- In meno di due giorni dalla condanna, il tycoon ha raccolto quasi 53 milioni dai suoi sostenitori. Attorno al repubblicano fanno quadrato pure i pezzi grossi di Wall Street, incluso il ceo di Blackstone, e Musk, pronto a diventare suo consigliere alla Casa Bianca.
- Il Cna crolla al 40% (57% nel 2019). Stabile la sigla di centro. Al via il valzer delle alleanze.
Lo speciale contiene due articoli.
È vero: Donald Trump è ormai il primo ex presidente della storia americana ad aver subito una condanna penale. E la faccenda si complica ulteriormente, visto che il diretto interessato è anche un candidato presidenziale. La domanda allora da porsi è: siamo sicuri che il verdetto della giuria di Manhattan intralcerà la corsa elettorale del tycoon? Ci sono vari motivi per dubitarne.
In primis, sembrerebbe proprio che la condanna abbia rafforzato Trump sul piano della raccolta fondi. Il team elettorale dell’ex presidente ha infatti reso noto di aver rastrellato oltre 50 milioni di dollari nelle ore successive al verdetto di giovedì. «La campagna di Trump ha raccolto 52,8 milioni di dollari attraverso la piattaforma di raccolta fondi digitale online. Sono più di due milioni di dollari all’ora», si legge in una nota del team dell’ex presidente, secondo cui un terzo delle persone che hanno donato nelle scorse ore lo avrebbe fatto per la prima volta. Se ciò fosse confermato, Trump starebbe, insomma, accorciando significativamente le distanze rispetto a Joe Biden in termini di fundraising.
Ma c’è un aspetto ancora più interessante da sottolineare. Il verdetto di giovedì non ha portato soltanto a un compattamento del Gop attorno a Trump (addirittura un acerrimo nemico interno dell’ex presidente, come il senatore Mitt Romney, ha accusato la Procura distrettuale di Manhattan di «abuso politico»). A schierarsi con il candidato repubblicano sono stati anche pezzi importanti dell’establishment. Partiamo da Elon Musk. «Oggi è stato arrecato un grave danno alla fiducia del popolo nel sistema legale americano. Se un ex presidente può essere condannato penalmente per una questione così banale, motivata dalla politica più che dalla giustizia, allora chiunque corre il rischio di un destino simile», aveva twittato il ceo di Tesla poco dopo il verdetto. Non solo. L’altro ieri, Musk ha annunciato che ospiterà Trump in un evento live sulla piattaforma X (anche se non è ancora stata resa nota una data precisa).
Senza infine dimenticare che, appena pochi giorni fa, il Wall Street Journal aveva rivelato che Musk e lo stesso Trump sarebbero in trattative per far entrare il ceo di Tesla come consigliere all’interno di un’eventuale nuova amministrazione repubblicana. Vale a tal proposito la pena di ricordare che, un tempo elettore dem, Musk, a partire dal 2022, si è progressivamente avvicinato al Partito repubblicano. Quello stesso Musk, la cui SpaceX vanta da tempo numerosi (e ricchi) contratti di appalto con il Pentagono. Sarà un caso, ma, a partire soprattutto dalla disastrosa evacuazione dall’Afghanistan del 2021, proprio vari settori della burocrazia del Pentagono sono ai ferri corti con Biden. E non stanno rinunciando a remargli contro (basti pensare allo scandalo dei Pentagon leaks scoppiato l’anno scorso).
Ma non è tutto. Anche pezzi importanti di Wall Street si starebbero continuando ad avvicinare a Trump. L’altro ieri, Bloomberg News ha riferito che vari alti finanzieri, riunitisi all’hotel Pierre di New York alcuni giorni prima del verdetto, hanno deciso di sostenere il tycoon indipendentemente dai suoi guai giudiziari. A difendere Trump dopo la condanna è stato anche il miliardario Bill Ackman che, un tempo finanziatore dem, era successivamente passato a foraggiare le campagne presidenziali di Robert Kennedy jr e di Nikki Haley, salvo poi avvicinarsi al campo del candidato repubblicano. Altro aspetto interessante: all’evento di fundraising a New York, che l’ex presidente ha tenuto subito dopo il verdetto, ha partecipato anche il ceo di Blackstone, Steve Schwarzman: un tempo alleato di Trump, aveva poi rotto con lui, per poi riappacificarcisi a fine maggio. Insomma, stavolta l’ex presidente sembra avere le spalle molto più coperte rispetto al 2016 e al 2020.
Il team di Biden, dal canto suo, non è certo inconsapevole di questi sommovimenti. E non può non esserne preoccupato. D’altronde, che il campo dem sia attraversato da un certo nervosismo è testimoniato anche dagli atteggiamenti ondivaghi assunti dallo staff elettorale del presidente sulla condanna di Trump. Pochi giorni fa, il team di Biden aveva coinvolto Robert De Niro per fare una tirata antitrumpista fuori dal tribunale. Tutto questo mentre, dopo il verdetto, lo stesso Biden prima ha detto che il candidato repubblicano va battuto nelle urne, poi se ne è uscito dicendo che nessuno è al di sopra della legge. Insomma, la campagna di Biden è indecisa se cavalcare o meno i guai giudiziari del tycoon: d’altronde, se a prima vista sembrerebbe un’occasione ghiotta, va anche ricordato che Trump ha cominciato a volare nei sondaggi (e nei consensi) dopo le incriminazioni subite l’anno scorso.
A rendere ancora più nebulosa la situazione ci si è messo ieri il deputato dem, Dean Phillips, che, fino a inizio marzo, aveva tentato di contendere a Biden la nomination presidenziale dell’Asinello. Ebbene, venerdì proprio Phillips ha chiesto alla governatrice dem dello Stato di New York, Kathy Hochul, di graziare Trump per evitare di farne un «martire». Se dall’entourage della governatrice hanno fatto sapere che una simile mossa è «improbabile», l’ex direttore della comunicazione di Kamala Harris, Jamal Simmons, si è detto convinto che la condanna danneggerà elettoralmente il tycoon. Questa girandola di posizioni contrastanti certifica agitazione (e confusione) nella galassia dem: l’Asinello non riesce a tenere una linea chiara e teme che cavalcare le tegole giudiziarie di Trump possa alla fine ritorcerglisi contro. Uno scenario, questo, che, al momento, sembra tutt’altro che improbabile.
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