che penso sia la più importante (nuovi ricoveri) sta persino piegando». Sempre Villa puntualizza che le misure in vigore da oggi «sono le più forti da Natale. Nettamente più forti rispetto a quelle adottate a novembre, quando i decessi al giorno erano 740». Villa, stranamente, è citatissimo dai giornali quando scrive a favore delle Ong, un po’ meno quando si occupa di Covid. Ma può darsi che sia una coincidenza. Non è affatto casuale, tuttavia, quanto spiegavano ieri al Corriere della Sera lo statistico Carlo La Vecchia e l’ingegnere Alberto Gerli, due esperti di riconosciuta autorevolezza. A loro parere, chiudere adesso non serve. Nel senso che il lockdown non avrà effetti sulla curva dei contagi. «Il momento di intervenire», dice Gerli, «sarebbe quello in cui gli indici iniziano a salire. Ormai sappiamo che le curve dell’epidemia durano 40 giorni, e che se si vuole contenere la crescita bisogna farlo nei primi 17 giorni. Altrimenti, le “curve” seguiranno il loro corso “naturale”». E pare proprio che stia accadendo proprio così. Il Corriere ben sintetizza la posizione dei due studiosi: «Nei prossimi giorni i contagi in Italia continueranno ad aumentare, con probabili picchi di 35-40.000 casi intorno al 20 marzo: e a limitarli non saranno le zone rosse, perché l’epidemia inizierà a sgonfiarsi da sola». Insomma, chiudere non è necessario per limitare la crescita dei contagi.
Il professor La Vecchia appare convintissimo: «Ancora una volta i provvedimenti vengono presi tardi, quando la crescita dell’epidemia ormai si sta livellando da sola. […] Si ha l’impressione che questi provvedimenti abbiano impatto, mentre invece probabilmente l’andamento è già predefinito. Ad esempio a Brescia e Bolzano, due delle zone più colpite in questa fase, vediamo dei forti rallentamenti, segno che probabilmente si è arrivati a una saturazione dei soggetti suscettibili. Siamo ancora in una situazione seria, ma non bisogna dimenticare che non è assolutamente paragonabile a quella drammatica della scorsa primavera». Se non bastasse, potremmo citare di nuovo lo studio di Science di cui abbiamo dato notizia nei giorni scorsi, il quale – pur partendo da presupposti diversi – giunge alla medesima conclusione: il lockdown è inutile. E potremmo pure ricordare i dubbi espressi da Nature (altra rivista di un certo peso), secondo cui nel Comitato tecnico scientifico italiano «mancano troppe competenze». Il punto è che ogni volta le restrizioni divengono più severe, e ogni volta ci vengono vendute come ineluttabili, «scientificamente» motivate e dunque ineccepibili. Eppure gli scienziati che mostrano perplessità cominciano a essere un po’ troppi. Inoltre, faccenda non secondaria, c’è la realtà, che per essere interpretata non sempre richiede tonitruanti titoli accademici: è un anno che i nostri governanti seguono la linea della chiusura spietata, ma di miglioramenti non se ne sono visti. Forse una piccola riflessione in merito ci potrebbe anche stare, no?
In ogni caso, oggi si richiude. E sapete qual è il fastidio più grande? Non c’è nemmeno uno straccio di discoteca da incolpare.
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