L’insostenibile doppia morale grillina sugli indagati

Premessa: per noi chiunque è da considerare innocente fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva di condanna. Ribadiamo: per noi. Ma per gran parte della classe politica una persona è da ritenere innocente fino a che non sia stata raggiunta da un avviso di garanzia, soprattutto se l’«avvisato» sta sulla sponda opposta, ossia non è del tuo partito, ma di quello avversario.

Dunque, nel recente passato abbiamo assistito alle dimissioni «spintanee» di Amando Siri, sottosegretario leghista ai lavori pubblici messo sotto indagine dalla Procura di Roma per i contatti con un tizio a sua volta indagato per i rapporti con un altro signore accusato di rapporti con un boss mafioso. Non meglio è andata a Edoardo Rixi, viceministro nello stesso dicastero di Siri e come lui colpito dalla maledizione dell’indagato: il 30 maggio di quest’anno è stato costretto alle dimissioni a causa di una condanna in primo grado. Fosse stato per Matteo Salvini, probabilmente sia Siri che Rixi sarebbero rimasti al loro posto, in attesa di una sentenza definitiva, ma ai tempi del governo gialloblù valeva la morale a 5 stelle, che prevedeva appunto le dimissioni al primo tintinnio di manette. Essendo i due vice entrati nel mirino della magistratura, secondo i grillini era meglio che si facessero da parte. Si può discutere ovviamente su questo principio e ritenerlo una precauzione in quanto un politico deve essere al di sopra di ogni sospetto, oppure una resa di fronte alla magistratura inquirente, che non emette sentenze, ma fa indagini, e dunque nell’equilibrio dei processi è da considerarsi una parte e non la verità assoluta. Sta di fatto che il Movimento 5 stelle, per non sbagliare, ha sempre preteso che i suoi uomini fossero immacolati come gigli, in modo da potersi differenziare dagli altri. Posizione come dicevamo opinabile, tuttavia da rispettare.

E poi però, mentre i duri e puri a 5 stelle si fanno vanto della coerenza sulla fedina penale pulita, ecco arrivare il Conte bis e soprattutto le dimissioni improvvise di Lorenzo Fioramonti. Il ministro sudafricano probabilmente ha preso cappello per i tagli dei fondi per l’istruzione, sta di fatto che dopo aver visto che cosa contiene la manovra si è dimesso, peraltro polemizzando con gli stessi vertici del Movimento. Fin qui si può dire che sono cose che capitano in qualsiasi maggioranza, perché ovunque c’è un ministro che si secca e toglie il disturbo per qualche motivo.

Il problema però non è Lorenzo Fioramonti che se ne va, ma Gaetano Manfredi che arriva. Costui è il rettore dell’università Federico II di Napoli, oltre che presidente della conferenza dei rettori di tutta Italia. A leggere il curriculum, diciamo che non si può storcere il naso, perché il docente è blasonato e anche se ha una spiccata simpatia per i centri sociali, essendo stato nominato ministro dell’Università e della ricerca di un governo che pende a sinistra non gli si può imputare di essere sbilanciato dalla parte dei compagni. Del resto, è lo stesso esecutivo che è inclinato verso il circolo progressista dei radical chic e choc.

E però, oltre ai titoli accademici di cui andar fiero e alle pubblicazioni di cui mostrar vanto, il professor Manfredi nel suo curriculum ha anche un piccolo neo. Una macchiolina nera piccola piccola, che però stona sull’abito da cerimonia che il docente si appresta a sfoggiare per il giuramento da ministro dell’Università e della ricerca nelle mani di Sergio Mattarella. Già, perché sul capo del neo responsabile degli atenei italiani pende una faccenduola imbarazzante come un processo per abuso in merito al collaudo di una scuola. In breve, dopo il terremoto nelle regioni centrali, in un edificio ricostruito sarebbero crollati i balconi e i magistrati alla ricerca delle responsabilità avrebbero aperto un procedimento a carico del costruttore, del progettista, ma anche del collaudatore. E qui ecco spuntare il futuro ministro, che durante l’inchiesta della magistratura è stato chiamato a rispondere.

Tuttavia, si sa come vanno le cose in Italia, prima di arrivare al rinvio a giudizio e poi al processo ci vogliono anni e la via crucis non ha fatto sconti neppure al rettore futuro ministro. Risultato, siamo ancora in attesa della prima udienza, peccato però che ormai incomba la prescrizione. Anzi, forse la prescrizione è ormai già arrivata, tanto che a chi gli chieda informazioni sulla faccenda, il professor Gaetano Manfredi risponde facendo capire che si tratta di quisquilie, cioè cose di cui non preoccuparsi. Peccato che i 5 stelle, quelli che lo hanno indicato, siano duri e puri e non facciano sconti agli indagati. Peccato poi che i grillini vogliano introdurre una legge che vieti la prescrizione, per evitare che i furbi la facciano franca.

In pratica, siamo di fronte a un futuro ministro che è l’incarnazione delle contraddizioni dei 5 stelle, perché indagato e perché prescritto. Manca solo che sia pure un simpatizzante del partito di Matteo Renzi e avremmo toccato il top dell’incoerenza.

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