Ieri, appena prima delle 20, è morto il camaleonte della Repubblica. Un comunista atlantico, un capo di Stato che ha fatto e disfatto governi, ha giocato con guerre e partiti, dominato istituzioni sul palco e dietro le quinte, divorato ideologie e masticato potere per due terzi di secolo. Classe 1925, «fascista» come poteva esserlo un diciassettenne iscritto ai Guf, Giorgio Napolitano è vicino ai comunisti già prima della fine della seconda guerra mondiale. Sposa Clio Maria Bittoni, avvocato della Lega Coop. In età matura si colloca alla destra nel partitone rosso, appartenendo al quale mette in luce la sua incredibile capacità di mutamento di pelle. Due episodi su tutti. Primo: l’ormai celeberrimo discorso su Budapest, novembre 1956, che gli è valso addirittura contestazioni in Ungheria a 50 anni di distanza. «Come si può», chiede Napolitano mentre i cingolati di Mosca calcano le strade della Capitale, «non polemizzare aspramente col compagno Giolitti quando egli afferma che anche in Ungheria hanno difeso il partito non quelli che hanno taciuto ma quelli che hanno criticato? […] Il compagno Giolitti […] ci ha detto che l’intervento sovietico poteva giustificarsi solo in funzione della politica dei blocchi contrapposti, quasi lasciandoci intendere […] che l’intervento sovietico si giustifica solo dal punto di vista delle esigenze militari e strategiche dell’Unione sovietica; senza vedere come nel quadro della aggravata situazione internazionale, l’intervento sovietico in Ungheria, […] abbia contribuito in misura decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss, ma a salvare la pace nel mondo».
Il secondo, leggermente meno noto, è di quasi 20 anni successivo. Il 20 febbraio 1974 Napolitano giustifica l’espulsione di Aleksandr Solzenicyn dall’Urss: «Nessuno può negare che lo scrittore […] avesse finito per assumere un atteggiamento di “sfida” allo Stato sovietico e alle sue leggi […]. Non c’è dubbio che questo atteggiamento di Solzenicyn, avesse suscitato larghissima riprovazione nell’Urss. Che questa ormai aperta, estrema “incompatibilità”, sia stata sciolta dalle autorità sovietiche non con un’incriminazione di Solzenicyn, ma con la sua espulsione, può essere considerato più o meno “positivo”; qualcuno può giudicarla obiettivamente, come l’ha giudicata, la “soluzione migliore”». Il comunismo di Napolitano è dogmatico, ma stemperato da pentimenti tardivi e riposanti. Nel primo discorso di insediamento al Colle (15 maggio 2006) ha speso parole inequivoche: «Ci si può ormai ritrovare, superando vecchie, laceranti divisioni, nel riconoscimento del significato e del decisivo apporto della Resistenza, pur senza ignorare zone d’ombra, eccessi e aberrazioni».
ripensamenti meditati
Sei anni più tardi, in visita alle malghe di Porzûs, teatro del più terribile fratricidio tra partigiani italiani, ha reso omaggio ai militanti cattolici (tra cui il fratello di Pier Paolo Pasolini e lo zio di Francesco De Gregori) massacrati dai filo-titini parlando così: «La strage resta fra le più pesanti ombre che siano gravate sulla gloriosa epopea della Resistenza». Sulle «radici dell’eccidio», il presidente indica «le pretese di dominio di una potenza straniera a danno dell’Italia». Un altro passetto arriva il 9 febbraio 2013. Sull’Osservatore romano il capo di Stato riflette sul rapporto tra ideali e ideologie e scrive: «[…] è impossibile sfuggire alla certificazione storica non solo del fallimento dei sistemi economici e sociali d’impronta comunista, ma del rovesciamento di quell’utopia rivoluzionaria che conteneva in sé promesse di emancipazione sociale e di liberazione umana e che aveva finito – come, con fulminante espressione, disse Norberto Bobbio – per “capovolgersi”, nel convertirsi di fatto nel suo opposto. Nell’adesione e nell’attaccamento di tanti al partito comunista, quale risorse in Italia dopo la liberazione dal fascismo, un elemento di fideismo vi fu, e venne anche dall’alto della sua dirigenza».
