Nelle rose del governo c’è la spina di Milano
Giorgia Meloni (Ansa)
Se non vuol vanificare il suo 28,8%, il premier dovrà battersi sia a Bruxelles sia su dossier come riforme e manovra. Ma soprattutto deve conquistare la capitale economica del Nord, da 13 anni in mano alla sinistra. Stavolta il candidato sindaco va scelto per tempo.

Messi da parte i festeggiamenti per i buoni risultati delle elezioni, Giorgia Meloni ha davanti a sé una serie di problemi da affrontare. Il primo è come far fruttare in Europa quel 28,8% appena conquistato. Il suo è l’unico governo tra quelli dei Paesi fondatori della Ue ad essere cresciuto. In Francia sappiamo com’è andata, in Germania pure: l’asse tra Berlino e Parigi che per anni ha dominato il vecchio continente è in crisi. Oltre ai macroniani sono in difficoltà i socialdemocratici tedeschi ed entrambi sembrano intenzionati ad arroccarsi, escludendo i partiti che hanno vinto la sfida dell’8 e 9 giugno. Il compito del presidente del Consiglio è dunque di non rendere vano quel quasi 29% e più in generale quel 47% conquistato dalla coalizione al governo da un anno e mezzo. Pochi esecutivi possono vantare una tenuta simile, nonostante le difficoltà economiche, la guerra e i problemi di sicurezza. Dunque, Giorgia Meloni avrà il suo bel da fare nelle prossime settimane. E non soltanto a Bruxelles, con la formazione della nuova Commissione, dove conta di poter conquistare un incarico di peso, ma anche in Italia, dove nelle prossime settimane e nei prossimi mesi dovrà affrontare una serie di dossier rimasti sospesi a causa della campagna elettorale. Tra questi il più spinoso è quello che riguarda i conti pubblici, in particolare per quanto riguarda la manovra d’autunno. Grazie a Giuseppe Conte e alle follie della sua stagione al governo (reddito di cittadinanza, ma soprattutto Superbonus) non c’è un quattrino da spendere. Anzi, ce ne sono molti da trovare per rispettare i parametri europei.

Tuttavia, oltre a questi temi, per altro abbastanza noti, c’è una questione politica che emerge con il voto di sabato e domenica e credo che il premier non possa ignorarla. Il tema si chiama Milano e più in generale Lombardia. La regione più popolosa d’Italia, che è anche quella economicamente più solida e avanzata in termini di servizi, è da sempre amministrata dal centrodestra. I tentativi di scalzare la maggioranza moderata si sono sempre risolti malamente, anche quando a sinistra hanno schierato piacioni come il sindaco di Bergamo Giorgio Gori. Da trent’anni la Regione è amministrata da leghisti o esponenti di Forza Italia. Però se ad ogni elezione le scelte dei lombardi premiano il centrodestra, la stessa cosa non si può dire nelle città. Se si esclude Sondrio, non c’è un capoluogo di provincia che sia guidato da un esponente di Fratelli d’Italia, della Lega o di Forza Italia. Da Bergamo a Brescia, storicamente feudi democristiani, da Varese a Lecco, per un ventennio a guida leghista, oggi solo una delle dodici città lombarde è guidata dal centrodestra: tutte le altre sono in mano al Pd o a indipendenti di sinistra.

Se poi si guarda al capoluogo lombardo, il problema è ancora più preoccupante. Si parla tanto di Milano, guardando ad essa come modello, non tanto per la sicurezza ma per la rinascita di una città che da industriale si è trasformata in metropoli di eccellenza per i servizi, i centri di ricerca, l’innovazione, la moda, il design e l’università. Nessuno mai, quando Giorgio Bocca la descriveva come un centro cupo, assediato dallo smog, avrebbe potuto immaginare che Milano sarebbe divenuta una città turistica. Un successo? Beh, ovvio. Peccato che questo sia frutto delle giunte guidate dal centrodestra, che con una serie di investimenti hanno trasformato non soltanto lo skyline del centro, ma tutto il resto, rendendola una città che dalla sanità alla finanza attrae le competenze.

Il problema di Milano è che da 13 anni è amministrata dalla sinistra e se ha conquistato il triste primato di città meno sicura d’Italia (con il maggior numero di scippi, furti in abitazione e seconda o terza in classifica per gli stupri) lo si deve alle politiche attuate dalle cosiddette giunte progressiste. Da Pisapia a Sala, il problema causato in gran parte dall’immigrazione è stato a lungo sottovalutato, con i risultati che anche nelle ultime settimane si sono visti (un poliziotto accoltellato, altri che hanno rischiato la vita eccetera). Purtroppo, i risultati delle Europee non fanno ben sperare, perché in città il Pd è il primo partito e l’Alleanza Verdi e Sinistra il terzo, mentre Stati Uniti d’Europa e Azione, che in Italia non arrivano al 4%, a Milano scavalcano la Lega sfiorando il 6,5%. Fra due anni si voterà per rinnovare l’amministrazione e siccome Sala è al secondo mandato e dunque non è ricandidabile, rischiamo di veder eletto a Palazzo Chigi Pierfrancesco Majorino, un tipo da centri sociali che l’altr’anno il Pd candidò alla guida della Regione.

Ecco, la mia considerazione è semplice: si può accettare che la capitale economica del Paese resti nelle mani di una sinistra che sta riuscendo a rovinarla? Alle ultime due elezioni i candidati sono stati scelti all’ultimo momento e il risultato è stato disastroso. Ma se vuole consolidare il suo successo, Giorgia Meloni deve partire da Milano, dalla capitale del Nord, mettendo in campo le sue forze migliori, altrimenti prima o poi rischia di perdere oltre a tutte le città lombarde anche la Regione.

Da non perdere

Caro Piantedosi, abolisci la circolare anti Cpr
L'editoriale

Caro Piantedosi, abolisci la circolare anti Cpr

Lo scandalo di Ravenna non è stato reso possibile da una legge bislacca né dalla decisione di qualche magistrato politicizzato, bensì da una direttiva emanata dalla Lamorgese. Il Viminale ha tutti gli strumenti per cambiare le regole: è il momento di farlo.

Europa a pezzi

L’Europa vuole che andiamo a piedi

Non so se la frase attribuita a Maria Antonietta sia vera (rivolta ai francesi affamati, l’ultima regina dell’ancien régime avrebbe detto: «Se non hanno pane, che mangino brioche»). Probabilmente si tratta di un falso storico, nato dalla malevola interpretazione di…

Medici no Cpr. Non è obiezione di coscienza ma reato
L'editoriale

Medici no Cpr. Non è obiezione di coscienza ma reato

Chi recita il giuramento di Ippocrate non può arrogarsi il «diritto» di falsificare i certificati per attestare condizioni di salute che non sono reali solo per tornaconto ideologico. Non si tratta di obiezione di coscienza ma di un’associazione a delinquere.

Gli immigrati non salvano l’Inps, lo prosciugano
L'editoriale

Gli immigrati non salvano l’Inps, lo prosciugano

Secondo la sinistra, gli immigrati sono indispensabili per sostenere il nostro sistema di welfare, ovvero per pagarci le pensioni. Come si concili questo convincimento con i dati Istat, dai quali risulta che il 35,6% degli stranieri - vale a dire…