Il vicebrigadiere era senza pistola però non si è ammazzato da solo
Certa stampa insiste nell’addossare colpe all’Arma o al militare defunto, come se fosse vittima di sé stesso e dei colleghi. Invece è stato pugnalato 11 volte mentre tentava di fermare due ragazzi strafatti e pericolosi.

Finirà che a essere condannato sarà lui, il morto. Anzi: Mario Cerciello Rega, il carabiniere ucciso con 11 coltellate da un giovane americano, che dai racconti di chi lo conosce è descritto come un balordo drogato e violento, è già stato condannato e senza appello. Per capirlo era sufficiente leggere le prime pagine dei principali quotidiani di ieri. Il problema non era uno studente che si era imbarcato per una vacanza romana con un coltello in valigia, quasi 20 centimetri di lama, in uso ai marines. Né il fatto che questo «bravo ragazzo» fosse strafatto di droga e neppure che avesse rubato lo zaino allo spacciatore per poi chiedere un riscatto in moneta e dosi. No, il problema non è il delinquente, l’assassino reo confesso, l’assoluto disinteresse per la morte di una persona, anzi per la fine di un servitore dello Stato. Il problema che appassiona giornali e commentatori è l’ultimo mistero. Così titolava ieri il Corriere della Sera: «Il carabiniere era senza pistola». E così pure insisteva Repubblica con un altro titolo in prima pagina: «Disarmato verso la morte».

Ecco la ragione di ciò che è successo. Se Mario Cerciello Rega è stato assassinato è perché non aveva l’arma d’ordinanza. Altro che eroe, il povero vicebrigadiere si è comportato da fesso. Quando lo hanno allertato, per dirgli che due ladri avevano chiesto il riscatto della refurtiva, invece di correre in caserma, indossare la divisa, mettersi il cinturone con la pistola, è corso con il collega Andrea Varriale verso il luogo dell’appuntamento e dunque verso la morte. Insomma, è colpa sua se è stato assassinato. Perché se avesse avuto il revolver avrebbe potuto reagire, magari avrebbe sparato. E invece ha dovuto subire 11 coltellate da un ventenne fuori di testa, che dentro era pieno di rabbia e droga.

Del resto, fin dal principio avevamo intuito che sul banco degli imputati sarebbero finiti i carabinieri e non gli assassini. Bastava leggere le cronache. Prima la storia della benda sugli occhi a uno dei due arrestati. Quasi che averlo ammanettato a una sedia e avergli messo un foulard in testa fosse una tortura, giornali e politici si sono schierati dalla parte del complice di un assassino e non da quella dei militari dell’Arma. A nulla sono valse le precisazioni del giudice, il quale ha spiegato che l’arrestato era stato regolarmente interrogato, che non aveva segni di percosse e non c’era evidenza di alcuna costrizione nella confessione. La stampa (non solo quella progressista) e la solita sinistra che solidarizza con chi viola la legge hanno preso spunto dallo scatto per parlare di comportamento disumano è incivile, manco fossimo in presenza di una Guantanamo romana e la caserma dei carabinieri fosse la terribile prigione irachena nota con il nome di Abu Ghraib.

Poi, dopo questo, è arrivata l’accusa al collega di Mario Cerciello Rega di non aver saputo reagire. Perché, lui che l’arma l’aveva, non ha sparato per difendere il vicebrigadiere e ha lasciato che i delinquenti fuggissero? La domanda, ovviamente, sottintendeva già la risposta: il carabiniere di pattuglia, insieme con la vittima, è un imbranato, uno che non sa nemmeno difendersi da un paio di ragazzetti meno che ventenni e, soprattutto, non è neppure in grado di estrarre una rivoltella e di accoppare chi sta aggredendo il collega. Che fosse alle prese con uno che gli era saltato addosso, che non potesse sparare a un assassino in fuga pena finire sul banco degli imputati, che dopo anni di indagini contro le forze di polizia l’uso delle armi sia fortemente sconsigliato e gli stessi carabinieri prima di mettere mano alla pistola ci pensino cento volte, non conta. Nulla conta. Perché i colpevoli sono loro, i carabinieri, mica gli assassini.

Alla fine, dicevo, sarà colpa di Cerciello Rega. È lui che si è fatto ammazzare. Quasi quasi daranno ragione alla professoressa di Novara, che su un social network ha scritto che il vicebrigadiere non aveva uno sguardo intelligente e ha liquidato un assassinio con un semplice «uno di meno, non ne sentiremo la mancanza».

Non so voi, ma io sento la mancanza di uno come Cerciello Rega. Anzi, sento la mancanza di uno Stato che non difende chi ha il compito di difendere i cittadini. La dico tutta: quelli che ora discutono di Cerciello Rega, di come si è comportato, del suo collega che non ha estratto la pistola e perfino di quello che ha messo la benda agli occhi di un accusato di omicidio a me fanno schifo. Quasi più schifo degli assassini.

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