Blinken e Cameron mediano. «Offerta tregua di 40 giorni Hamas decida in fretta»
Antony Blinken (Ansa)
  • Diplomazia al lavoro a Riad. Gerusalemme chiede il rilascio di tutti i 33 ostaggi in vita, i terroristi ne offrono 20. Washington accusa cinque unità dell’Idf: «Gravi violazioni».
  • Occupazione lampo dei filo palestinesi nella prestigiosa università francese.

Lo speciale contiene due articoli.

Qualcosa inizia a muoversi sulla questione degli ostaggi in mano ad Hamas? Centro della diplomazia mediorientale è diventato ieri il World Economic Forum di Riad, a cui – tra gli altri – ha partecipato Tony Blinken. Sul tavolo è stato innanzitutto posto l’eventuale accordo tra Israele e Hamas su ostaggi e cessate il fuoco.

«Hamas ha davanti a sé una proposta straordinariamente, straordinariamente generosa da parte di Israele», ha detto il segretario di Stato americano. «Devono decidere. E devono decidere rapidamente. Sono fiducioso che prenderanno la decisione giusta», ha aggiunto. Secondo il ministro degli Esteri britannico, David Cameron, la proposta prevedrebbe la liberazione degli ostaggi in mano ad Hamas e quella di «migliaia» di prigionieri palestinesi, oltre a un cessate il fuoco di 40 giorni. Inoltre, Israele ha chiesto il rilascio di 33 ostaggi (anche se, secondo indiscrezioni, Hamas sarebbe disposta a consegnarne solo 20). Non solo. Blinken ha anche ribadito l’opposizione di Washington a un’eventuale offensiva israeliana contro Rafah. «Non abbiamo ancora visto un piano che ci dia fiducia che i civili possano essere efficacemente protetti», ha spiegato il capo del Dipartimento di Stato americano.

A parlare al World Economic Forum è stato anche il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, che si è detto «fiducioso». Anche Antonio Tajani ha detto che i negoziati sarebbero «a un punto di svolta». Nel frattempo, oggi al Cairo è atteso un team negoziale israeliano che dovrà esaminare la risposta di Hamas. Se qualcosa sembra iniziare timidamente a muoversi, va però anche registrato come, ieri, il portavoce della stessa Hamas, Osama Hamdan, abbia rilasciato dei commenti piuttosto freddi. «Dal paper israeliano risulta chiaro che continuano a insistere su due questioni principali. Non vogliono un cessate il fuoco totale e non parlano seriamente del ritiro da Gaza. In effetti, stanno ancora parlando della loro presenza: il che significa che continueranno a occupare Gaza», ha detto. «Fermare gli attacchi contro i palestinesi non è generoso. L’attacco in sé è un crimine», ha aggiunto, replicando a Blinken. Eppure, Hamdan non ha chiuso del tutto la porta a un’intesa, precisando: «Abbiamo domande serie per i mediatori. Se ci saranno risposte positive, penso che potremo andare avanti».

La strada comunque non è in discesa. Secondo Bloomberg News, Washington teme le mosse della Corte penale internazionale, che potrebbe presto spiccare dei mandati d’arresto contro Benjamin Netanyahu e alcuni funzionari israeliani, oltre che contro una parte dei vertici di Hamas. In particolare, gli americani temerebbero che una simile eventualità possa far saltare l’accordo sugli ostaggi. «Israele non è membro del tribunale, con sede all’Aia, e non riconosce la sua giurisdizione, ma i territori palestinesi sono stati ammessi come Stato membro nel 2015», ha riferito il Times of Israel. Scetticismo sull’accordo è stato infine espresso da Donald Trump. «Israele scoprirà, molto tristemente, che ci sono molti meno ostaggi di quanto si pensi attualmente. Ecco perché è difficile per Hamas raggiungere un accordo», ha affermato ieri su Truth.

Ma l’eventuale intesa con Hamas non è l’unico dossier sul tavolo. In primis, l’alto rappresentante Ue per gli Affari esteri, Josep Borrell, ha reso noto che alcuni Paesi membri dell’Unione europea potrebbero riconoscere uno Stato palestinese entro maggio. In secondo luogo, a essere in discussione è anche un accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Israele: un accordo che gli americani stanno tentando di mediare. «Il lavoro che l’Arabia Saudita e gli Usa hanno svolto insieme in termini di accordi, penso, è potenzialmente molto vicino al completamento», ha detto ieri Blinken. «Ma poi, per andare avanti con la normalizzazione, saranno necessarie due cose: la calma a Gaza e un percorso credibile verso uno Stato palestinese», ha proseguito.

In particolare, secondo la testata Al Monitor, Washington sarebbe pronta a offrire un pacchetto di aiuti per la sicurezza a Riad in cambio della sua normalizzazione delle relazioni con Gerusalemme. Ricordiamo che, a settembre, tale svolta sembrava a portata di mano, ma che – dopo il brutale attacco del 7 ottobre perpetrato da Hamas contro lo Stato ebraico – il processo diplomatico è stato congelato. Ieri, comunque, il ministro degli Esteri saudita, Faisal bin Farhan Al Saud, si è mostrato aperturista su un’intesa con gli Usa. «La maggior parte del lavoro è già stata fatta. Abbiamo le grandi linee di ciò che pensiamo debba accadere sul fronte palestinese», ha affermato.

D’altronde, Joe Biden ha bisogno di un risultato in politica estera nel mezzo della campagna elettorale per le presidenziali di novembre. Tuttavia emerge un’incognita. Da una parte, i sauditi, nonostante una distensione in corso con l’Iran, temono il programma nucleare di Teheran: un elemento che li sta spingendo nuovamente a convergere con Israele. Dall’altra, i rapporti tra Riad e l’amministrazione Biden sono sempre stati molto freddi: bisognerà quindi capire se i sauditi accelereranno nella normalizzazione oppure, pur di non dare un assist a Biden, aspetteranno le presidenziali di novembre. Come che sia, Teheran teme l’isolamento. Non a caso, ieri il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Nasser Kanaani, ha voluto sottolineare il disgelo, avviato un anno fa, tra Riad e la Repubblica islamica.

Infine, ieri il dipartimento di Stato Usa ha ritenuto cinque unità dell’esercito israeliano responsabili di «gravi violazioni dei diritti umani» prima del 7 ottobre.

Da non perdere

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz
Mondo

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz

A detta di Trump si svolgeranno oggi in Qatar «i colloqui voluti dal regime». Secondo Axios si tratterebbe di vertici separati tra i tecnici nemici e i mediatori del Paese del Golfo e del Pakistan. Gli ayatollah frenano: «Nessun meeting con la Casa Bianca».