Johnson si gode la vittoria. Il 31 gennaio scatta il divorzio da Bruxelles
  • L’esuberante leader dei Tory raggiante per il risultato: «Che la guarigione abbia inizio». La tabella di marcia della Brexit, però, resta incerta. Soprattutto per le divisioni nell’Ue.
  • Laburisti mai così male dal 1935, reggono solo nei feudi ricchi della capitale. Sotto al Vallo di Adriano i conservatori cannibalizzano tutto, ma sulle Highland si scalpita per abbandonare la Corona.

Lo speciale contiene due articoli.

La Brexit si avvicina. La netta vittoria dei conservatori in Regno Unito giovedì scorso ha conferito al premier britannico, Boris Johnson, un mandato forte per attuare il divorzio di Londra dall’Unione europea.

«Che la guarigione abbia inizio», ha dichiarato ieri il premier. «Voglio che sappiate», ha proseguito, «che in questo governo conservatore non ignoreremo mai i vostri buoni e positivi sentimenti di calore e simpatia verso le altre nazioni d’Europa. Perché adesso è il momento, proprio mentre abbandoniamo l’Ue, di lasciare che quei sentimenti naturali trovino una rinnovata espressione nella costruzione di un nuovo partenariato, che è uno dei grandi progetti per il prossimo anno». Del resto, la campagna elettorale di queste ultime settimane aveva trovato proprio nella Brexit il suo principale centro gravitazionale. Obiettivo del premier è sempre stato quello di ottenere una maggioranza nutrita, che gli permettesse di dare seguito a quanto stabilito dalla volontà popolare nel referendum del 2016. E, in un certo senso, è stato proprio questo obiettivo netto ad aver costituito la fortuna elettorale di Johnson.

D’altronde, il tracollo dei laburisti sta lì a dimostrarlo: al di là delle sue posizioni giudicate da molti troppo a sinistra, il grande problema di Jeremy Corbyn si è principalmente rivelato la profonda ambiguità da lui ripetutamente mostrata sul tema Brexit. Un’ambiguità che, alla fine, ha scontentato ampie frange del suo partito: dai blairiani agli ambienti operai euroscettici. Ambienti operai euroscettici che, dal canto loro, hanno in buona parte volto il proprio sguardo verso la compagine tory: in tal senso, non va trascurato che – in questa occasione – il programma dei conservatori abbia mostrato una certa attenzione al welfare state (dalle pensioni alla sanità). Inoltre un ulteriore dato interessante risiede nel pessimo risultato conseguito dai liberaldemocratici di Jo Swinson: quegli stessi liberaldemocratici che hanno puntato tutto su un messaggio smaccatamente europeista, arrivando ad invocare l’indizione di un secondo referendum che potesse bloccare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. La sonora bocciatura di questa linea ha tuttavia evidenziato, una volta di più, le decise tendenze euroscettiche dell’elettorato britannico.

Il 31 di gennaio è la data in cui si consumerà il divorzio di Londra da Bruxelles. Seguirà quindi un periodo di transizione della durata di quasi un anno. A fronte di questa tabella di marcia, l’impegno che il premier si è assunto in campagna elettorale appare non poco ambizioso. Johnson ha infatti detto di voler negoziare un accordo commerciale con Bruxelles entro la fine del 2020, assicurando inoltre che Londra resterà fuori dal Mercato europeo comune. In quest’ottica, il premier vuole quindi svincolarsi formalmente dall’orbita dell’Unione europea, anche con l’obiettivo di avere le mani libere per siglare un’intesa commerciale con gli Stati Uniti: un’intesa che, proprio ieri, Donald Trump è tornato ad auspicare. Il punto sarà capire se l’inquilino di Downing Street riuscirà a tener fede a questa rapida tempistica. Una tempistica che, già nei giorni scorsi, il capo negoziatore di Bruxelles, Michel Barnier, aveva bollato come «irrealistica». Per quanto costui si sia poi detto ieri «disposto a negoziare», bisognerà vedere come si configureranno i rapporti con Johnson nelle prossime settimane.

La verità è che, sulla Brexit, non sembra esserci troppa unità di vedute nell’Unione europea. E il contrasto principale che si registra è tra Germania e Francia. Se la prima tende ad assumere una posizione relativamente conciliante, la seconda appare invece più ruvida. Mentre ieri Angela Merkel – pur definendo il Regno Unito un «concorrente» – ha auspicato una «stretta collaborazione con Johnson», Emmanuel Macron si è un po’ polemicamente augurato che questo concorrente non sia «sleale».

Non è del resto un mistero che il presidente francese punti ad accelerare l’addio britannico dall’Unione europea per rafforzare la propria leadership politica e militare. Differenze di vedute tra l’inquilino di Downing Street e quello dell’Eliseo erano d’altronde già emerse nel recente summit Nato di Londra, con il primo che ha difeso a spada tratta l’Alleanza atlantica e il secondo che l’aveva poco prima definita in stato di «morte cerebrale». Un elemento che evidenzia come tra gli intenti di Johnson ci sia quello di ricompattare l’anglosfera, attraverso una riedizione geopolitica, economica e militare della «special relationship» tra Londra e Washington. Un obiettivo che fomenta le mire «bonapartiste» di Macron in Europa ma che non piace granché dalle parti di Berlino. Quella Berlino che non guarda quindi con troppo favore alla linea dura del francese Barnier.

Con ogni probabilità sarà dunque su questa sottile soglia che si giocheranno i negoziati sulla Brexit nei prossimi mesi: una soglia che rischia di creare qualche fastidiosa frattura in seno all’asse franco-tedesco. Johnson, dal canto suo, potrebbe usare come leva negoziale la propria vicinanza con la Casa Bianca, sfruttando tra l’altro le divisioni dello stesso fronte europeo, per cercare di ottenere un accordo vantaggioso nel minor tempo possibile. Paradossalmente la sfida più difficile per lui potrebbe essere rappresentata dalla politica interna: non solo dovrà infatti affrontare le ambizioni indipendentiste scozzesi ma – soprattutto – dovrà riuscire a coniugare la svolta parzialmente sociale dei tory col modello liberista della Singapore sul Tamigi.


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