L’asse dell’Unione si sposta a destra ma i burocrati provano a galleggiare
I leader europei durante una discussione a Bruxelles (Ansa)
Se si esclude Madrid e poche altre Capitali, la sinistra è passata di moda. L’attuale dirigenza e il capo della Commissione dovrebbero prenderne atto. Al momento però preferiscono l’arrocco e le vecchie ricette.

In Europa la maggior parte dei governi è di centrodestra. Se si escludono Spagna, Slovenia, Malta e Danimarca, con le eccezioni un po’ particolari di Slovacchia e Romania, nessun altro Paese che compone l’Unione può dirsi di sinistra. In Belgio a guidare l’esecutivo è Bart De Wever, leader del partito nazionalista fiammingo Nieri-Vlaamse Alliantie. In Croazia il primo ministro è Andrej Plenković dell’Hdz, gruppo nazionalista di centrodestra. In Finlandia il premier è Petteri Orpo, della Coalizione nazionale, ovviamente di destra. In Grecia l’attuale governo è presieduto da Kyriakos Mitsotakis, di Nuova democrazia, anch’esso conservatore. In Irlanda l’esecutivo è saldamente nelle mani di Michael Martin, che tiene unita una coalizione tra il Fianna Fail e il Fine Gael, entrambi di centrodestra. In Lettonia governa Erika Silina di Nuova Unità, manco a dirlo partito conservatore. Nei Paesi Bassi il primo ministro è Dick Schoof, un indipendente nominato dal partito sovranista che ha vinto le elezioni. In Portogallo, con Luis Montenegro, governa la destra. E in Polonia il primo ministro è Donald Tusk, moderato che però deve fare i conti con un’opposizione di destra, che alle ultime elezioni ha conquistato la presidenza della Repubblica. Nella Repubblica Ceca il governo è di coalizione ma a presiederlo è un conservatore, così come pure in Svezia. Dell’Ungheria non sto neanche a dire, perché con Viktor Orbán è considerata la bestia nera dell’Europa.

Se ho tracciato la mappa geopolitica della Ue è per spiegare che ormai il Vecchio continente non va più a sinistra, ma a destra. Dei grandi Paesi che un tempo diedero vita all’Unione europea (anche se la Spagna nel 1957 non fu tra quelli che firmarono il trattato di Roma), uno solo è governato dalla sinistra, ma il premier che lo guida, ossia Pedro Sánchez, non sappiamo se supererà l’estate, tanti sono i guai cui è costretto a far fronte. Per quanto riguarda Slovenia, Malta e Danimarca sono pesi piuma all’interno del Vecchio continente e dunque con nessuna capacità di incidere sulle prossime mosse dell’Unione. Ci sarebbe, a sinistra, la Gran Bretagna, ma ormai sta fuori dal perimetro della Ue e, per dirla tutta, dopo le lacrime del ministro dell’Economia, la leadership d’Oltremanica è un po’ appannata e di certo non in grado di dettare la linea all’Europa.

La breve radiografia dello stato dell’arte – politica – del Vecchio continente ci porta a riflettere sul futuro della Ue, ma soprattutto sulla capacità di rappresentanza dell’attuale dirigenza dell’Unione. La baronessa Von der Leyen, come è noto, è stata eletta un anno fa, al suo secondo mandato, per il rotto della cuffia. Espressione dei popolari, non è molto gradita dai socialisti, i quali, fosse stato per loro, l’avrebbero già rispedita a casa. Quell’acqua cheta della presidente Ue non è tuttavia una che si fa mettere alla porta come una colf qualunque. Dunque, nonostante le antipatie di cui gode, per la sua elezione ha trovato più di una sponda e come un sughero è riuscita a restare a galla. Tuttavia, in un periodo in cui l’Unione deve fare i conti con la Russia, con Trump e con la crisi economica, un turacciolo, per quanto abile nel galleggiamento, non basta. Serve qualche cosa di più e soprattutto c’è bisogno di coraggio per poter cambiare. Ne consegue che urge riflettere sulla deriva dei vertici di un’istituzione che ambiva a rappresentare gli Stati Uniti d’Europa, ovvero la più gran democrazia d’Occidente oltre che il più importante mercato economico, ma che in realtà non è riuscita a fare nulla di ciò. Per questo occorre chiedersi se la governance della Ue sia adeguata e in grado di fare gli interessi degli elettori europei. Come è noto, la presidente Von der Leyen è stata eletta grazie a un accordo fra Ppe e socialisti. Ma oggi che la maggior parte dei Paesi va dalla parte opposta a quella rappresentata dalla presidente della Ue, lei stessa dovrebbe prenderne atto. Infatti, mentre Von der Leyen e compagni insistono a sostenere la validità del Green deal, ovvero di una transizione energetica che impoverirà l’Europa e farà chiudere le sue fabbriche, il mondo, come si è visto di recente con l’elezione di Donald Trump, ha preso un’altra direzione. Gli elettori sono ormai nauseati dalla propaganda green e dalle Teresa Ribera, commissario Ue e pasionaria verde che ci è stata regalata dal comandante Pedro Sánchez. E prima che sia troppo tardi, Von der Leyen dovrebbe capirlo.

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