Nuovi sbocchi o pressing su Teheran. Purché la smettiamo di fare i passivi

La ricerca dedicata alla geopolitica è in attesa di capire se la minaccia di guerra economica totale statunitense contro l’Iran sia deterrenza utile a sbloccare i traffici energetici nello Stretto di Hormuz e in quello di Bab el Mandeb o l’annuncio di un’azione reale di stritolamento, cioè di applicazione della strategia del boa constrictor, per rendere credibile con fatti la deterrenza stessa, cosa al momento incerta per errori americani nell’intensità di applicazione della forza che sta permettendo all’Iran, cioè all’ala dura del regime, di mantenere una postura di sfida.

Per l’Italia e l’Ue gli scenari di impatto economico sono abbastanza chiari: a) caso peggiore: se il blocco durasse mesi e oltre, nelle nazioni dell’Eurozona la recessione causata dal rialzo dei prezzi dell’energia importata sarebbe certa; b) caso migliore: se lo sblocco dei transiti petroliferi e di gas, nonché dei derivati, avvenisse entro un mese o due il rallentamento economico dell’area che è già visibile sarebbe minimo e recuperabile, soprattutto, permettendo proiezioni espansive per il 2027; c) caso intermedio: un blocco solo parziale o intermittente in una situazione volatile ad alto potenziale conflittuale entro un’altalena di momenti positivi e negativi terrebbe i prezzi energetici in tensione, ma non oltre la soglia di destabilizzazione economica, provocando comunque stagnazione e rischi di stagflazione.

A questi scenari semplificati va aggiunto un quarto in aggiunta al caso peggiore e intermedio, così semplificabile: le nazioni produttrici di energia fossile trovano vie di esportazione che saltano lo Stretto di Hormuz. Tale citazione registra fatti visibili in corso: il raddoppio dell’oleodotto negli Emirati che sbocca direttamente nel Golfo di Oman saltando Hormuz; lo studio in Iraq per ripristinare e costruire oleodotti con sbocco nel Mediterraneo (in Turchia o Siria che ormai è un protettorato turco); l’aumento dei flussi dai giacimenti sauditi nel Golfo Persico nell’oleodotto trasversale che li collega al Mar Rosso. Tuttavia, per gli interessi europei, la quantità di rifornimenti dal Medio Oriente esistente prima del conflitto americo-israeliano-iraniano del 2026 sarebbe ripristinabile in due o tre anni, creando per questo periodo una scarsità che terrebbe i prezzi energetici fossili in tensione.

Io spero che, nell’incontro di fine settembre tra Donald Trump e Xi Jinping, la Cina prema sull’Iran per una resa e conseguente riapertura di Hormuz, nonché un disinnesco della minaccia Huthi sui transiti petroliferi via Bab el Mandeb. Tuttavia, non sono molto ottimista. La reazione della Cina all’annuncio della guerra economica totale è stata molto dura contro l’America. E Washington ha enfatizzato che la punizione americana contro qualsiasi nazione che aiuti l’Iran sarà pesantissima. In teoria la Cina potrebbe aumentare l’import di energia fossile dalla Russia, ora limitato proprio dalle pressioni americane su Pechino, facendo felice Mosca. In sintesi, la convergenza sinoamericana sta perdendo probabilità. A ciò si aggiunge il fatto che l’America, pur non immune dai rialzi dei prezzi petroliferi, è in situazione di autonomia energetica con in più una forte capacità esportatrice.

Ma non voglio complicare troppo le elocubrazioni di scenario concentrandomi sul punto di massimo interesse per l’Italia e l’Ue: mantenere un comportamento passivo su questo scenario, avendo ancora una forte dipendenza – che è in corso di riduzione, ma in molti anni – dall’importazione di combustibili fossili è un rischio economico grave che richiede minimizzazione attiva e secondo me urgente. Due opzioni: 1) differenziare le forniture; 2) convergere con la pressione statunitense contro l’Iran per colmarne il gap di deterrenza. La prima opzione ha tempi lunghi e comporta un abbandono delle nazioni arabe sunnite del Golfo disfunzionale per gli interessi europei e in particolare italiani nel Mediterraneo, con il corollario delicato dell’emergere di una Turchia come potenza islamica sunnita protettrice delle altre nazioni islamiche-sunnite. La seconda opzione è considerata dalla stragrande maggioranza di analisti e politici europei e italiani impraticabile a causa dei comportamenti atipici di Trump che riducono l’affidabilità di Washington. Ma Italia e Ue devono scegliere una strategia che minimizzi sia il rischio economico di costi energetici sia di perdita di influenza geopolitica che si sta alzando proprio per la passività sul caso iraniano. Per tale motivo di interesse nazionale composto con quello europeo tra le due opzioni scelgo e suggerisco la seconda perché rischio minore.

www.carlopelanda.com

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