- Scontri, bombe carta e cariche della polizia alla manifestazione «Io apro» davanti a Montecitorio. Che non ha rispettato il divieto della questura. E ha prestato il fianco a pochi facinorosi. Scelta opposta da parte del Mio, che ha preferito dialogare con le istituzioni.
- La protesta sacrosanta non deve essere sporcata dalla violenza. Certi giornali, che già li chiamano evasori, non aspettano altro.
Lo speciale contiene due articoli.
Si stempera in un acquazzone alle cinque della sera un pomeriggio di ordinaria fobia. Paura delle forze dell’ordine che i manifestanti attaccassero i palazzi di Montecitorio e Chigi, paura dei manifestanti stessi che tutto degenerasse perché si sono infiltrati quelli di Casa Pound che hanno animato gli scontri più duri, paura nel centro di Roma blindato e tenuto in stato di assedio per quattro ore. C’è stata anche una vena di follia, con Casa Pound che ha inalberato uno striscione con scritto: «La paura di morire non ci fa vivere». Hanno provato più volte a sfondare: in via del Corso, in piazza San Lorenzo in Lucina per arrivare fin sotto al Parlamento, ma sono stati respinti da diverse cariche di alleggerimento della polizia, ma gli stessi manifestanti hanno isolato i provocatori gridando: «Che volete? Non siete lavoratori».
In piazza con il movimento dei ristoratori «Io apro» è andata la disperazione. Per l’ennesima volta. Ci sono stati petardi e bombe carta, fumogeni e lanci di bottiglie: una è finita in testa a un manifestante, un’altra ha colpito un operatore del Tg5, pare che sia stato leggermente ferito anche un altro video maker. La polizia ha fatto molte cariche di alleggerimento, il contatto fisico con i manifestanti è stato però sporadico e limitato. La questura non aveva autorizzato la manifestazione e dunque il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese, aveva ben pensato di tenere la situazione sotto stretto controllo. Molti manifestanti sono stati bloccati prima di arrivare a Roma. In piazza sono andati i ristoratori del movimento «Io apro», di cui è capo il fiorentino Mohamed «Momi» El Hawi, che si è parato di fronte agli agenti ammanettato, le partite iva, qualche lavoratore dello spettacolo e qualche gestore di palestre: gente che da 13 mesi vive l’incubo del non lavoro.
La manifestazione ha preso avvio verso le 14.40. Piazza Montecitorio era blindata e allora c’è stato un primo raduno in piazza San Silvestro, poi in piazza San Lorenzo in Lucina. Ci sono stati i primi scontri con i manifestanti che hanno cercato di forzare il blocco in via del Corso. Infine gli ultimi focolai a piazzale Flaminio, dove i manifestanti hanno cercato di bloccare il traffico del Muro torto. C’è stata l’ultima carica della polizia, ma a disperdere i manifestanti ci ha pensato la pioggia. Sui volti di questo migliaio di persone più disperazione che rabbia, più impotenza che violenza. C’è chi ha raccontato, come Sandra Di Bella, ristoratrice siciliana che calzava l’elmetto da vichingo «d’ordinanza» dopo Capitol Hill, «sono qui perché non so come fare a mangiare», chi ha detto di non poter più resistere, tutti hanno gridato «libertà, libertà». Avvicinando i poliziotti urlavano: «Noi non siamo criminali, ma pacifici. Siamo qui solo per dire che vogliamo lavorare, è un nostro diritto». Dalla piazza si sono levati spesso gli slogan per chiedere le dimissioni della Lamorgese e di Roberto Speranza, i due ministri bersaglio della protesta. Hanno promesso che torneranno anche oggi.
Non c’erano ieri in piazza i ristoratori, le partite iva, i gestori di bar e di palestre radunati attorno al Mio (Movimento imprese ospitalità) di Paolo Bianchini che avevano manifestato sette giorni fa, perché Bianchini ieri mattina è stato ricevuto al Mef dal sottosegretario Claudio Durigon (Lega) a cui è stato sottoposto un pacchetto di richieste: blocco delle licenze e degli sfratti, sostegni sui costi fissi, accesso garantito al credito e riaperture immediate. Il fronte della protesta dunque si spacca nell’azione, ma non nell’obiettivo. Tanto il Mio quanto «Io apro» vogliono le dimissioni immediate del ministro della Salute, Roberto Speranza. Anche in seno al governo il fronte del no alle riaperture si sta rompendo e Roberto Speranza sembra sempre più isolato. Il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha chiesto al Cts di rivedere i protocolli per le misure anti contagio, il ministro per le politiche Regionali, Mariastella Gelmini, (Forza Italia) ha detto che maggio sarà il mese delle riaperture, ma che dal 20 aprile in Consiglio dei ministri si dovrà prendere in esame la possibilità, in base a contagi e campagna vaccinale, di un allentamento delle chiusure. Il segretario della Lega Matteo Salvini, riferendosi all’incontro del Mio con Durigon evidentemente, ha detto che se ci sono le condizioni bisogna riaprire subito, «ho sentito i ristoratori, stanno palando con noi della Lega, è gente che vuole solo riaprire».
Unanime la condanna della violenza da parte dei partiti; Francesco Boccia del Pd dice: «Non è con la violenza che si aiuta chi oggi è in difficoltà». E gli fa eco Anna Maria Bernini, presidente dei deputati forzisti che nota: «Massima comprensione per i ristoratori che manifestano civilmente, ma no a qualsiasi violenza». Anche Domenico Pianese del Coisp (sindacato di polizia) afferma: «La rabbia e la disperazione di chi sta manifestando è comprensibile, ciò che non è comprensibile è l’aggressione alle forze dell’ordine».
Un cortocircuito semmai c’è in seno al M5s, perché se il Movimento condanna le manifestazioni, un pentastellato della prima ora come l’ex consigliere regione dell’Emilia Romagna, oggi ristoratore, Giovanni Favia dice: «La responsabilità di quello che è successo è del ministero dell’Interno. Non puoi negare una piazza. Non puoi bloccare i manifestanti pacifici e permettere ai violenti di andare in piazza, consentendo la vendita di bottiglie di vetro agli esercizi commerciali qui vicino… Con chi tira le bombe carta non c’entriamo niente».
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