Arcuri dà i numeri. E sono sbagliati
L’Italia parte a immunizzare con meno di 10.000 dosi, mentre in Germania sono già 150.000. L’ad di Invitalia dà i numeri (sbagliati): «Fiale in proporzione alla popolazione». E zittisce i giornalisti: «Non fate polemiche».

Domenico Arcuri non si smentisce mai: ogni volta che apre bocca riesce a mostrare oltre che arroganza anche incompetenza. L’ultima prova è di ieri. Richiesto di una spiegazione per l’esiguo numero di dosi del vaccino anti Covid assegnate all’Italia rispetto a quelle destinate ad altri Paesi europei, il super commissario all’emergenza prima ha risposto dicendo che abbiamo ottenuto in proporzione alla popolazione le stesse fiale avute dalla Germania, poi ha aggiunto che non è il momento di fare polemiche. Ora, si dà il caso che Berlino abbia avuto 151.000 dosi a fronte di 83 milioni di abitanti e noi appena 9.750 nonostante gli italiani siano 60 milioni. Nel nostro caso, il rapporto è di circa una fiala e mezza ogni 10.000 abitanti, mentre i tedeschi ne hanno ricevute poco meno di due ogni mille abitanti. Se la matematica non è un’opinione, ma forse per il flop manager di Invitalia lo è, in Germania sono in vantaggio rispetto al nostro Paese di oltre 1 a 10. Forse qualcuno potrebbe pensare che Angela Merkel sia più sveglia di Giuseppe Conte e il capo della struttura che guida le emergenze sanitarie a Berlino sia più lesto del modesto Domenico Arcuri. È molto probabile che sia così, del resto crediamo che non ci voglia molto. Tuttavia, non c’è solo il confronto con i tedeschi a dimostrare in quali mani sia affidata la nostra salute, ma anche quello con altri Paesi europei. Da quel che risulta all’agenzia Reuters, il primo carico della Pfizer giunto in Danimarca conteneva 40.000 dosi, nonostante a Copenhagen e dintorni gli abitanti siano 5,8 milioni, ossia un decimo degli italiani. In Ungheria, il primo ministro Viktor Orbàn ha parlato di dosi giunte a Budapest sufficienti a vaccinare 35.000 persone su un totale di 9 milioni. In Portogallo, entro l’anno, cioè entro i prossimi tre giorni, saranno consegnate 80.000 fiale, mentre in Spagna si parla di 350.000 dosi a settimana. Tralasciamo Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia e Bulgaria, che pur avendo una popolazione di molto inferiore a quella italiana hanno ricevuto più o meno lo stesso numero di vaccini destinato al nostro Paese. Ma la Svizzera, che oltre a non far parte della Ue ha poco più di 8 milioni di abitanti, ossia molti meno di quelli della Lombardia, ha iniziato la sua campagna vaccinale contando su 107.000 dosi.

Ora, se esistesse un Parlamento, cioè un sistema democratico in grado di vigilare su ciò che avviene in Italia e sull’azione del governo, altro che poche frasi buttate lì in conferenza stampa. Arcuri sarebbe già stato convocato e gli sarebbe stato chiesto di spiegare e di giustificare la ragione per cui l’Italia pare essere stata dimenticata nell’assegnazione delle dosi da inoculare. Chiudere la faccenda con un «non è tempo di polemiche», come con buona dose di sprezzo dell’informazione Arcuri ha fatto, non sarebbe stato possibile. Perché qui non si tratta di fare polemiche, bensì di capire che cosa sia accaduto e perché, nella distribuzione di fiale che vengono presentate come miracolose per evitare agli italiani di ammalarsi di coronavirus, il nostro Paese faccia la parte di Cenerentola. Per mesi abbiamo letto di trattative tra il nostro governo e le aziende farmaceutiche. Agli Stati generali del 13 giugno, per farsi un po’ di pubblicità, Roberto Speranza annunciò di aver sottoscritto personalmente un contratto con Astrazeneca per 400 milioni di vaccini destinati a tutta la popolazione europea. Poi, il 10 novembre fece filtrare sulle pagine di Repubblica la notizia di una video conferenza di fine ottobre con i dirigenti della Pfizer: scopo, definire l’acquisto delle dosi anti Covid. Risultato: a oggi l’unica certezza sono le 9.750 fiale arrivate su un pulmino Mercedes e scortate fino a Roma dalle pattuglie delle forze dell’ordine prima di essere spedite con voli aerei a Milano, Firenze, Bologna, Bari, Cagliari e Palermo. Perché il vaccino dovesse attraversare l’Italia in furgone, per poi ritornare indietro su velivoli militari, è un mistero difficile da sciogliere. Tuttavia, il problema non è il viaggio della speranza raccontato da tutti i tg, ma perché l’Italia sia stata destinataria di poche dosi rispetto al resto dei Paesi Ue e la nota diramata ieri sera sui futuri arrivi non aggiunge elementi utili a capire.

È questo che un governo serio e un commissario che non avesse nulla da rimproverarsi dovrebbero spiegare. Ma né ConteArcuri, cioè due campioni che sono frutto di un movimento che delle dirette streaming e della trasparenza avevano fatto una bandiera, sembrano intenzionati a chiarire. Da giorni, i nostri cronisti raccontano anche dell’incredibile fornitura di mascherine che ha consentito a poche persone di guadagnare una sessantina di milioni come intermediari. Fra di loro vi è un ecuadoriano che certo non pare la persona più esperta a occuparsi di dispositivi di protezione e di forniture internazionali. Però, invece di spiegare, Arcuri minaccia citazioni in giudizio. Un funzionario dello Stato deve rispondere di ciò che fa anche se gode di uno scudo giuridico per le decisioni prese. Un funzionario dello Stato, siccome maneggia soldi pubblici, ha l’obbligo di rispondere alle domande. Che, citazioni o meno, noi continueremo a rivolgergli. A cominciare dalle 9.750 fiale per finire al miliardo di mascherine e ai milioni incassati dagli intermediari.

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