Massimo Cacciari
Massimo Cacciari (Getty Images)

Oggi si celebra San Francesco, patrono d’Italia, ma questa volta l’occasione è speciale. Il 2026 rappresenta infatti l’occasione per ricordare gli 800 anni dalla morte del Poverello d’Assisi e il 4 ottobre torna a essere festa nazionale.

Francesco, fondatore dell’Ordine francescano dopo aver abbandonato ogni bene e ogni ricchezza, morì alla Porziuncola, all’età di circa 44 anni, nella totale povertà e venne proclamato santo da papa Gregorio IX nel 1228.

Il fascino della sua figura ha attraversato la storia, interrogando teologi, filosofi e artisti: dal sommo Dante (che di lui scrisse, nel Canto XI del Paradiso, nella Divina Commedia, «Nacque al mondo un sole») a Giotto, che raccontò la sua vita e i suoi miracoli attraverso i suoi più celebri affreschi.

San Francesco, dal Vangelo cantato all’immagine del santo eroe

Eppure oggi San Francesco viene ridotto a immagini meno dirompenti, limitate, rassicuranti. L’alter Christus, che ricevette le stigmate alla Verna (ricorrenza celebrata il 17 settembre), ci viene riproposto come il primo ecologista, un pacifista amico degli animali.

Statua di San Francesco d’Assisi con colombe posate accanto al santo
Una statua di San Francesco d’Assisi ad Assisi (Getty Images)

Ma chi era davvero l’autore del Cantico delle creature? A questa domanda ha provato a rispondere Massimo Cacciari, membro nazionale dell’Accademia dei Lincei e professore emerito all’università San Raffaele di Milano, ospite del podcast Non sparate sul pianista di Carlo Melato.

Una riflessione che parte dalla musica, al centro di questo spazio nato per dialogare con chi ha trovato in questa forma d’arte la sua vera voce, e in particolare da una pagina di Paul Hindemith (Nobilissima visione), ispirata dalla rappresentazione del Santo che ci ha lasciato Giotto nella Basilica di Santa Croce (Cappella Bardi), a Firenze.

San Francesco e la letizia tradita dai suoi interpreti

«San Francesco viene costantemente tradito, se non massacrato, da noi contemporanei», spiega il filosofo, che nell’ultima edizione del Ravenna Festival ha dialogato sull’opera di Hindemith con il grande direttore d’orchestra Riccardo Muti. «Francesco cantava, predicava il Vangelo cantando, trasmettendone la letizia. Ai suoi frati chiedeva di non essere mai “nebulosi”, perché ciò che dovevano testimoniare agli altri è una notizia lieta. Quando i suoi però sono talmente tristi nel vederlo così malato da non riuscire a cantare, scendono a farlo al posto loro gli angeli dal cielo.

L’hilaritas francescana non si coglie nella musica di Paul Hindemith, che sembra parlarci invece di un trionfo. E lo stesso avviene in Dante. Per il Sommo poeta il Poverello d’Assisi è infatti un sole, un eroe. Lo stesso Giotto non ci lascia una rappresentazione fedele, non ci fa vedere il Santo che muore sulla nuda terra, ma su un comodo letto, tutto ben vestito. O ci mostra il Poverello che predica il Verbo davanti al Sultano Al-Kamil (l’incontro avvenne in Egitto, nel 1219, ndr), come se fosse una sorta di mago, in competizione con un altro mago».

Cacciari: «La completa assenza di Francesco nella nostra vita»

Ma se anche due giganti come Dante e Giotto, oltre al compositore tedesco Hindemith, non riescono a cogliere appieno la grandezza di San Francesco d’Assisi, cosa dire della lettura che il nostro tempo fa del patrono d’Italia? «Se fossimo sinceri con noi stessi, dovremmo organizzare un convegno e intitolarlo così: “La completa assenza di Francesco nella nostra vita e nelle nostre azioni”», prosegue Cacciari.

«Pensiamo alla sua lezione sulla povertà. Rainer Maria Rilke è uno dei pochi a capire che la concezione del Santo dev’essere intesa come svuotarsi, liberarsi della propria egolatria. Non abbandonare un mantello e darlo al povero mendicante. Non liberarsi da alcune zavorre, ma lasciar andare l’amore di sé. Non solo, nel famoso Cantico delle creature non viene assolutamente lodato l’uomo, come spesso si dice. L’uomo per Francesco può essere lodato solo per la sua sequela a Cristo.

Il Santo, in questo senso, non è assolutamente un buonista. Le cose vengono da lui lodate in quanto creature, solo perché il loro essere esalta il Creatore. Senza questo legame tra creatura e Creatore, nulla è propriamente lodabile. Tutto ciò noi lo ignoriamo totalmente.

Celebrare San Francesco da parte nostra è quasi una bestemmia. Oggi non si muore come ci ha insegnato lui, che l’ha vissuta lietamente, cantando appunto. Oggi si crepa, cerchiamo in tutti i modi di dimenticare la morte. Proviamo a protrarre la nostra pseudo-gioventù o le nostre vecchiaie, grazie a una cultura che rimuove il morire, verbum agentis. Noi, in sostanza, stiamo vivendo in un mondo che è radicalmente l’opposto di Francesco, anche se oggi fingiamo di lodarlo e di esaltarlo».

«La morte è Sorella morte, non un crepare»

Il canto di Francesco è più forte della morte? «La morte è Sorella morte, il segno di come tu hai vissuto. La morte è un morire, verbum agentis, non un crepare».

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