Eccolo, il camaleonte. Più rapidi, nel suo tragitto, i cambiamenti sull’Europa, la grande bandiera il cui blu stellato sostituisce il rosso ormai stinto. Napolitano non ha dubbi, il 13 dicembre 1978, quando alla Camera, voce del suo Pci nel dibattito sull’ingresso dell’Italia nel Sistema monetario europeo, attacca Giulio Andreotti. Il quale ha, a dire del futuro capo di Stato, una scarsa valutazione dei rischi dell’avventura europea. «Nulla ci è stato detto per confutare analisi secondo cui le regole dello Sme ci possano portare a intaccare le nostre riserve e a perdere di competitività, […] fino a trovarci nella necessità di adottare drastiche politiche restrittive. […] Il rischio è quello di veder ristagnare la produzione, gli investimenti e l’occupazione invece di conseguire un più alto tasso di crescita».
no all’europa. forse
In nuce, è già tutto qui. «Re Giorgio», soprannome che ha storicamente indisposto Napolitano («Almeno dite che somiglio a Lord Carrington», sospirava ai cronisti, annoiato dagli insinuanti paragoni con Umberto II), sa, ma cambia idea dopo poche settimane (e un incontro con i diplomatici Usa). C’è lui al Viminale nel governo che tratta l’ingresso italiano nell’euro, e da presidente della Repubblica toccherà con mano quanto il Fiscal compact avrebbe chiesto agli italiano. Lui, che pure sembrava aver intuito nel 1978: «La verità è che forse si è finito per mettere il “carro” di un accordo monetario davanti ai “buoi” di un accordo per le economie».
La traiettoria politica di Napolitano fa impensierire la carriera infinita di Andreotti. Deputato per dieci legislature, presidente della Camera, ministro dell’Interno, eurodeputato, senatore a vita, due volte presidente della Repubblica. Dallo scranno più alto di Montecitorio (dove sale il 3 giugno 1992) deve gestire Tangentopoli, con annessa raffica di voti per l’autorizzazione a procedere. Non l’accompagna fama di duro: Il Foglio di Giuliano Ferrara gli dà di «coniglio bianco in campo bianco». Nel febbraio 1993 un tenente colonnello della Guardia di finanza bussa alla Camera per acquisire i bilanci del partito socialista, su ordine di Gherardo Colombo. I bilanci sono per obbligo di legge pubblicati in Gazzetta ufficiale. Napolitano chiude la porta al militare e chiama Francesco Saverio Borrelli, che chiama Colombo, che abbozza.
mani pulite e craxi
Poco dopo, quando, il 29 aprile 1993, la Camera respinge a voto segreto un’autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi, Napolitano convoca la Giunta del regolamento e dispone il voto palese per quel tipo di decisioni, fatte salve quelle per l’arresto. È la rottura totale tra i due. Nel celebre interrogatorio al processo Cusani, il 17 dicembre ’93, interrogato da Antonio Di Pietro Craxi imbraccia il fucile: «Della natura non regolare o illegale dei finanziamenti ai partiti e al mio partito ho cominciato a capire quando ancora portavo i pantaloni alla zuava […]. È possibile credere che il presidente del Senato, Giovanni Spadolini, per dieci anni segretario del Pri, abbia sempre avuto un finanziamento assolutamente regolare e che le irregolarità e illegalità siano state commesse dal vecchio La Malfa e dal giovane La Malfa? Sarebbe come credere che il presidente della Camera, Giorgio Napolitano, che è stato per molti anni ministro degli Esteri del Pci, non si fosse mai accorto del genere di traffico che avveniva sotto di lui, tra i vari rappresentanti e amministratori del Pci con i Paesi dell’Est». Sulla cosa non si indagherà.
Dopo l’avvento del Cavaliere, a cui avrà in sorte di sopravvivere un po’, Napolitano entra nel governo Prodi come ministro dell’Interno, primo ex comunista al Viminale. Subisce l’onta, il 28 aprile 1998, della clamorosa latitanza del piduista Licio Gelli dopo una sentenza definitiva di condanna per il crac Ambrosiano.
