Don Luigi Giussani durante un incontro pubblico negli anni Ottanta
Don Luigi Giussani durante un incontro pubblico negli anni Ottanta (Getty Images)

La crisi religiosa dell’uomo contemporaneo non si può spiegare soltanto con la diminuzione della pratica religiosa o con l’allontanamento da Dio. C’è una questione ancora più profonda: il progressivo venir meno della capacità di riconoscere la dimensione religiosa come una domanda che riguarda la realtà.

È questa la prospettiva da cui Elisa Grimi, direttrice della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano del Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, riprende il confronto tra Augusto Del Noce e Luigi Giussani, al centro dell’incontro dedicato ai due pensatori.

La parola da cui partire, secondo Grimi, è «irreligiosità». Non semplicemente non-religiosità. La differenza non è soltanto terminologica: la non-religiosità può indicare l’assenza della fede, mentre l’irreligiosità descrive una condizione culturale nella quale la dimensione religiosa diventa progressivamente estranea alla comprensione del reale.

La domanda, dunque, cambia. Non si tratta soltanto di chiedersi se l’uomo contemporaneo creda ancora in Dio, ma di capire che cosa sia accaduto perché la questione di Dio abbia potuto smettere di apparire come una questione sulla realtà. È un problema che Del Noce aveva già affrontato negli Appunti sull’irreligione occidentale, del 1963, poi confluiti ne Il problema dell’ateismo.

La ragione davanti alla realtà

Il passaggio conduce naturalmente a Giussani. L’uomo, osserva Grimi, non smette di desiderare la verità, la felicità, il compimento e l’infinito. Può però perdere la capacità di riconoscere ciò a cui quelle domande rimandano.

Per Giussani la ragione non coincide con la possibilità di dominare il reale. È anzitutto apertura alla realtà: il dato viene prima di noi, l’avvenimento accade prima che possiamo costruirlo o interpretarlo. Da qui anche la provocazione contenuta nel titolo di un capitolo de La coscienza religiosa nell’uomo moderno: «Dio, se c’è, non c’entra». La formula, ripresa da Giussani da Cornelio Fabro, descrive la posizione dell’uomo che continua a vivere e ragionare come se la questione di Dio non avesse alcuna incidenza sulla propria esistenza.

Il problema, quindi, riguarda anche il modo in cui viene utilizzata la ragione. Giussani mette in guardia da una ragione ridotta alla capacità di piegare la natura al proprio comando, perdendo il carattere di apertura e di riconoscimento che le appartiene.

È qui che Grimi accosta al dialogo tra Del Noce e Giussani la figura di Dietrich von Hildebrand, filosofo della fenomenologia realista e riferimento della Cattedra che porta il suo nome.

Quando viene «detronizzata» la verità

In La detronizzazione della verità, Hildebrand individua un passaggio ulteriore rispetto alla semplice negazione di Dio. Gli atei del passato, osserva il filosofo, potevano negare l’esistenza divina ma continuavano a riconoscere la verità come criterio ultimo della discussione. Il problema moderno diventa allora più radicale: non soltanto rifiutare Dio, ma mettere in discussione la stessa idea di una verità capace di giudicare la realtà.

È una distinzione centrale anche per comprendere il ragionamento di Grimi. Se la verità perde il suo ruolo di criterio, anche il valore rischia di essere ridotto a una preferenza individuale, il bene a una scelta personale, la trascendenza a un bisogno psicologico.

In questo senso, la realtà non sarebbe cambiata. Sarebbe cambiata la «grammatica» con cui la leggiamo.

Il dato, l’avvenimento, il valore e la risposta sono gli elementi di questa grammatica. Ma quando il valore viene chiamato soltanto «preferenza», la verità «opinione» e il bene «scelta personale», diventa sempre più difficile riconoscere qualcosa che preceda il soggetto e che possa quindi interpellarlo.

La questione riguarda anche l’idea stessa di uomo. Se tutto viene ricondotto alla costruzione individuale, persino l’identità personale rischia di diventare un’ipotesi sempre rivedibile, mentre la vita può essere privata del suo significato oggettivo.

L’«a-paganesimo» e la ricerca del sacro

Da questa diagnosi nasce anche una definizione che Grimi propone volutamente come una provocazione: «a-paganesimo».

Il termine «pagano» rimanda al pagus, cioè a un luogo, a un’appartenenza, a un mondo e a una forma di vita. Il neo-paganesimo presuppone quindi ancora l’esistenza di un paganesimo cui tornare. L’«a-paganesimo», invece, vorrebbe descrivere una situazione diversa: la ricerca del sacro in assenza di un mondo religioso condiviso.

Il bisogno di trascendenza, in questo scenario, non scompare necessariamente. Può però disperdersi e assumere forme diverse, dai surrogati del sacro fino alla magia, alla divinazione e alla ricerca del fato.

È un paradosso solo apparente: proprio mentre la questione religiosa viene espulsa dalla comprensione ordinaria della realtà, il bisogno di qualcosa che vada oltre l’individuo continua a riaffiorare. Cambia però il linguaggio con cui viene espresso e, soprattutto, manca una grammatica comune attraverso la quale interpretarlo.

La domanda da cui ricominciare

La conclusione di Grimi è soprattutto educativa. Se la realtà continua a parlare, il problema è recuperare la capacità di riconoscere ciò che ci precede, ciò che ci accade e ciò che ci interpella.

La filosofia, in questa prospettiva, non dovrebbe limitarsi a produrre nuove risposte. Prima ancora dovrebbe aiutare l’uomo a riconoscere le domande fondamentali e a tornare a un rapporto non riduttivo con la realtà.

Ed è proprio qui che torna Giussani, con una frase contenuta nella premessa de La coscienza religiosa nell’uomo moderno: «Sembra esserci una rinascita della vocazione umana a mettersi in rapporto con il suo significato». Una frase che, letta oggi, assume un significato particolare: la crisi della religiosità non coincide necessariamente con la scomparsa della domanda sul senso.

Anzi, la domanda potrebbe essere ancora lì, ma senza più le parole per essere riconosciuta.

È forse per questo che Grimi richiama, in conclusione, una frase di sant’Agostino: «Quid enim fortius desiderat anima quam veritatem?». Che cosa desidera l’anima più fortemente della verità? È una domanda antica che torna a interrogare l’uomo moderno.

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