Il Pd ha paura e si butta sul fascismo

Puntuale come le cambiali in scadenza, è arrivato l’allarme antifascismo. A incaricarsi di lanciarlo è stato Nicola Zingaretti, il tutto pare per una mascherina con la fiamma che ha scaldato gli animi degli ultimi partigiani. Che il segretario del Pd abbia tolto dalla soffitta uno degli argomenti più vecchi e noiosi della campagna elettorale è però il segno che ai piani alti del Nazareno devono aver ricevuto sondaggi disastrosi, in particolare per quanto riguarda la Toscana. Già, perché solo la paura di perdere una delle regioni più rosse deve aver indotto a parlare di un pericolo che non c’è, come quello del ritorno del fascismo.
Intendiamoci, niente di nuovo. La stessa tiritera (…)

(…) contro le camicie nere che secondo lui stringerebbero d’assedio la democrazia italiana, Zingaretti l’aveva rispolverata nella primavera di un anno fa, in vista delle elezioni europee. Anche allora per la sinistra buttava male e così il governatore del Lazio si fece intervistare da Repubblica per ribadire il proprio impegno contro la mafia e i fascisti. All’epoca non c’erano i commercialisti della Lega da sventolare sotto il naso di Matteo Salvini, ma le accuse al sottosegretario Armando Siri, il teorico della flat tax accusato di aver agevolato un emendamento che piaceva anche ai boss. E poi, visto che solo quello non attaccava, in campagna elettorale il segretario si era ricordato di tirar fuori il fazzoletto rosso di autentico garibaldino. «Dalla mafia ai fascisti, al voto contro questa alleanza». Peccato che poi, pochi mesi dopo, con un pezzo di quella alleanza, ossia con i grillini, Zingaretti ci abbia fatto un governo e oggi addirittura progetti, dopo aver indebitato l’Italia, di spendere un sacco di soldi e di eleggere un nuovo presidente della Repubblica.

Che l’allarme fascismo (ma anche quello riguardante la mafia) non avesse spaventato gli elettori, lo dimostrò il risultato del voto. Quando si aprirono le urne, si scoprì infatti che la Lega, cioè il movimento brutto sporco e cattivo secondo il segretario del Pd, aveva raddoppiato i voti. Del resto, era difficile che gli italiani cadessero nel tranello di Zingaretti. Come si fa infatti ad aver paura di un ritorno delle camicie nere, quando alle elezioni i movimenti che paiono rifarsi al Ventennio racimolano al massimo poche decine di migliaia di voti? Nel 2018, quando si presentarono sia Casa Pound che Forza Nuova, Paolo Berizzi, un giornalista di Repubblica esperto in cose nere, scrisse che le due formazioni avevano raccolto percentuali «da prefisso telefonico». O, per dirla con il commento della presidente dell’Anpi, Carla Nespolo, da «irrilevanza».

Ma, come dicevamo, se il segretario del Partito democratico è ricorso all’armamentario più vecchio e logoro che ci sia per scaldare i cuori rossi della Toscana, delle Marche e della Puglia, tre regioni dove la sinistra rischia di perdere, vuol dire che gli esperti non promettono nulla di buono. Non a caso, pare che negli ultimi giorni, oltre a mobilitare le truppe, Zingaretti si sia dato da fare per blindare il governo, assicurandosi che anche in caso di rovesci Conte e compagni non vadano a casa. Perdere le regioni e pure Palazzo Chigi sarebbe catastrofico. Ma ancor di più lo sarebbe dover rinunciare a reggere i cordoni della borsa, ossia non poter mettere le mani sulla montagna di soldi che promette di arrivare da Bruxelles. Per di più, oltre ai ministeri e ai posti di potere, Zinga e i suoi dovrebbero dire addio anche al Quirinale, perché caduto l’esecutivo cadrebbe pure il Parlamento, e con nuove Camere non è detto che la maggioranza per eleggere il capo dello Stato sarebbe quella di sinistra.

Sì, insomma, più delle altre volte urge una mobilitazione delle forze democratiche e antifasciste. Tradotto, i compagni, con l’aiuto dei grillini, faranno di tutto per non andare a casa e rimanere incollati alla poltrona. Voto disgiunto, voto congiunto, voto a perdere. Pur di non cedere si inventeranno ogni cosa. Certo, se oltre a inanellare una serie di sconfitte alle regionali capitasse pure di prendere un vaffa al referendum, le cose potrebbero precipitare. Ve lo immaginate? Perdere le roccaforti e beccarsi un plebiscito di No? Per una cosa del genere uno potrebbe perfino rinunciare al piacere massimo di veder finalmente ridotti i parlamentari. Però, meglio non sognare. Lunedì potremmo svegliarci in un clima da un incubo. Cioè con Conte e Zinga sorridenti e il peggio che avanza.

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