Dazi, ultime minacce di Donald per chiudere
Maros Sefcovic (Ansa)
  • Mentre Bruxelles ha difficoltà a trovare una posizione unitaria, attraversata dagli interessi divergenti di Francia, Germania e Italia, secondo il «Financial Times» il tycoon sarebbe pronto a imporre tariffe al 17% sull’agroalimentare. Che per noi sarebbe una mazzata.
  • Con i crediti di emissione, venduti alle altre case di auto, dal 2015 Elon Musk ha raccolto 11 miliardi.

Lo speciale contiene due articoli.

Chiederanno aiuto a Maria De Filippi per impattare la partita dei dazi che Donald Trump – ha annunciato ai governi europei: c’è posta per te sta vincendo: ha ottenuto due risultati. Porta a casa la svalutazione del dollaro e dimostra che, sulla materia centrale per l’Europa, l’Ue di fatto non esiste. Che Bruxelles non sa che pesci pigliare e ha ripetuto ieri, a quattro giorni dalla scadenza dell’ultimatum trumpiano, esattamente le stesse cose dette a metà aprile: cerchiamo l’accordo al 10%, ma siamo pronti anche al no deal.

Sarebbe interessante capire applicato a cosa, visto che la ritorsione più forte che l’Ue potrebbe fare è sulle multinazionali, ma Olanda e Irlanda si metterebbero di traverso. Gli Usa per l’Ue valgono 532 miliardi con un avanzo commerciale di quasi 200 miliardi di euro. La ritorsione in mancanza di accordo sarebbe esiziale per l’economia del vecchio continente. La riprova l’ha data il Financial Times che, mentre a Washington il commissario al Commercio estero Maros Sefcovic, impegnato nelle trattative, balbetta, anticipa l’intenzione Usa – confermata tra autorevoli negoziatori – di applicare un dazio del 17% sulle produzioni agricole europee. È forse una mossa per forzare la mano e chiudere entro il 9 luglio, ma se così fosse per l’Italia sarebbe una mazzata.

Gli Usa sono per il nostro agroalimentare il primo mercato extra-Ue (vendiamo in America per quasi 8 miliardi, pari al 12% del nostro export). Donald Trump intanto ha deciso di inviare a ogni governo una lettera in cui spiegherà quali dazi gli Usa applicheranno ai singoli Paesi dopo il 9 luglio: «È molto più semplice. Invieremo alcune lettere a partire da domani (oggi per chi legge)». La prassi Maga è distantissima dalla burocrazia europea. La Commissione presieduta da Ursula von der Leyen non ha voluto far sapere nulla di come vanno le trattative a Washington. Si lavora al modello Gran Bretagna: un’aliquota flat del 10% con l’impegno a comprare più gas dagli americani. Dice la Commissione: «Le discussioni a Washington sono state tali da permettere uno stato d’animo buono per il weekend, il commissario Sefcovic ha sorriso e questo è un segno positivo. Siamo in una fase sensibile della trattativa, il commissario al commercio informerà gli Stati membri sull’andamento del negoziato, quando riceveremo le loro valutazioni valuteremo come muoverci». È l’evidenza dei limiti dell’Ue che deve fare i conti con le enormi diversità dei 27. La Germania vede come la peste un eventuale dazio del 25% sulle sue auto, mentre l’Italia cerca un dazio basso visto che esportiamo in Usa beni unici ma di consumo come la moda e i prodotti agroalimentari. Se però l’aliquota salisse al 17% sarebbe una mazzata.

Emanuele Orsini, presidente di Confindustria, ha stimato che un dazio del 10% ci costerebbe 20 miliardi. A quel punto ci converrebbe trattare da soli come sta facendo Emmanuel Macron con la Cina, che ha appena rialzato al 35% i dazi sul Cognac rendendo esplicita la «global war» commerciale. L’Italia ha un surplus con gli Usa di circa 40 miliardi; la Germania ne ha 18, ma è quasi tutto fatto con le auto; la Francia ha addirittura un deficit di quasi 5 miliardi. È evidente che l’Ue sui dazi mostra d’essere una disunione europea!

Donald Trump lo sa e forza la mano. Soprattutto facendo sospirare l’accordo sul 10% generalizzato perché, se non c’è l’intesa, dal 10 luglio si torna al 50% di dazi su acciaio e alluminio e al 25% su auto e componentistica. Ed è soprattutto questo a spaventare Ursula von der Leyen e la Germania. Una cosa è certa: la bilancia pende tutta dalla parte di Washington.

A renderlo esplicito sono gli andamenti di Borsa. Wall Street sta sui massimi, in Europa sono tutti segni meno: Milano fa -0,8 come Parigi, Madrid ha un tonfo di un punto e mezzo (pesa anche la situazione politica spagnola) e Francoforte chiude a -0,6. La fonte maggiore di preoccupazione resta però il dollaro. Continua il Big beautiful bill voluto da Donald Trump per incrementare le esportazioni, tant’è che il biglietto verde flette in particolare contro le valute (euro in testa) dei Paesi che non hanno ancora stretto accordi sui dazi. Se c’è un vantaggio nell’acquisto di materie prime – quasi tutte denominate in dollari – è certo che per l’economia europea il biglietto verde anemico – dall’inizio dell’anno ha perso quasi il 12% – è peggio dei dazi. Che ora hanno animato anche i rapporti tra Ue e Cina.

Pechino ritiene che i distillati europei siano venduti in dumping e applica da ieri una tariffa doganale di circa il 35%. Bruxelles, come al solito, ha fatto (solo) la voce grossa. «La Ue deplora la decisione della Cina di imporre misure anti-dumping definitive sulle importazioni di brandy dell’Unione, si tratta di misure ingiustificate e non in linea con le norme internazionali», ha scritto in un comunicato la Commissione annunciando «i prossimi passi per proteggersi dai dazi cinesi». Ma a riprova che nell’Ue chi fa da sé fa per tre, Emmanuel Macron ha «twittato»: «Le autorità cinesi hanno accettato le proposte dei nostri maggiori produttori di Cognac e Armagnac. È una tappa decisiva per metter fine all’annoso contenzioso che minacciava le nostre esportazioni», peraltro già crollate in Cina del 29%.

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