problemi con i piduisti
Il massone verrà riacciuffato a Cannes, ma l’imbarazzante vicenda costa a Giovanni Maria Flick (titolare della Giustizia) e allo stesso Napolitano una mozione di sfiducia (superata), condita dalle bordate di Paolo Flores d’Arcais su Micromega. A parte una vicenda legata all’ipotesi di rimborsi gonfiati durante il suo secondo mandato di europarlamentare (2004, tratte low cost rimborsate a tariffa piena), il camaleonte attraversa il berlusconismo calcando soprattutto il terreno della giustizia. Con la bocciatura del Lodo Alfano (ottobre 2009) il Cavaliere furibondo grida: «Il capo dello Stato? Lo sapete da che parte sta…». Eppure, da lì in avanti, sarà proprio il presidente della Repubblica a stigmatizzare gli eccessi della magistratura «politicizzata», fino a diventare protagonista di un contrasto feroce con la Procura di Palermo con l’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia che andrà a sentenza ad aprile 2018. L’ex ministro dell’Interno ed ex presidente del Senato Nicola Mancino, indagato, nel 2012 viene intercettato in colloqui telefonici con lo stesso Napolitano, protetto da garanzie costituzionali. Un collaboratore del Colle, Loris D’Ambrosio, nell’estate 2012 viene colpito da infarto. Napolitano condanna la «campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose» ai danni del magistrato. È guerra: il 16 luglio solleva il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale. L’eco di questo cozzo si propala per mesi, anche dopo che (a dicembre 2012) la Consulta dà ragione al Colle, ordinando la distruzione delle registrazioni delle sue telefonate. Sarà sempre Napolitano, poco prima del Natale 2012, a concedere la grazia ad Alessandro Sallusti, allora e tuttora direttore del Giornale, condannato al carcere per diffamazione ai danni di un giudice.
Colto, figlio di un avvocato, laurea alla Federico II, breve esperienza da attore, Napolitano è figura decisiva anche per lo sviluppo istituzionale italiano nelle sue più delicate transizioni: da capo di Stato dà l’incarico, in cinque anni, a Romano Prodi (2006), Silvio Berlusconi (2008), Mario Monti (2011), Enrico Letta (2013) e Matteo Renzi (2014): gli ultimi due vengono incaricati durante il suo secondo giro, unico nella storia repubblicana, iniziato alla vigilia dei 90 anni e piangendo in Aula. Vent’anni prima di «battezzare» il Rottamatore, nel ‘94 Napolitano pronuncia la dichiarazione di voto del Pds sulla fiducia al governo Berlusconi. Il vecchio migliorista è di fronte all’«homo novus». Lo stenografico della Camera, al termine del discorso, recita così: «Vivissimi applausi – Molte congratulazioni. Il presidente del Consiglio dei ministri Berlusconi si reca al banco del deputato Napolitano e si congratula con lui – Vivissimi, generali applausi».
Quando Berlusconi, 12 anni più tardi, assisterà, sconfitto per poche migliaia di voti, all’elezione dello stesso Napolitano al Colle, dirà ai suoi: «Composti, come a un funerale». Nel febbraio 2009, sul caso Englaro, i due si prenderanno a sberle, in un memorabile scontro tra il rigore istituzionale di Napolitano e il vitalismo anarcoide di Berlusconi.
la mancata firma su eluana
Alla fine di un complicatissimo e straziante iter, l’autorità giudiziaria decreta la sospensione dell’alimentazione per Eluana, trentottenne in stato vegetativo dal gennaio 1992. Il governo Berlusconi gioca una carta spericolata: il Consiglio dei ministri approva all’unanimità un decreto legge per impedire la sospensione di cibo e acqua. Napolitano rifiuta di firmare per ragioni di costituzionalità. Nello stesso giorno il governo trasferisce lo stesso testo in un disegno di legge, che va al Senato. È un venerdì. Il lunedì successivo, mentre Palazzo Madama si prepara a votare, Eluana Englaro muore. Sarà preludio della guerra politica.
Estate 2011. Tra i vari colpi di grazia (lo spread, l’inconsistenza politica, gli scandali) del moribondo governo Berlusconi, c’è un episodio che coinvolge Napolitano. Azzerato sulla scena interna e internazionale, il Cav tenta il tutto per tutto giocando la carta del decreto sviluppo da presentare al G20 di Cannes. Nell’ultimo Consiglio dei ministri che dovrebbe licenziarne il testo arriva (è il 2 novembre) il niet di Napolitano. Da lì in poi sarà una rapida agonia, fino al fulmineo cambio in corsa.
