Si rivolsero al boss, vigilesse licenziate. Ma hanno fatto la stessa cosa del sindaco
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
Avevano chiesto protezione proprio come Antonio Decaro, che le ha cacciate. E lui?

Due vigilesse sono state licenziate a Bari per avere chiesto aiuto al boss per vendicare gli insulti e le minacce ricevute da un automobilista. Il caso era finito in Procura, perché al «colpevole» dell’aggressione era poi stata rubata l’auto. Secondo il pm, che ha indagato sulla faccenda, il comportamento tenuto dalle due vigilesse era di «assoluta riverenza» nei confronti del capoclan, perché invece di reagire agli insulti e di denunciare avevano preferito chiamare una persona vicina al boss per ottenere «giustizia».

Fin qui la cronaca, ma di fronte alla notizia viene spontanea una domanda: il Comune di Bari che licenzia le due agenti della polizia municipale è lo stesso Comune guidato da un sindaco che, secondo quanto raccontato da Michele Emiliano, invece di denunciare un’intimidazione piuttosto pesante, se ne andò come uno scolaretto a trovare la sorella del boss al seguito dello stesso governatore della Puglia? Perché il comportamento è censurabile fino al licenziamento se commesso da due vigilesse e non lo è se, invece, è un sindaco che, minacciato, preferisce tacere e rivolgersi a persone vicine al clan?

Ormai è accertato, nonostante Emiliano abbia provato a fare marcia indietro e salvare Antonio Decaro. Lo stesso sindaco di Bari, dopo aver taciuto per anni, quando quattro giorni fa il caso è deflagrato sulla stampa nazionale, ha tentato di smentire e di sostenere che mai lui si fosse recato a casa della sorella del boss. Ma basta vedere la registrazione andata in onda due anni fa su Telenorba (è stata mostrata durante la puntata di L’aria che tira, su La7) non soltanto per ascoltare da Emiliano il racconto dell’episodio che ha riferito in piazza sabato scorso, ma anche per veder il volto di Decaro che annuisce e si guarda bene dal sostenere che mai lui, dopo una minaccia, con una pistola, «baciò la pantofola» alla famiglia del boss. Insomma, l’incontro ravvicinato ci fu. Come ci fu il silenzio di fronte alla pesante intimidazione.

Che altro deve fare la malavita, oltre a puntare un revolver alle spalle di un assessore – questo ha detto Emiliano -, per essere denunciata? Il governatore ora dice che di fronte a un simile avvertimento erano sufficienti due parole bonarie e che dire «ti affido il mio assessore», come da lui raccontato, non significa ingraziarsi la benevolenza della sorella del capoclan o dimostrare riverenza.

E allora le due vigilesse messe alla porta, perché invece di denunciare insulti e minacce si sono rivolte all’autista del boss? Rivolgersi allo chaffeur è più grave che parlare con un parente? Ora, è evidente che in queste vicende si usano due pesi e due misure. Da un lato ci sono due agenti della polizia municipale, dall’altro il sindaco e prossimo candidato del Partito democratico alle elezioni europee. Dunque, le prime possono essere licenziate e il secondo va difeso con le unghie e con i denti anche contro l’evidenza.

Il caso delle vigilesse, tuttavia, ha anche un altro risvolto interessante. Entrambe le donne sono chiamate in causa nell’inchiesta della Procura che ha portato a 130 arresti e che ha originato gli accertamenti disposti dal ministro dell’Interno sulle infiltrazioni della criminalità nel Comune di Bari. Se servivano altri elementi per giustificare l’azione di Piantedosi, eccoli forniti direttamente dallo stesso Comune.

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