Processano i morti di «Charlie» anziché i killer
Al teatro Manzoni di Milano, una rappresentazione metterà alla sbarra i vignettisti trucidati dai terroristi islamici a Parigi. La tesi: se la sarebbero cercata facendo satira sui musulmani, una categoria sulla quale in Italia la libertà d’espressione è a intermittenza.

Erano tutti Charlie. Ma solo l’11 gennaio di quattro anni fa, cioè dopo la strage in cui furono assassinate 12 persone, tra le quali sette vignettisti del settimanale satirico Charlie Hebdo. Quando i disegnatori furono uccisi a sangue freddo dai fratelli Kouachi, il mondo intero sposò la causa di quegli ironici dissacratori che, con in mano un pennarello, avevano osato prendere in giro Maometto e per questo erano stati ammazzati. A unirsi al coro di solidarietà furono perfino quei regimi dittatoriali islamici che avrebbero certo condannato a morte un loro giornalista che avesse osato scrivere un decimo delle cose pubblicate dal settimanale francese.

In tanti, dunque, sfilarono con la matita in mano l’11 gennaio, impugnando il lapis come simbolo di libertà. Il diritto alla satira fu testimoniato da una manifestazione in piazza a cui parteciparono fior di capi di Stato. Ma, appunto, ciò avveniva quattro anni fa, sull’onda dell’emozione, a sangue appena versato.

Immaginavamo che, dimenticati i colpi di kalashnikov, gran parte dei manifestanti si sarebbe poi dimenticata anche dei vignettisti e della loro morte. E così è stato, perché a distanza di quattro anni nessuno parla più del loro assassinio e delle motivazioni che portarono a quell’attentato che, forse giova ricordarlo, fu condotto al grido di «Allah è grande». Ma oltre a dimenticare gli uomini e le donne uccisi nella redazione di Charlie Hebdo si è fatto di peggio: li si è messi sul banco degli imputati. La presa di distanza seguita alla manifestazione in cui tutti si dichiaravano Charlie cominciò un secondo dopo lo scioglimento del corteo. Fu papa Bergoglio il primo, quando a pochi giorni dalla strage se ne uscì con una frase che mandò in frantumi alcuni millenni di dottrina della tolleranza. Altro che porgere l’altra guancia, come insegna Gesù nel Vangelo, con il discorso della montagna. «Se uno offende mia mamma gli do un pugno», spiegò il pontefice, lasciando capire che aver offeso la religione islamica, ritraendo il profeta dell’islam e prendendolo in giro, aveva esposto i vignettisti alla reazione dei fedeli di Allah. Non era una giustificazione, ma quasi.

Il concetto fu chiaro a chiunque. Quelli se la sono cercata. Perché un conto è prendersela con Silvio Berlusconi, disegnandolo come un vecchio satiro, un conto è giocare con la barba del profeta. A scherzare con il Cavaliere il massimo che poteva capitare era ricevere una querela. E visto che ciò, fino a qualche tempo fa, era considerato in certi ambienti una medaglia, si poteva perfino trarne beneficio, passando per martiri della libertà di stampa e di satira. Del resto, fino a che si prendono in giro i morti per il terremoto non si rischia niente, ma con i discepoli dell’islam è meglio evitare. Così, da «siamo tutti Charlie», nel giro di qualche settimana, spenta l’eco degli spari, si è passati a «loro erano Charlie», sottinteso: noi siamo più seri e rispettosi della religione di tutti. Con il risultato che, dopo le molte dichiarazioni di fermezza, con frasi in cui noti vignettisti garantivano che la strage non avrebbe fermato la loro matita e men che meno li avrebbe indotti a usare il cancellino, poi di seguire l’esempio dei creativi di Charlie, ironizzando su Maometto, se ne sono guardati bene.

Fin qui eravamo preparati: i coraggiosi disegnatori abbiamo imparato a conoscerli quando ironizzavano sulla parte politicamente avversa sapendola inoffensiva e con il coro dei sostenitori che li incitava a difesa della libertà di satira. Meno preparati, invece, eravamo all’idea che dopo essersi dichiarati tutti Charlie, a qualcuno venisse l’idea di mettere i vignettisti morti sul banco degli imputati. Sì, avete letto bene. Lunedì 4 marzo, a Milano, andrà in scena il processo al settimanale satirico francese e dunque anche a loro, alle vittime. Per la serie Personaggi e protagonisti: incontri con la storia, al teatro Manzoni si terrà il dibattimento sul Caso Charlie Hebdo: colpevole o innocente? Una domanda che appare incredibile, perché gli assassinati sono evidentemente gli innocenti, mentre i carnefici sono coloro che li hanno tolti di mezzo. Non esiste nessun Caso Charlie Hebdo, come invece si intitola il processo-spettacolo, ma esiste solo un caso su cui è obbligo discutere ed è il terrorismo di matrice islamica. I vignettisti non possono essere sospettati di essere colpevoli o innocenti, semplicemente perché gli assassini non sono loro. Loro sono e rimarranno sempre le vittime. Ma questo forse è difficile da far capire a chi pavidamente preferisce essere libero a intermittenza, così da poter irridere solo chi non minaccia di tagliarti la gola.

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