- Gisberto Carlo Sassi, il patron di Doriani: «I nostri capi sono tutti prodotti a Biella. Le nuove avventure? L’ecommerce e il ristorante di Milano».
- Lubiam crea una capsule collection ispirata all’arte di Giulio Romano. Da ottobre Mantova dedica una grande mostra al pittore e architetto rinascimentale.
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Lo speciale contiene tre articoli e gallery fotografiche.
Un invito della regina Elisabetta per andare ad Ascot. Obbligatoriamente in tight. E per un milanese doc che si rispetti (di rigore la riservatezza del nome), rivolgersi a Doriani per poter partecipare al prestigioso evento con l’abito giusto, confezionato apposta, diventa ovvio. «L’abbiamo consegnato poco prima della partenza per Londra, lo si può vedere su Instagram», racconta Gisberto Carlo Sassi, fondatore e ad del marchio. Citare Milano e i milanesi parlando di Doriani è normale come nominare la Madonnina. Lo dice e lo conferma la storia di una famiglia che in questa città ha gettato le sue basi fin dal 1930. «La mia famiglia è nel settore tessile da sempre. Con diverse evoluzioni: mio nonno, milanesissimo industriale tessile, in quegli anni faceva bretelle, cravatte e cinture elastiche. Nel 1947 mio padre ha creato la Storm, azienda di confezioni e capospalla, principalmente impermeabili e cappotti. Sull’onda di un successo duraturo riuscì a creare una catena di 24 negozi importanti in tutta Italia».
Lei quando ha iniziato a farne parte?
«Negli anni Settanta, mentre facevo l’università, ho cominciato a lavorare con mio padre. Rappresento la terza generazione e ci stiamo avviando alla quarta con mia figlia che da due anni è in azienda. Ha fatto esperienze con altri brand e poi è arrivata qui. I giovani hanno grandi responsabilità sulle spalle quando si trovano a proseguire un percorso già avviato e lei se la deve sentire davvero di andare avanti sulla nostra strada. Altrimenti, meglio lasciare».
Che cambiamenti ha portato entrando in azienda?
«Prima di tutto il marchio che prese il nome Doriani, acquisito nel tempo, e a quel punto sposai la filosofia del cashmere che in quegli anni non era così sentita come oggi. Allora era cashmere di emanazione inglese di marchi ben noti che funzionavano in maniera completamente diversa. Il pullover di cashmere era considerato un capo da papà, addirittura da nonno, in colori tristi come il grigio, il cammello, al massimo il bordeaux, e l’intuizione fortunata fu quella di trasferire la tavolozza dei colori nelle maglie di cashmere prendendo spunto dalle vacanze degli italiani di un certo tipo, che andavano a Portofino, a Capri, a Forte dei Marmi e che magari si buttavano il pullover sulle spalle la sera. Questo trasformò il concetto d’uso. E per completezza diventammo Doriani cashmere».
Precorse i tempi al punto che oggi siete famosi per il cashmere su misura.
«Un cliente con particolari esigenze di forme, di colori, di taglie ha la possibilità di ordinare il capo come meglio crede. Abbiamo inserito questa opportunità da qualche anno e non solo nei nostri negozi di proprietà. Noi vendiamo in tutto il mondo in 270 punti vendita e diamo la possibilità ai multibrand che trattano il nostro marchio di accontentare il cliente assecondandolo in qualsiasi richiesta. In quattro/cinque settimane la maglia viene consegnata».
Dove si trovano i vostri laboratori?
«Oggi sono nel comprensorio di Biella, la patria dei tessuti, della maglieria e dei filati. Il cashmere lo acquistiamo dalle due ditte più importanti italiane, il nostro manufatto è al 100% italiano e per mantenere il vero made in Italy ci approvvigioniamo dei tessuti e dei filati solo da aziende italiane leader. Ce la mettiamo tutta per garantire che il made in Italy sia totale».
In pratica, siete super specializzati nel cashmere.
«Ma non facciamo solo quello. A livello di distribuzione, oltre alle maglie di cashmere vendiamo ai multibrand nel mondo con il marchio Doriani una collezione composta da polo e camicie, giacche di nylon tipo wind jacket, giacconi sportivi e intimo, tutti capi che hanno preso molto piede e oggi rappresentano un 35% del volume di vendita, erodendo un po’ la maglia. Spaziamo tra tante cose. Doriani, nel mondo, è tutto quello che si indossa “sopra la cintura”. Nei nostri negozi, invece, c’è il pacchetto completo: dalla calzatura all’abito, alle camicie, ai pantaloni, alle maglie, tutto su misura con tanto di stanza sartoriale dedicata».
Il negozio più importante e rappresentativo è quello di Milano in via Sant’Andrea, conosciuto e visitato da una clientela internazionale.
«A fine anno proprio questo negozio, dove hanno sede il quartiere generale, la showroom e gli uffici, verrà ampliato fino a triplicare lo spazio espositivo raggiungendo una superficie di circa 500 metri quadrati su due livelli con nove vetrine. Investimenti e ampliamenti destinati a cambiare il volto dell’azienda che a Milano ha un’altra boutique, in via Gesù, a cui si aggiungono i monomarca di Portofino, Forte dei Marmi (che festeggia i 20 anni), Santa Margherita Ligure, Venezia (all’interno dell’hotel Cipriani), Montecarlo e Mosca, oltre a 270 clienti all’ingrosso selezionati nel mondo. Sono previste l’apertura di altre tre boutique, di cui due in Italia e la terza a Londra, mentre le vendite online dovrebbero partire nei prossimi mesi con un test di lancio dell’ecommerce, per cui è già stata sviluppata la piattaforma focalizzato solo su selezionate tipologie di prodotto».
Quando è iniziata l’espansione all’estero?
«Circa 12 anni fa. Prima producevamo per i negozi di nostra proprietà, poi le continue richieste ci hanno orientato verso un’espansione globale. I nostri mercati di elezione sono la Russia e tutti i Paesi dell’ex Unione Sovietica, il Nord Europa, Benelux, Scandinavia, Svezia, Svizzera e Austria. Maglie e giacconi sportivi ci identificano e sono richiestissimi».
Per i 45 anni del marchio vi siete regalati il Doriani Solferino restaurant.
«È una follia ma molto divertente. Già tre anni fa avevo aperto un altro ristorante in via Montenapoleone, esperienza negativa a causa di soci con cui non siamo andati d’accordo. Chiusa quell’esperienza, appena mi è capitata l’occasione ho riaperto nel quartiere di Brera. I marchi più grandi di noi stanno investendo in tutto quello che è food. Noi, nel nostro piccolo, abbiamo fatto lo stesso».
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