Non vogliamo «seppellire» nessuno ma le lacrime (finte) non assolvono
Avere una moglie che se ne va in giro vestita con abiti di lusso e ostenta un set di valigie Vuitton, occhialoni leopardati, sciarpe Fendi e gioielli luccicanti non è reato. Ognuno ha diritto di agghindarsi come gli pare e di avere un guardaroba super firmato, se lo desidera. Il problema è che l’outfit della consorte stride se ci si atteggia a paladini dei migranti e soprattutto se la signora guida una cooperativa che, invece di dare lavoro agli extracomunitari, deve dare loro 400.000 euro di stipendi arretrati.

Aboubakar Soumahoro, l’ultimo degli eroi messi in campo dalla sinistra, sindacalista dei braccianti arrivato dalla Costa d’Avorio e dunque perfetto per impersonare lo straniero sfruttato dal sistema, frigna e dice che i sospetti sulla moglie e sulla suocera, per quei profughi ospitati in stanze gelate e con vitto scadente, sono un modo per colpire la sua attività a favore dei più deboli.

In un messaggio via Instagram, il deputato di Verdi e sinistra piange e si domanda perché qualcuno gli stia facendo questo. «Mi dite che cosa vi ho fatto?», chiede mentre le lacrime gli rigano il viso e tiene le mani congiunte. Una recita penosa in favore di telecamere, in cui l’onorevole, che il primo giorno a Montecitorio si presentò con i gambali da contadino sporchi di fango, sostiene che qualcuno lo vuole morto. Nel video non si capisce con chi ce l’abbia, anche perché i sospetti sulla moglie sono frutto di denunce presentate dal sindacato e nei confronti della suocera c’è un’indagine della Procura. In altre parole, è difficile credere che i pm lo vogliano morto o che ad attentare alla sua vita di sindacalista che si è fatto strada fino a occupare una poltrona da parlamentare siano i suoi colleghi sindacalisti.

Ma una volta messo da parte il pianto via Instagram, Soumahoro si è ripreso e ha guadagnato un’altra poltrona, questa volta non alla Camera ma alla 7. Durante la trasmissione In onda con David Parenzo e Concita De Gregorio a fargli da spalle, al deputato della sinistra è stato consentito di ripetersi senza contraddittorio, cioè senza nessuno che gli chiedesse conto sulla base di quali informazioni formulasse le sue accuse. In compenso, Soumahoro ha potuto puntare il dito in maniera più precisa contro chi attenta alla sua vita, cioè contro di noi. Eh sì, a volerlo morto e a farlo piangere sarebbero i giornali di destra e il nostro ovviamente è stato messo in prima fila sul banco degli imputati.

Vale allora la pena di chiarire alcune cose. La prima riguarda la carriera del nuovo paladino della sinistra e dei talk show dove i compagni se la cantano e se la suonano senza diritto di replica. Il neo deputato è giunto in Italia una ventina di anni fa e, dopo una laurea in sociologia conseguita all’Università Partenope di Napoli, ha sposato la causa dei migranti, divenendo coordinatore dei braccianti di un sindacato di base. L’ex profugo si è intestato la lotta contro il caporalato e lo sfruttamento dei lavoratori extracomunitari, ma la vera svolta è coincisa con l’assassinio di Soumaila Sacko, anch’egli sindacalista di base. La sua morte ha attirato l’attenzione dei media sulle condizioni di lavoro nei campi e sulle condizioni di vita nelle baraccopoli del Mezzogiorno. Così Soumahoro ha conquistato l’attenzione di giornalisti e politici, guadagnando una rubrica sull’Espresso e apparizioni in tv su La 7. La carriera politica di lì in poi prosegue senza sosta, fino a sfociare alle ultime elezioni in una candidatura con i Verdi e la sinistra. Ma prima del voto, ecco spuntare le prime denunce e ad accusarlo sono i suoi ex compagni, i quali in un servizio pubblicato dalla Verità si sono chiesti che fine abbiano fatto i soldi raccolti per fronteggiare l’emergenza Covid in quelle case di lamiera per braccianti stranieri. Secondo l’accusa, una parte di quei fondi non sarebbe arrivata a destinazione e chi è rimasto a spezzarsi la schiena nei campi pretendeva una rendicontazione che non è arrivata. Ma oltre al denaro, le denunce parlavano pure di metodi poco ortodossi nella difesa degli interessi dei lavoratori, accusando il futuro deputato di essersi occupato solo della propria immagine e della propria carriera. Diciamo che per un candidato a fare il paladino degli oppressi quello non è stato un bel biglietto da visita, anche se l’aspirante onorevole in campagna elettorale reagì minacciando querele, promesse che non si sa se abbiano avuto seguito, visto che in tv nessuno si è sognato di chiederlo.

Ma a quei primi sospetti, ecco ora aggiungersene altri, questa volta da parte di altri sindacalisti, i quali hanno presentato varie denunce, accusando questa volta la moglie e la suocera di Soumahoro, che peraltro è nel mirino pure della Procura per un’altra inchiesta. «Mi vogliono morto», si lagna colui che si è autonominato difensore degli oppressi. No, vogliono solo che sia fatta luce su alcuni episodi e fare la vittima non aiuta a chiarire, ma semmai a non rispondere. Per quanto ci riguarda, non vogliano uccidere nessuno, però non vogliamo neppure chiudere gli occhi di fronte allo sfruttamento che troppo spesso viene fatto da personaggi senza scrupoli che si arricchiscono con i migranti.

Dicevamo: non c’è reato a rivestirsi con marchi alla moda, a patto però che chi li indossa se li sia pagati. È anche vero che i reati – se esistono – sono personali e non si spartiscono con il coniuge. Però ci sono delle conseguenze politiche, che chiunque può trarre senza nascondersi dietro alle lacrime. Peraltro finte.

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