- Panico nello staff della Harris: alla vigilia delle elezioni americane il tycoon agguanta la sfidante al 48,5% dei consensi. Vantaggio azzerato, visto che la candidata dem punta solo sull’allarme fascismo. Il suo avversario ha la contromossa: graziare Hunter Biden.
- Il Cremlino conferma un dialogo sulla tecnologia. A Washington nessun allarme.
Lo speciale contiene due articoli.
Adesso Kamala Harris inizia ad avere veramente paura. Ieri, la media sondaggistica di Real Clear Politics ha rilevato che, a livello nazionale, il suo vantaggio su Donald Trump si è azzerato: i due contendenti sono infatti appaiati al 48,5% dei consensi. È la prima volta che il tycoon riesce ad «agguantare» un avversario nei sondaggi nazionali a così pochi giorni dal voto. Basti pensare che, il 25 ottobre 2020, Joe Biden, a livello nazionale, era avanti di 8 punti. Nello stesso giorno quattro anni prima, Hillary Clinton aveva un vantaggio del 5,1%. Per la vicepresidente si tratta di un campanello d’allarme serissimo, anche perché, appena lo scorso 2 ottobre, aveva raggiunto il suo picco, attestandosi a +2,2 punti. Di contro, Trump è passato dal 46,8% del 5 ottobre al 48,5% di ieri.
È vero che, per conquistare la Casa Bianca, non serve il voto popolare ma vincere nel cosiddetto Electoral College (conquistando, cioè, i fatidici 270 grandi elettori). Tuttavia, stando alle statistiche pubblicate a settembre dal sondaggista Nate Silver, le probabilità della Harris di vincere nell’Electoral College superano il 50% solo se la diretta interessata mantiene un vantaggio nel voto popolare di almeno 2 punti. Inoltre, la media di Real Clear Politics dà il tycoon lievemente avanti in Michigan, Wisconsin, Pennsylvania, Georgia e Arizona.
Come se non bastasse, la Harris sta perdendo anche ampi margini di voto tradizionalmente dem. Secondo un sondaggio del Siena College, la vicepresidente avrebbe oggi l’81% del sostegno afroamericano, mentre Biden, nel 2020, era al 90%. Discorso analogo vale per gli ispanici: la Harris è al 52%, mentre l’attuale presidente, quattro anni fa, aveva 7 punti in più. A questo si aggiunga che, stando a un recente sondaggio di YouGov, la vicepresidente è in difficoltà anche con un altro blocco storicamente dem: quello degli arabo-americani. Trump sarebbe al 43%, mentre la Harris risulterebbe al 41%. Il che rischia di essere un grosso problema per la candidata dem, soprattutto in Michigan e in Wisconsin, dove non può permettersi defezioni a sinistra, se non vuole fare la fine di Hillary Clinton nel 2016.
Un’ulteriore mazzata alla Harris è arrivata, sempre ieri, dal Washington Post: il quotidiano ha infatti deciso che, quest’anno, non darà endorsement ad alcun candidato presidenziale. Erano 36 anni che non succedeva. Inoltre, questa testata aveva esplicitamente appoggiato Biden nel 2020, la Clinton nel 2016, oltre a Barack Obama nel 2012 e nel 2008. Questo significa che l’essere fuggita dalle interviste per tutto il mese di agosto e l’aver continuato a trattare la stampa con supponenza ha, alla fine, danneggiato la vicepresidente.
Ovviamente non stiamo dicendo che i giochi di novembre siano già fatti. Il quadro complessivo delinea un testa a testa. Inoltre, va detto che, in alcuni Stati chiave come la Georgia, si registrano sacche di elettori indecisi che potrebbero decretare la vittoria in un senso o nell’altro. D’altronde, gli stessi modelli predittivi di Silver e di The Hill danno, sì, a Trump più chances di vittoria, ma il vantaggio resta di pochi punti. Chiarito che la partita resta aperta, è al contempo indubbio come, da metà ottobre, la Harris sia finita in una fase di forte difficoltà, che, almeno per ora, non sembra troppo in grado di gestire.
Secondo The Hill, vari strateghi dem, sotto anonimato, hanno duramente criticato la recente performance della vicepresidente alla Cnn, dove si era recata per rispondere alle domande di alcuni elettori. I malumori riguardano principalmente il fatto che la Harris continua a essere fumosa e logorroica, facendo fatica a trasmettere un senso di competenza e autenticità. Basti pensare che, interpellata su Gaza, ha replicato parlando dei prezzi dei generi alimentari. Anche l’ex senior advisor di Barack Obama, David Axelrod, ha espresso delle perplessità su come la Harris ha gestito la sua ultima apparizione sulla Cnn.
Tra l’altro, a certificare uno stato politicamente confusionale sta anche il fatto che la vicepresidente, oltre a schierare il solito esercito di celebrities (da Beyoncé a Eminem), ha ripreso ad accusare Trump di fascismo e di essere un pericolo per la democrazia: una linea, questa, che, rispetto a Biden, la candidata dem aveva finora usato di meno. Il che fa supporre che si tratti di una mossa della disperazione. Come che sia, è improbabile che gli elettori attualmente indecisi siano davvero interessati all’allarme fascismo. Chi considera Trump un mostro ha già scelto come votare da mesi, se non da anni. Inoltre, non si sa quanto sia realmente consigliabile demonizzare un candidato che, negli ultimi mesi, ha già subito almeno due tentativi di assassinio.
È anche per controbattere a questa linea che Trump, in caso di ritorno alla Casa Bianca, non ha escluso di graziare Hunter Biden: il figlio dell’attuale presidente che è stato condannato per vari reati. La strategia del tycoon è chiara: presentarsi come «pacificatore», distanziandosi dalle demonizzazioni che sta invece cercando di cavalcare la rivale. Una linea che potrebbe contribuire a farlo crescere tra gli indecisi e tra i centristi residenti negli hinterland benestanti delle grandi città di Georgia, North Carolina e Pennsylvania. La partita resta aperta. Ma, per la candidata dem, la strada si sta facendo sempre più in salita.
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