Salire sul carro gay o sul Carroccio? Un bel dilemma per Alberto da Giussano, che se ne sta impettito con l’elmo e lo spadone fallico in piazza Monumento nella sua Legnano.
Nella storia o nella leggenda (molti sostengono che non sia esistito) al guerriero simbolo del leghismo celodurista non era mai capitato un dubbio simile: il 13 settembre sarà l’emblema arcobaleno del Legnano pride, patrocinato dal Comune, e sotto il suo basamento partirà il consueto circo dell’orgoglio genderfluid. L’inattesa svolta woke (peraltro fuori moda) non può che destabilizzare il condottiero che a capo della Lega Lombarda sconfisse il Barbarossa.
La posizione della giunta e del sindaco Lorenzo Radice
Indietro non si torna. Lo ha deciso il sindaco piddino (neanche a dirlo) Lorenzo Radice: «Alberto da Giussano è patrimonio della città e la città è di tutti, senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione. Quindi non capisco perché un simbolo della città dovrebbe diventare incompatibile con una manifestazione delle persone Lgbtq+.
Nessuno si è mai sognato di rivendicarne l’esclusività». Facile a dirlo, un po’ meno spiegarlo al popolo e al monumento medesimo, che per 126 anni è lì a rappresentare sì la diversità, ma nel senso dell’identità, della tradizione, del radicamento di una comunità che agli pseudo valori del globalismo antepone i suoi.
L’appropriazione del Guerriero e la posizione degli organizzatori
Il borgomastro filosofeggia e utilizza la proprietà transitiva per giustificare tutto. Ma a nessuno è mai venuto in mente di mettere il perizoma arcobaleno a una qualsivoglia statua di Giuseppe Garibaldi, il wonderbra a quella di Giuseppe Verdi a Milano o di utilizzare come testimonial queer quella di Carlo Alberto a cavallo a Torino.
Depurata dalle fumisterie del marketing politico la vicenda è semplice: gli organizzatori del gay pride legnanese hanno arruolato Alberto da Giussano e l’amministrazione ha immediatamente patrocinato l’iniziativa, facendola propria a livello istituzionale e di conseguenza intestando statua, personaggio e spadone al campo largo transgender.
Peraltro il polverone agevola gli incassi, visto che la kermesse costa 8.000 euro e finora le donazioni sfiorano i 2.000. Nulla dal Comune, almeno per ora.
I primi a confermare la sensazione di «appropriazione culturale indebita» sono proprio gli organizzatori del pride, che in un comunicato sottolineano come «scegliere il Guerriero come nostro simbolo significa affermare un legame forte con la città. Abbiamo deciso di farlo nostro e di rivendicarlo perché siamo persone queer ma siamo innanzitutto legnanesi». Per alzare il livello della polemica hanno deciso di adattare come motto un frame dell’inno di Mameli: «Se dall’Alpi a Sicilia dovunque è Legnano, Legano deve essere la casa di tuttə». Con la «e» rigorosamente rovesciata.
Le reazioni dell’opposizione politica a Legnano
La faccenda sta creando polemiche che l’opposizione non sembra subìre passivamente. Mario Almici, capogruppo di Fdi in Consiglio comunale, è uscito allo scoperto. «Durante la campagna elettorale avevo spiegato di non avere preclusioni ideologiche nei confronti della manifestazione. Lo ribadisco, ma leggo che la sinistra ha pensato di arruolare il Guerriero di Legnano rivisitato in chiave transgender. Una scelta quantomeno discutibile».
Poi Almici si sofferma sul percorso del corteo, che non attraverserà la centralissima piazza San Magno. «Per dare visibilità al pride va bene sfruttare il Guerriero ma quando si tratta di arrivare nella piazza principale di Legnano, tutta questa voglia di stare nel cuore della città viene un po’ meno».
Replica del sindaco Radice: «Il percorso lo decide la questura». La polemica imperversa ed è inutile chiedere come la pensano i Legnanesi (intesi come compagnia teatrale): la Teresa è scandalizzata, la Mabilia non vede l’ora.
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