Il grano va su e i coltivatori giù: in piazza
  • Una fiammata del 6% in poche ore. Situazione esplosiva dall’Asia all’Ue, dopo le proteste in Olanda tocca alla Germania. A causare il rialzo dei prezzi sono i titoli gestiti dalla finanza. E gli allevatori contestano la politica di demonizzazione della zootecnia.
  • In Sri lanka la crisi peggiore dall’indipendenza nel 1948. Assaltata la residenza di Gotabaya Rajapaksa.

Lo speciale contiene due articoli.

È l’uovo di Colombo, intesa come capitale dello Sri Lanka: oltre una certa soglia di povertà scoppiano le rivolte. In quella che era la mitica isola di Ceylon, cuore del buddismo e terra eletta per il the, hanno cacciato a furor di popolo il presidente Gotabaya Rajapaska, si è dimesso il primo ministro Ranil Wickremesinghe ed è guerra civile. Lo Sri Lanka è, come dicono gli economisti, «il canarino nella miniera». Segnala una doppia imminente esplosione di grisù: quella del debito dei Paesi poveri che potrebbe innescare una crisi mondiale e quella alimentare perché continua la speculazione sul grano con i prezzi delle materie prime agricole che non accennano a diminuire. Tradotto nel nostro carrello della spesa significa: pasta più 20,5%, farina più 18,7, pane 9,6, riso più 13, burro più 23,3, latte più 8,5, uova più 12,3, pollo più 18,6, olio di semi più 70,3%.

C’è stata due giorni fa una fiammata del 6% nelle quotazioni del grano tenero che ha spiegato al mondo, anche se l’Occidente troppo impegnato sul fronte, anche della propaganda, della guerra in Ucraina fa finta di non vedere, che ad affamare l’Africa e mezza America del Sud non sono i silos pieni di Odessa, ma la speculazione.

È in atto nel mondo uno scontro tra due modelli agricoli. Da una parte ci sono le multinazionali che vogliono iperprodurre a costi sempre più bassi e affidano alla finanza il compito di generare il valore aggiunto, dall’altra ci sono gli agricoltori più evoluti che difendono il valore agricolo. Così a molte migliaia di chilometri da Colombo ci sono altre proteste.

Gli allevatori olandesi al confine con la Germania continuano il loro presidio contro le decisioni del governo di Mark Rutte che vuole abbattere le soglie di emissione di azoto del 75% condannando a morte la zootecnia olandese. Hanno reagito in 40.000, bloccando con i trattori tutte le strade d’Olanda, poi hanno portato la protesta al confine con la Germania nelle pianure del Linburgo dove è concentrata gran parte degli allevamenti. Lì c’è un luogo simbolo: Waalserberg dove si incontrano Olanda, Germania e Belgio. La protesta degli agricoltori olandesi (agli allevatosi si è unito tutto il comparto agricolo col rischio che in Europa manchino ortaggi e frutta tropicale che passano tutti per l’Olanda) è stata raccolta da quelli tedeschi preoccupati per i costi lievitati e che accusano il governo di Olaf Scholz di boicottare la zootecnia.

C’è un caso politico che dalle stalle passa ai piani alti dell’Europa. Perché olandese è Franz Timmermans, vicepresidente della Commissione, che con il Farm to fork ha dichiarato guerra alla zootecnia e all’agricoltura in generale che secondo l’Ue è la prima fonte di inquinamento e ha sdoganato in Europa il consumo di insetti e di carne di alligatore del Nilo come alternative proteiche. Timmermans, sempre con i soldi dei contribuenti europei, sta finanziando i progetti per la produzione della carne e del latte sintetici da cellule staminali rifermentate. In Germania il neoministro agricolo Cem Özdemir – verde e vegano convinto che, inseguito da uno scandalo finanziario, per qualche tempo riparò negli Stati Uniti alla corte di Michelle Obama, prima pasionaria contro il consumo di carne – è anch’egli in lotta contro gli allevamenti.

Sul fronte agricolo l’Europa si avvia a vivere una stagione difficilissima perché ormai la politica agricola comune è stata impostata sulla riduzione di produzione. Questo espone i consumatori, ma anche i produttori europei, a rincari di prezzi iperbolici che sono spinti dalle multinazionali. È il caso del grano dove il mercato si sta biforcando: da una parte il grano duro (quello per fare la pasta per capirci) continua ad avere incrementi severi, dall’altra il grano tenero (quello interessato dal conflitto ucraino) è entrato in una fase di incontrollata volatilità.

Per quanto riguarda l’Italia sul duro abbiamo cali produttivi di almeno il 20% che ci imporranno di importare almeno 2,5 milioni di tonnellate in più. I prezzi del duro stanno sopra i 580 euro a tonnellata. Per il tenero a livello mondiale si sono registrati una settimana fa dei cali di prezzo perché il possibile sblocco del grano ucraino (rappresenta meno del 10% dell’export mondiale) ha innescato una tendenza ribassista.

Ma la quantità di grano immessa non serve a placare la fame. La speculazione ha usato questo ribasso come un’esca: appena i 53 Paesi più poveri del mondo si sono affacciati sul mercato per comprare grano, il future è tornato a salire e due giorni fa stava a 893,25 dollari a tonnellata con un rialzo su base annua del 56,25% e un balzo del 6% in ventiquattr’ore. Evidente dimostrazione di come sia la speculazione finanziaria a far lievitare i prezzi agricoli.

L’indice Fao a giugno ha raggiunto il valore di 154,2, per tre quarti dei Paesi poveri è un livello insostenibile. Il rincaro dei cereali mese su mese è del 27,6%, il lattiero caseario sale del 24,9%, lo zucchero dell’8,9%, la carne del 12,6% ed i grassi vegetali del 34,3%. È il canto del canarino dello Sri Lanka.



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