E pensare che mica troppo tempo prima, il 9 maggio 2006, mentre – fatto fuori Massimo D’Alema per veti interni – avanza la candidatura della «riserva della Repubblica» Giorgio Napolitano – l’allora fedelissimo berlusconiano Sandro Bondi scriveva sulla Stampa: «Se non si riesce a coagulare intorno a Mario Monti un vasto e trasversale consenso, Napolitano può essere considerato il male minore». Monti, poi, era nel destino del migliorista. Nell’estate 2011 il nome del bocconiano circola. Ma è solo grazie al piglio «presidenzialista» di Napolitano che il Professore diventa successore del Cavaliere. L’operazione è violenta ma chirurgica, e ha sponde consolidate in tutte le principali forze politiche e nelle cancellerie internazionali. Sergio Mattarella tenterà un’operazione non dissimile con l’incarico a Carlo Cottarelli, nel maggio 2018, ma i risultati saranno impietosamente diversi. Quando però Monti si candida, nel 2013, la reazione di Napolitano pare quella riservata a un esperimento scappato di mano.
l’esperimento
È nel 2011 che viene visibilmente trasferito sul Colle il centro di gravità della politica italiana, in un esperimento che di fatto i governi Conte 1 e 2 hanno confermato, ma anche il mancato assalto di Draghi appare come una indiretta conferma della china. Secondo il Wall Street Journal (dicembre 2011) sarebbe stata Angela Merkel a «sollecitare» a Napolitano una rimozione di Berlusconi da Palazzo Chigi. Due mesi prima la stessa versione appare sul New York Times: «Mr. Sarkozy and Mrs. Merkel this month had privately urged Italy’s president, Giorgio Napolitano, to put Mr. Monti in the prime minister’s job». Napolitano crea un governo, gestisce partite cruciali quali la partecipazione dell’Italia al catastrofico intervento in Libia. L’epilogo dell’operazione-Monti suona come l’ultimo dei tanti passaggi enormi eppure sospesi che la vita politica e il «novennato» di Napolitano consegnano al Paese. L’uomo resta centrale fino all’estrema propaggine della sua esistenza, in cui politica e biografia sono tutt’uno. Dal Colle pilota il renzismo (altro esperimento incompiuto), gestisce la successione con Mattarella di cui resta confidente (sarà convocato alle incasinatissime consultazioni del dopo 4 marzo 2018), rimane sponda internazionale per tedeschi e americani.
Eppure, Napolitano resta un eccezionale incompiuto della storia d’Italia. La resa dei conti ideologica con la storia personale e politica del vecchio Pci è un grande irrisolto, fatto di pentimenti fuori tempo massimo e di svolte mai trasparentemente motivate. Lo scontro violento sui temi della giustizia (con la trattativa Stato-mafia apice della frattura) non ha mai prodotto una ricomposizione definitiva: il deflagrare del «sistema Palamara» e il difficile cammino del ministro Carlo Nordio sono lì a testimoniarlo. La battaglia retorica per le «riforme» istituzionali ha prodotto risultati deprimentemente facili da vedere, e lo stesso si può dire del drammatico percorso di integrazione europea di cui pure, dopo le iniziali remore e dopo qualche viaggio negli Usa, si è fatto alfiere primario oltre 40 anni fa. Tanto Monti quanto Renzi hanno avuto epiloghi differenti dalle intenzioni iniziali, e l’idea di tenere ai margini il grillismo nel 2013 ha solo rafforzato il peso del M5s fino a portarlo al governo. Tutti snodi che hanno in Napolitano un interprete muscolare, eppure percepito meno «partigiano» di uno Scalfaro e meno «eterodosso» di un Cossiga. La stessa eccezionalità è stata il suo limite: Re Giorgio ha forzato la mano agli equilibri istituzionali in nome di un europeismo le cui fila sono tirate ben più dall’estero che dai confini nazionali. Nell’ultima sua intervista da Fabio Fazio, ha parlato macronianamente di una «sovranità europea» che avrebbe soppiantato quella nazionale, del cui esercizio si è però pasciuto più di chiunque altro. La sua storia di camaleonte incompiuto è una trafila di gioiose macchine da guerra andate a schiantarsi, senza che il conducente si facesse l’ombra di un graffio.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >