Su Floyd la sinistra Usa perde la testa. Adesso abbatterà le statue «sudiste»
John Lamparski/SOPA Images/LightRocket via Getty Images
  • Mentre tutti gli agenti coinvolti nella morte dell’afroamericano sono stati arrestati, i governatori democratici vogliono cancellare i simboli del generale Lee. Joe Biden farà passerella «funebre». Saccheggi, più di 10.000 fermi.
  • Obamagate, per i dem si mette male. La Commissione per la Sicurezza interna del Senato convocherà gli ex funzionari implicati. Tra questi anche l’ex ambasciatore a Roma John Phillips, vicinissimo a Matteo Renzi.

La politica americana continua a spaccarsi sul caso di George Floyd, l’afroamericano ucciso durante un controllo di polizia la scorsa settimana. Ieri, a Minneapolis, si è tenuta una prima commemorazione funebre in suo onore. Altre commemorazioni sono state fissate, nei prossimi giorni, a Raeford (in North Carolina) e a Houston (in Texas), dove – lunedì – è prevista la partecipazione del (probabile) candidato democratico alla Casa Bianca, Joe Biden. La vicenda Floyd ha del resto fatto da tempo irruzione nella campagna elettorale in vista delle presidenziali di novembre. Sia l’ex vicepresidente che Donald Trump hanno riconosciuto la legittimità delle manifestazioni pacifiche. Su tutto il resto, i due tuttavia divergono. E Biden sta tenendo una posizione invero poco chiara. Da una parte, ha criticato i saccheggi e i vandalismi, ma – dall’altra – ha attaccato Trump per aver invocato la linea dura, ventilando l’ipotesi di ricorrere all’esercito. Il paradosso si spiega con il fatto che l’ex vicepresidente stia cercando di non scontentare tanto i moderati quanto la sinistra più radicale: un’esigenza che lo ha tuttavia condotto su una posizione di profondo strabismo politico. Tra l’altro, l’imbarazzo di Biden è dettato anche dal fatto che Minneapolis abbia sindaci democratici dal 1978: sindaci che sono responsabili delle nomine dei vertici di una polizia cittadina che ha alle spalle una storia trentennale di controversie e denunce.

Polemiche sulla linea dura invocata da Trump sono arrivate anche dall’attuale capo del Pentagono, Mark Esper, che si è espresso contro l’ipotesi di ricorrere all’esercito per sedare i saccheggi. Ancora più duro si è rivelato l’ex segretario alla Difesa, James Mattis, che ha accusato il presidente di violare i diritti costituzionali dei cittadini americani, contestandogli la possibilità dell’uso delle forze militari. Tesi un po’ azzardata, visto che la Casa Bianca è autorizzata a invocare l’Insurrection act: una legge federale del 1807, che consente al presidente – in caso di sedizione – di utilizzare l’esercito all’interno dei confini degli Stati Uniti. Una legge che, per inciso, è stata applicata due volte da George H. W. Bush, quattro volte da Lyndon Johnson, due volte da John Kennedy e una da Dwight Eisenhower. Senza poi dimenticare che, nel caso di Kennedy e Eisenhower, fu invocata contro il parere dei governatori locali interessati. Ragion per cui – contrariamente a quanto asserito da Mattis – il presidente non è obbligato ad attendere la richiesta dei governatori per inviare eventualmente truppe sul territorio. Tutto questo, mentre il ministro della Giustizia, William Barr, ha contemporaneamente condannato la brutalità di cui è rimasto vittima Floyd e la violenza dei saccheggi in corso.

Ieri, l’Associated Press ha frattanto riportato che, in tutto il Paese, il numero degli arresti ha superato la soglia dei 10.000: Los Angeles risulta la città più colpita, seguita da New York, Dallas e Filadelfia. Molti dei fermati sono accusati di violazione del coprifuoco, ma si contano anche centinaia di arresti per saccheggio e furto con scasso. In tutto questo, la filiale sudcaliforniana dell’American civil liberties union ha intentato una causa a nome dell’organizzazione Black Lives Matter per il coprifuoco «draconiano», istituito nelle città di Los Angeles e San Bernadino. Ricordiamo, per inciso, che l’American civil liberties union intrattenga storici legami con il miliardario, George Soros, il quale – come ricordato due anni fa dal Los Angeles Times – le fornì 50 milioni di dollari nel 2014 per progetti sul sistema giudiziario penale. In tutto questo, non dimentichiamo neppure che, negli ultimi cinque giorni, svariate autorità locali abbiano parlato di «outsider» facinorosi nel mezzo delle manifestazioni: in tal senso, si sono per esempio espressi il procuratore generale del Minnesota, il democratico Keith Ellison, e il sindaco di Dallas, l’altrettanto democratico Eric Johnson.

Al Congresso intanto è partito il dibattito per limitare le violenze della polizia. La Speaker della Camera, Nancy Pelosi, e il senatore repubblicano, Chuck Grassley, hanno sostenuto nelle scorse ore la necessità di intervenire sulla questione, mentre Biden ha invocato una legge che vieti il ricorso alla «stretta al collo»: la brutale pratica di cui è stato vittima Floyd. Come tuttavia notava ieri Politico, sono anni che riforme di questo tipo restano fondamentalmente bloccate al Campidoglio, per l’incapacità di trovare un accordo tra i partiti. Pare comunque che tornerà adesso in discussione alla Camera una proposta di legge, avanzata nel 2019 dal deputato democratico Hakeem Jeffries, che ha l’obiettivo di mettere fuori legge proprio la pratica della «stretta al collo». Nelle scorse ore, tutti gli agenti coinvolti nella morte di Floyd sono intanto stati arrestati e, nel frattempo, è ripreso il dibattito sulle statue confederate, con il governatore della Virginia, il democratico Ralph Northam, che ha dichiarato ieri di voler rimuovere il monumento dedicato al generale Lee nella città di Richmond.


Da non perdere

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz
Mondo

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz

A detta di Trump si svolgeranno oggi in Qatar «i colloqui voluti dal regime». Secondo Axios si tratterebbe di vertici separati tra i tecnici nemici e i mediatori del Paese del Golfo e del Pakistan. Gli ayatollah frenano: «Nessun meeting con la Casa Bianca».