È il metodo «Culona inch…». Così si azzoppano i governi
Dall’insulto ad Angela Merkel attribuito al Cav, alle relazioni piccanti tra ministre Fi, non è la prima volta che i giornali sparano registrazioni false. Contro il nemico, vale tutto.

L’intercettazione che accusa Armando Siri di essersi fatto corrompere con 30.000 euro non esiste. Il Corriere della Sera l’ha sparata in prima pagina e tutti gli altri giornali gli sono andati dietro, come se davvero quella frase fosse stata carpita da una microspia della Direzione investigativa antimafia. Invece nei fascicoli della Procura quelle parole virgolettate che si riferiscono alla cifra di 30.000 euro non ci sono. Il sottosegretario ai Trasporti è sì indagato e i pm vogliono capire se gli emendamenti che presentò a favore dell’eolico avessero una qualche contropartita, cioè siano stati «comprati» dall’imprenditore Paolo Arata. Ma al momento non c’è alcuna «confessione» ambientale degli indagati che accusi il parlamentare della Lega di essersi intascato una mazzetta. Vi chiedete come sia possibile che un giornale autorevole dia per certa un’intercettazione di cui non sono a conoscenza neppure gli investigatori? Beh, non è la prima volta che accade. Ricordate anni fa quando Il Fatto tirò fuori la storia della «Culona inchiavabile»? Secondo il quotidiano, Silvio Berlusconi era stato registrato mentre parlava di Angela Merkel, definendola appunto come una signora non proprio affascinante. Nulla di penalmente rilevante, ma la faccenda finì in prima pagina su tutti i giornali e fece scendere il gelo nei rapporti fra Italia e Germania, contribuendo ad accorciare il soggiorno del Cavaliere a Palazzo Chigi. Ci volle parecchio tempo per scoprire che quella intercettazione semplicemente non esisteva, ma ormai il danno era fatto.

False si rivelarono pure le conversazioni hard di tre ministre del medesimo governo, che secondo alcuni giornali sarebbero state intercettate dalle Procure di Milano e Napoli. Mara Carfagna, Maria Stella Gelmini e Michela Vittoria Brambilla captate mentre parlavano di sesso orale, con resoconti piccanti che rimbalzavano da una redazione all’altra. Alcune frasi ammiccanti finirono sui giornali, i dipietristi si scatenarono, Sabina Guzzanti ci andò giù dura in uno dei suoi show e per questo finì querelata. Ma la bufera politica ormai era scatenata, al punto che Dagospia scrisse di un’«Apocalisse vicina». Beh, non era vero niente. Le intercettazioni erano inventate di sana pianta e non ci voleva molto a capirlo visto che i colloqui fra parlamentari non possono essere registrati dalle Procure senza autorizzazione a procedere. Tuttavia i giornali e la politica scelsero di crederci.

Un altro caso fu quello che riguardò Rosario Crocetta, governatore della Sicilia, il quale a colloquio con il suo medico avrebbe ascoltato, senza fare un plissé, la seguente frase: «Quella dobbiamo farla fuori come suo padre». «Quella» era la figlia di Paolo Borsellino, assessore alla salute nella giunta dello stesso Crocetta. L’Espresso la sparò, dandola per certa, e la notizia finì in prima pagina su tutti i giornali, perché un governatore che intrattiene rapporti con un signore che medita di far saltare in aria un assessore non si vede tutti i giorni. Crocetta finì nel tritacarne e ci mancò poco che fosse costretto a dimettersi. Se non gettò la spugna fu solo perché la Procura smentì e, nonostante L’Espresso avesse rilanciato, qualcuno cominciò a dubitare. Risultato: l’intercettazione era una patacca. Mai esistita e dunque il silenzio del governatore fu una polpetta avvelenata che qualcuno rifilò al settimanale allo scopo di intorbidire le acque.

Il caso Siri come il caso Crocetta e come le molte frottole circolate sul Cavaliere? L’indagine della Procura di Roma chiarirà presto che cosa ci sia di vero e di falso nelle notizie circolate sulla stampa. Una cosa è certa, la frase che «inchioderebbe» il sottosegretario qualcuno l’ha inventata e questo è servito a far ballare il governo, che mai come in questo momento è sembrato sull’orlo di una crisi. I 5 stelle hanno chiesto le dimissioni dell’onorevole leghista e Matteo Salvini l’ha difeso. Un uomo che prende soldi da imprenditori in affari con la mafia non lo vogliamo al governo, è la linea di Luigi Di Maio e compagni. Giusto. Ma al momento non c’è prova che Siri si sia intascato i soldi e anche quell’unica frase che sembrerebbe impiccarlo alle sue responsabilità non esiste. Dunque? La risposta è semplice. Visto il crescente consenso della Lega, qualcuno ha interesse a tarpare le ali al ministro dell’Interno e alla sua squadra. Ieri, su un quotidiano, è apparso un pizzino su un’inchiesta riguardante la sanità lombarda. Vero o falso? Forse un avvertimento: la caccia grossa è iniziata e nel mirino ha il capitano leghista. Corsi e ricorsi, tutto già visto, fin dai tempi della Culona inchiavabile.

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