Ci sono poche carceri e troppi delinquenti stranieri
Sergio Mattarella durante l'incontro con i rappresentanti della Polizia penitenziaria (Ansa)

La denuncia di Mattarella contro il sovraffollamento delle carceri è stata oggetto di titoli e titoloni su gran parte dei giornali e nei principali tg.

Incontrando i rappresentanti degli agenti penitenziari, il presidente ha spiegato che la situazione delle prigioni italiane è insostenibile e si è detto indignato per il numero di suicidi che ogni anno si registrano nelle celle. Tutto vero: nei reclusori disseminati lungo la penisola le condizioni sono drammatiche, anche perché oltre alla carenza di servizi di assistenza i detenuti sono almeno un terzo in più di quelli che sarebbe legittimo ospitare.

Tuttavia, il sovraffollamento e le scarse condizioni sanitarie dei penitenziari nazionali non sono una scoperta. Se ne parla almeno da trenta o quarant’anni. Lo stesso Mattarella è più volte intervenuto sull’argomento: un anno fa, due anni fa e, andando indietro con la memoria, cinque anni fa. Ne ha parlato anche il Papa, non quello attuale, tre papi fa. Addirittura ci fu una visita in Parlamento di Wojtyla, in cui il pontefice si fece promettere un provvedimento di clemenza, che poi arrivò, con la liberazione di un certo numero di detenuti.

Insomma, quello del sovraffollamento è un problema cronico. E cronica è l’assoluta impermeabilità del sistema alla richiesta di costruire nuove carceri. In un Paese in cui i detenuti aumentano, sarebbe normale aspettarsi che anche i posti letto dietro le sbarre aumentassero. Si chiama pianificazione. Se crescono i pazienti, di regola si costruiscono nuovi ospedali. Se c’è un incrementano degli studenti, si aprono nuove scuole o università. Se le auto in circolazione raddoppiano, si fanno altre strade e si ingrandiscono i parcheggi. Per le carceri, no. Aumentano i condannati a trascorrere un periodo in cella, ma non si fanno nuove prigioni. L’immigrazione ha portato un maggior numero di detenuti, ma quando si parla di accoglienza per sostenere le necessità dell’economia (senza stranieri in futuro non sarà possibile pagare le pensioni, dicono in coro gli esponenti della sinistra terzomondista) nessuno fa cenno all’urgenza di costruire nuovi reclusori per rinchiudervi gli extracomunitari che delinquono.

Risultato, i discorsi del presidente della Repubblica si rivelano prediche inutili. Interventi che non producono alcun effetto concreto, se non, appunto, qualche titolo sui giornali e nei tg della sera. Un rito stanco che si ripete ogni anno, o quasi.

E dire che Mattarella il problema dovrebbe conoscerlo bene. Sta in politica dalla notte dei tempi, e già nella notte della Repubblica si parlava di carceri da costruire. A un certo punto scoppiò anche uno scandalo, con un parlamentare ed ex ministro del Psdi coinvolto nell’affare delle carceri d’oro. Dunque, se in quarant’anni o più non si è risolto il problema, che senso ha parlarne oggi? Ha senso, perché chi avrebbe dovuto intervenire prima, molti anni prima, cerca oggi di alleggerire il peso sulla coscienza sognando l’ennesima amnistia, oppure un indulto, o almeno un alleggerimento di pena, che abbuoni non i peccati ma gli anni che restano da scontare prima di essere rimessi fuori. È il colpo di spugna, che ogni tanto viene fatto dai governi per ridurre il sovraffollamento. Già ora, per chi è condannato, l’anno non è mai composto da 12 mesi ma da 11. Già adesso la buona condotta consente di ottenere benefici che accelerano la remissione in libertà. Se poi ci aggiungiamo l’indulto, una condanna a cinque anni può anche diventare di tre o due e mezzo. Perché è vero che esiste il sovraffollamento in carcere, ma c’è pure il sovraffollamento di misure per fare uscire i condannati in fretta. È una delle tante anomalie italiane, che si ripete a ogni estate. Fa caldo e in galera non c’è l’aria condizionata. Pensateci.

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