Ho atteso giorni prima di mettermi al computer per scrivere questo articolo. Per una settimana ho infatti aspettato che succedesse qualche cosa e che un ripensamento del giudice, del ministro della Giustizia o di chiunque abbia il potere di evitarlo, impedisse a un assassino di essere ammesso ai benefici di legge a un anno e mezzo dall’omicidio di una ragazza di appena 26 anni. Davide Fontana, un bancario di 45 anni, food blogger a tempo perso e maniaco a tempo pieno, ha ucciso Carol Maltesi, madre di un bimbo di soli 6 anni. Per mesi ha tenuto il suo corpo in frigorifero, per mesi si è spacciato per lei, rispondendo ai messaggi online, poi si è liberato del cadavere. Una volta scoperto il delitto e incastrato dalle troppe prove che aveva disseminato, il vicino di casa, colui che diceva di voler proteggere la giovane ma l’ha uccisa, si è detto pentito e i magistrati se la sono bevuta, facilitando l’accesso alla cosiddetta giustizia riparativa. Tutto in un anno. Sì, non bastano gli sconti di pena, le attenuanti e le misure previste dalla legge Gozzini, che fanno uscire prima del tempo i condannati. Adesso, grazie a Marta Cartabia, dimenticabile ministro Guardasigilli nominato da Sergio Mattarella nel governo di Mario Draghi, abbiamo anche la giustizia riparativa, ovvero un percorso di rigenerazione del delinquente che dovrebbe preludere a un rasserenamento delle coscienze e preparare il condannato a godere di un trattamento che lo restituisca in fretta alla società. L’idea alla base delle misure introdotte un anno fa, e di cui l’assassino di Carol Maltesi sarebbe il primo beneficiario, è un percorso con la partecipazione attiva del reo, della comunità e della vittima.
Ma che riparazione può fornire uno come Davide Fontana? Il tribunale lo ha condannato a 30 anni di carcere e se anche volesse riparare, di certo non potrebbe riportare in vita quella ragazza di 26 anni, né potrebbe lenire il dolore dei famigliari o del bambino ora di 8 anni che il bancario di Rescaldina (Milano) ha reso orfano. Dunque, che senso ha ammettere un assassino alle procedure della giustizia riparativa? La società, anzi lo Stato, lo deve far sentire un figliol prodigo in procinto di ritornare alla tavola del padre? Fontana, ammesso e non concesso che si sia pentito, invece di parlare di giustizia riparativa, che non ci può essere, deve espiare la sua pena. Punto e basta. Dei giudici, vista l’efferatezza dell’omicidio, gli hanno dato 30 anni e per 30 anni (anzi meno, perché gli anni in cella valgono 9 mesi) Fontana deve stare in galera. Aprire una fase di «riparazione», mettendo a confronto l’omicida con il padre o la madre di Carol, con in mezzo gli assistenti sociali a fare da mediatori, significa solo infliggere una tortura ulteriore ai famigliari della vittima. Non c’è riparazione, non esiste rimedio a un delitto. Carol non c’è più. Ci può essere solo il ricordo dell’assassino, le fasi che hanno preceduto l’omicidio, gli atti successivi con cui si è vilipeso il corpo di una ragazza di 26 anni. La giustizia, più che riparare, ha il compito di punire chi si è reso responsabile di tutto ciò.
Capisco che la Costituzione sostenga che il carcere deve «tendere alla rieducazione del condannato», ma è un processo che riguarda lo Stato e non si può certo scaricare il peso di operare una riabilitazione sulla vittima, che in questo caso peraltro non c’è più e dunque l’onere ricadrebbe sui famigliari. Lo Stato deve tutelare chi ha subito il reato, non chi lo ha commesso. Carol era una ragazza madre che per sbarcare il lunario faceva la pornostar, ma questo non significa che avesse meno dignità e soprattutto non può voler dire che abbia meno diritti. A un anno dalla condanna, non si può sentire che per un omicida venga apparecchiato il processo della giustizia riparativa. Solo pensarlo è un insulto nei confronti della vittima. Già ritenevo che la riforma Cartabia dovesse essere riformata, al fine di evitare ulteriori danni alla già complessa e inefficiente macchina della giustizia. Da una settimana ho un motivo in più per sostenerlo. La prego, caro giudice di sorveglianza, ci ripensi prima di consentire a Davide Fontana di violare la memoria della sua vittima. Ci ripensi anche lei, caro ministro Nordio, le cose da riparare nei tribunali sono altre, non certo la condanna giusta di un assassino.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >