Il modello tedesco: recessione infinita e partner Ue logorati
Friedrich Merz (Ansa)
  • I nodi dell’austerità vengono al pettine: dopo aver distrutto i mercati dei vicini, Berlino non ha «scudi» contro Usa e Cina.
  • A luglio i fallimenti sono aumentati del 13% su base annua. Colpiti anche alcuni «templi» dell’immobiliare.
  • La produzione manifatturiera è arretrata ai valori del 2020. Il governo interviene con sussidi per le bollette, ma è solo un pannicello caldo. Auto, ingegneria meccanica e metallurgia sono i comparti più in sofferenza.

Lo speciale contiene due articoli.

Per decenni ci siamo sentiti dire che la Germania era il prototipo da imitare: il Paese che aveva saputo disciplinarsi e costruire la propria forza grazie alla virtù contabile e all’industria di qualità. «Facciamo come la Germania» era l’esortazione del mediocre circuito informativo italiano, che gonfiava di illusioni il modello tedesco. Naturalmente, si trattava di un inganno. La prosperità tedesca si è costruita comprimendo salari e consumi interni, scaricando l’austerità sui vicini europei, drogando la crescita con un surplus permanente che vampirizza la domanda altrui. Non c’è nulla di virtuoso in questo meccanismo: c’è solo la volontà di trarre vantaggio a spese degli altri. «Beggar-thy-neighbour» («impoverisci il tuo vicino») è la politica perseguita dalle élite tedesche negli ultimi sei decenni. Nessuna locomotiva tedesca a trainare l’Europa: piuttosto, un pesante rimorchio.

Ora quella strombazzata virtù scompare, come una visione. I dati più recenti sull’economia tedesca sono pessimi. Due anni di recessione (2023, 2024), stessa prospettiva per il 2025. L’indice Zew (fiducia degli investitori) è precipitato ad agosto da 52,7 a 34,7 punti. I dati Eurostat certificano il crollo del surplus commerciale dell’eurozona, passato da 20 miliardi a giugno 2024 a 7 miliardi a giugno 2025. La produzione industriale tedesca è in calo da anni e a giugno 2025 è ai livelli più bassi dal 2021. Se aggiungiamo le rilevazioni dell’Ifo sugli ordini industriali in Germania, in netto calo, il quadro è quello di un’economia in difficoltà strutturale, non di un semplice inciampo.

Gli Stati Uniti hanno deciso di colpire al cuore questo modello. Il dazio base del 15% sulle merci europee – 50% per acciaio e alluminio- pesa soprattutto sulla Germania, che fa dell’export il suo fortilizio. Washington non è più disposta a tollerare un surplus commerciale bilaterale che nel 2024 ha superato i 70 miliardi di euro. Il regresso tedesco, non casualmente, è cominciato anni fa proprio negli Usa con il Dieselgate, uno scandalo che azzoppò il settore dell’auto tedesca e lo spinse verso l’elettrificazione.

In Asia le cose non vanno meglio. In Cina Volkswagen dieci anni fa controllava un quinto del mercato ed era il marchio più venduto, oggi è scesa al 14,5%, con vendite in calo e meno di 3 milioni di veicoli consegnati nel 2024. Nei veicoli elettrici la presenza tedesca è quasi irrilevante. La quota di mercato di Volkswagen, Audi, Bmw, Mercedes, Porsche nel segmento elettrico in Cina è scesa a circa 5 % nel 2024, rispetto al 6,5 % del 2023. Schiacciata dalla concorrenza di Byd e dei colossi locali, l’auto tedesca ha perso quote e redditività.

La Russia, scelta come serbatoio energetico a basso costo, si è trasformata in una ferita aperta. Prima Berlino ha abbracciato Mosca, rafforzandola nel suo ruolo di principale fornitore di energia per l’Europa, poi l’ha rinnegata. Più della metà del gas tedesco arrivava dalla Russia prima della guerra in Ucraina. Oggi i flussi sono a zero, il Nord Stream è un monumento subacqueo ai sogni infranti e Berlino sta ancora stanziando miliardi di aiuti alle imprese per pagare l’energia. I rigassificatori improvvisati, il gnl americano, i prezzi dell’energia negativi per il troppo fotovoltaico, gli incentivi esagerati, le nuove centrali a gas, l’addio al nucleare, lo smaltimento dei rifiuti nucleari nel caos: la politica energetica tedesca è stata un disastro incessante.

La storia della Germania contemporanea è quella di un continuo dumping a danno dei partner europei: dumping ambientale con il massiccio uso del carbone, dumping salariale con le riforme Hartz del 2003-2004, dumping energetico con il doppio gasdotto casalingo Nord Stream, dumping valutario con l’accordo di cambi fissi denominato euro, dumping fiscale con il trucchetto dei fondi fuori bilancio.

Poi (anzi, prima) c’è l’euro. La moneta unica è stata lo strumento con cui la Germania ha blindato i propri vantaggi. Troppo forte per gli Stati mediterranei, sottovalutato per l’economia di Berlino, l’euro è servito ad evitare che la moneta tedesca si rivalutasse svantaggiando l’export germanico, scaricando sui salari l’onere degli aggiustamenti tra economie diverse. Inoltre, ha costretto i partner dell’eurozona ad adottare gli stessi vincoli di bilancio imposti dai tedeschi. L’austerità ha però depresso i mercati interni europei, non più in grado di assorbire l’eccesso di produzione tedesco.

La mancanza di investimenti in Germania negli ultimi trent’anni rende il quadro interno desolante. Strade, ponti, ferrovie, reti digitali: tutto è rimasto indietro. Anche la scuola: Die Welt ha parlato in questi giorni di catastrofe educativa silenziosa. La rigidità fiscale, celebrata come virtù, è in realtà impoverimento coatto. I cittadini tedeschi hanno sopportato salari compressi e tasse alte, perché gli è stato detto che la virtù risiede nel non avere debiti. Ora si accorgono che quel sacrificio serviva solo a oliare un modello di crescita iniquo. Già si parla di una riforma delle pensioni per allungare l’età pensionabile.

La situazione politica interna non offre vie d’uscita. Friedrich Merz, a capo di una coalizione con la Spd, è prigioniero delle sue stesse contraddizioni. Una maggioranza divisa, senza visione comune, incapace di indicare un percorso. Solo il riarmo è certo. Intanto l’Afd cresce nei sondaggi oltre il 25 per cento, alimentata dai morsi della crisi economica, dall’ordine pubblico e dall’immigrazione.

Fuori dai confini la Germania è in imbarazzo. Il rapporto con la Francia, travolta da una grave crisi interna, è ai minimi termini. La relazione franco-tedesca, altro topos immaginario della disunione europea, è corrosa dalla divergenza di interessi: Parigi guarda con sospetto a Merz e alla sua rinnovata spinta bellica.

Il bilancio dell’era Merkel è, insomma, disastroso. La Germania ha cercato nella Russia la sicurezza energetica e nella Cina il mercato di sbocco e la produzione a basso costo. Ha spremuto i partner europei con l’austerità e accumulato surplus record con gli Stati Uniti, provocandone la reazione. Non si tratta di errori, come troppo facilmente si tende a dire. Si tratta del cuore stesso delle politiche delle élite tedesche, convinte che la disciplina fiscale e la forza dell’export fossero garanzia di successo e potere. Oggi quella strategia mostra la sua natura fallimentare: ha logorato i partner, impoverito i cittadini e lasciato la Germania esposta a shock che non riesce più a gestire.

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