Sono sacrosante le parole di orgoglio di Giovanni Toti, il presidente della Regione Liguria, scritte ieri su Twitter alla vigilia dell’evento di oggi, l’inaugurazione del ponte Genova San Giorgio: «Dimostreremo al Paese e soprattutto a noi stessi di poter vincere ogni sfida».
E in effetti basta scorrere le cifre dell’opera per avere il senso di un traguardo davvero impressionante: 17.400 tonnellate d’acciaio lavorate da 800 uomini; 67.000 metri cubi di calcestruzzo; fino a 350 ingegneri e tecnici mobilitati ogni giorno per la saldatura e l’assemblaggio. Per non dire delle squadre di oltre 50 persone con maxi gru e altre attrezzature gigantesche per completare e issare gli impalcati (del peso di 1.800 tonnellate). La firma del contratto con il consorzio è stata apposta il 18 gennaio 2019, i lavori sono partiti a metà aprile di quell’anno e sono stati ultimati il 28 aprile del 2020. Obiettivamente, un record: un bellissimo risultato per le imprese italiane coinvolte (Fincantieri Infrastructure e Salini Impregilo in primo luogo) e anche per la politica locale e regionale, partendo dal sindaco e commissario per la costruzione Marco Bucci e arrivando al già citato Giovanni Toti.
I due saranno i primi a prendere la parola oggi, mentre il presidente Sergio Mattarella taglierà il nastro. Prima di tutto, però, ci sarà una pagina toccante: il commento musicale di Creuza de ma, la lettura dei nomi delle 43 vittime, e un minuto di silenzio. Prevedibile l’assalto di ministri ed ex ministri, già sgomitanti per la passerella e l’inquadratura tv: oltre al premier Giuseppe Conte, sono previsti in prima fila Luigi Di Maio, Stefano Patuanelli, Paola De Micheli, Lucia Azzolina e pure l’ex titolare del Mit, Danilo Toninelli.
Attenzione, però: ci saranno dei grandi assenti, e cioè i familiari delle vittime, che hanno gentilmente ma fermamente detto no alla richiesta di Mattarella di incontrarli nel momento e sul luogo dell’inaugurazione. Per tutti ha parlato, sentita dal Secolo XIX, la presidente dell’associazione che riunisce i familiari, Egle Possetti: «Emotivamente, vedere il nuovo ponte nelle stesse mani di chi gestiva il Morandi quando è crollato portandosi via le vite dei nostri cari, fa troppo male e non possiamo accettarlo. La gestione deve cambiare e chi aveva il controllo della società al momento del crollo se ne deve andare». In sostanza, poiché non si è ancora sciolto il nodo del controllo di Aspi (con la compagine societaria che vede tuttora il ruolo dominante della famiglia Benetton), i familiari non ci stanno.
Bel capolavoro del governo, verrebbe da dire. Aveva promesso la revoca della concessione, e non ha voluto né saputo realizzarla, a causa dell’irresolutezza di Conte e delle liti continue tra Pd e M5s. Poi, in subordine, aveva assicurato una trattativa serrata per far entrare Cdp e far scendere i Benetton, ma, comunque la si pensi su questa operazione, non si è riusciti a finalizzarla prima dell’inaugurazione.
A completare la beffa, ha provveduto ancora il governo, con la surreale gestione del calendario delle verifiche, delle ispezioni e dei controlli di sicurezza sull’intera rete autostradale e sulle relative gallerie liguri, che hanno da settimane (e proprio nel momento del maggior traffico estivo, degli spostamenti più massicci per i weekend di vacanze) paralizzato l’intera regione, costringendo gli automobilisti ad attese snervanti e a code record. Il paradosso è che c’erano stati i lunghi mesi del lockdown a disposizione per svolgere l’attività ispettiva: e invece si è scelto, sollevando la giusta e reiterata protesta di Giovanni Toti, di concentrare tutto proprio al momento della ripartenza.
Siamo alle solite: c’è chi fa e fa bene (in questo caso, un’alleanza virtuosa di politica locale e regionale e del meglio delle imprese italiane), e c’è invece chi combina guai e macchia i risultati raggiunti dagli altri, salvo poi presentarsi con l’abito buono e sistemarsi in prima fila a favore di telecamera.
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