Però dopo Speranza niente scherzi sulla Salute

Dopo la terrificante esperienza della gestione cinese della pandemia da parte del compagno Roberto Speranza, è evidente che l’attenzione su chi andrà a occupare il delicato incarico di ministro della Sanità nel governo in via di formazione è massima.

Bene che sia stato scongiurato l’arrivo su quella poltrona di Licia Ronzulli, della quale tutti ricordano le scomposte sparate televisive contro i no vax e l’ostinata quanto infondata difesa dell’applicazione feroce (inaudita in Occidente) di green pass e obblighi vaccinali. Però non basta. Ora si parla di un «tecnico» come prossimo titolare del dicastero che scotta. Girano anche alcuni nomi, ma non è questo il punto. Il fatto è che dopo quasi tre anni passati a sentirci ripetere che tutte le decisioni venivano prese su indicazione dell’ineffabile Comitato tecnico scientifico e a scoprire regolarmente che esse avevano efficacia scientifica nulla ma capacità di rovinarci la vita altissima; dopo aver visto in azione questi sedicenti esperti e averli uditi smentire a ripetizione i colleghi e le loro stesse affermazioni; beh, dopo tre anni così francamente la prospettiva di avere un tecnico o un supposto scienziato come ministro della Salute mette qualche brivido.

Certo, c’è tecnico e tecnico. Per stare a due dei nomi che circolano in queste ore, Francesco Rocca, presidente della Croce rossa italiana, si è certamente esposto meno di Guido Rasi, ex direttore dell’Ema e consulente del commissario straordinario Figliuolo. Del primo si ricordano generiche esternazioni per dare accesso ai vaccini anche al Terzo Mondo, del secondo invece affermazioni del tutto allineate alla linea Speranza/Ricciardi prima di un recente, quanto tardivo, tentativo di riposizionamento, quando le menzogne raccontate hanno mostrato gambe cortissime, visibili a tutti fuorché alla moltitudine di talebani che si era spinta troppo oltre per poter fare una marcia indietro non dico dignitosa, ma almeno non disastrosa.

Tuttavia l’interrogativo sul motivo di ricorrere a una figura esterna per quel ruolo rimane. In primo luogo perché un politico poi risponde (almeno in teoria) delle sue azioni agli elettori. In secondo luogo perché, dati i guasti prodotti dal predecessore nella società italiana, oltre che nelle singole persone morte o finite intubate grazie ai suoi protocolli, il primo requisito che dovrà avere il prossimo ministro alla Salute sarà quantomai politico, necessitando questo Paese di una pacificazione dopo la guerra civile promossa da parlamentari di tutti gli schieramenti, giornalisti e virostar assortite. Pacificazione che passa prima di tutto dall’impegno solenne a non calpestare mai più i diritti individuali in nome di un’isteria collettiva, se non addirittura di un disegno di potere. E in questo senso ci attendiamo immediatamente parole non equivoche da chiunque alla fine avrà l’onore di essere chiamato a occuparsi della nostra salute.

Poi, certo, ci sarà molto da fare anche sul campo per rimettere in piedi un sistema sanitario scassato oltre il livello di guardia da tagli pluriennali, al quale la gestione dissennata dell’ex assessore potentino ha assestato un colpo quasi definitivo. E in particolare ci sarà da mettere mano alla medicina territoriale, la cui funzione di prima barriera è saltata in un amen proprio nel momento in cui ce ne sarebbe stata la maggiore necessità. Alla comparsa del virus di Wuhan, infatti, salvo pochissime, eroiche eccezioni (molte delle quali poi paradossalmente punite per violazione delle linee guida), i medici di base hanno sollevato il ponte levatoio dei loro ambulatori, dirottando tutti i pazienti negli ospedali e determinandone il collasso. Che fosse per paura, per quieto vivere o per obbedienza al demenziale protocollo ministeriale, non c’è dubbio che la diga che doveva impedire che qualunque infetto finisse nei pronto soccorso è crollata con una velocità impressionante. E compito del prossimo inquilino di Lungotevere Ripa sarà di ricostruirla: non so se riportando la medicina di base nell’alveo del servizio sanitario nazionale, affiancandola con nuove strutture, o che altro. Certo non sarà un compito da poco. Così come quello di spendere al meglio le risorse (peraltro meno abbondanti di quanto si potesse prevedere) messe a disposizione dal Pnrr. E quello di battagliare con il collega dell’Economia per i soldi destinati agli stipendi del personale, ovviamente esclusi dal piano europeo e invece necessari per rimpolpare e possibilmente potenziare le fila paurosamente carenti di medici e infermieri.

C’è proprio bisogno di un «tecnico» per fare tutto questo? Si può dubitarne. So però che sarebbe molto bello se le prime parole che il nuovo ministro rivolgerà agli italiani fossero: «Scusateci». E so che non molti sarebbero capaci di farlo.

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