Ha vinto l’algoritmo. E ha perso Mario Calabresi, che per un decennio ha accarezzato il coccodrillo digitale nella speranza di essere mangiato per ultimo. Il giorno del giudizio è arrivato anche per lui, direttore di Repubblica, bandiera della sinistra radical chic un po’ allo sbando nella stagione dei populisti al governo e del Pd incapace di cogliere il vento del nuovo. È difficile oggi comprendere il senso più intimo di un licenziamento così sorprendente, voluto dalla famiglia De Benedetti – Marco e Rodolfo, ma con il decisivo zampino di Carlo – e spiegare con chiarezza se sia dovuto a una linea insoddisfacente del partito di carta o ai numeri disastrosi in edicola.
Calabresi lascia il posto a Carlo Verdelli, cambio in corsa che indica anche un cambio di strategia: fuori un Mario Mandzukic metodico e imponente, dentro un Paulo Dybala dal genio silenzioso. Calabresi se ne va dalla corazzata rossa dopo soli tre anni da ammiraglio (il fondatore Eugenio Scalfari era rimasto 20 anni nel politburo, Ezio Mauro altrettanti) e spiega così su Twitter il colpo di scena: «Dopo tre anni finisce la mia direzione di Repubblica, lo hanno deciso gli editori. Ho l’orgoglio di lasciare un giornale che ha ritrovato un’identità e ha un’idea chiara del mondo. I lettori lo hanno capito, la discesa delle copie si è dimezzata: era al 14%, ora è sotto il 7%».
Uno squillo di tromba malinconico per il direttore milanese, 49 anni, figlio di quel Luigi Calabresi commissario di pubblica sicurezza assassinato da Lotta continua e simbolo della parte più conservatrice del Paese. Il senso di colpa dell’intellighenzia rossa, l’indubbia qualità giornalistica e un percorso vincente nel milieu progressista hanno consentito a un cognome di destra di sdoganarsi a sinistra. Ma oggi le parole di Calabresi nascondono sorpresa e contrarietà. Non se l’aspettava, anche se un anno fa Carlo De Benedetti lo aveva attaccato frontalmente («Don Abbondio diceva che il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare»); anche se il cda aveva individuato in Tommaso Cerno il suo successore, poi più interessato ad uno scranno in Senato con il Pd; anche se la folle strategia di regalare tutte le notizie e i commenti sul sito e poi sui social ha portato il giornale a vendere 135.000 copie e a perdere come il Corriere della Sera (sai che consolazione), numeri insufficienti per tenersi sulle spalle 400 giornalisti.
Nel comunicargli la decisione di cambiare direttore dopo 1.000 giorni, il presidente di Gedi, Marco De Benedetti, gli ha spiegato che «il cda vorrebbe fare un giornale meno schierato politicamente e più croccante». E allora ecco che anche il discorso sull’identità politica traballa. Repubblica l’ha sempre avuta e le battaglie di Scalfari (caso Moro) e di Mauro (la stagione di Silvio Berlusconi) condite dalla consueta retorica antifascista e arcobaleno hanno mostrato ben altri bagliori luciferini rispetto alla melassa renzian globalista. Motivo per cui la famiglia De Benedetti potrebbe chiudere il cerchio cambiando anche il direttore dell’Espresso, Marco Damilano. C’è una frase glaciale e ingenerosa che ha accompagnato la stagione Calabresi rispetto alla lunga omelia cattocomunista di Mauro. Una frase che arriva dalla pancia della balena di largo Fochetti: «Avevamo un direttore che sembrava un nano ed era un gigante, adesso ne abbiamo uno che sembra un gigante ma è un nano».
Calabresi chiude una cavalcata che lo ha portato a essere il vate del giornalismo digitale in Italia. Non c’era amministratore di quotidiano anche locale, magari del tutto digiuno di giornalismo, che non scoprisse con eccitazione: «Calabresi fa la redazione rotonda con tutte le tv appese, facciamola anche noi», «Calabresi butta giù dal letto tutti i capiredattori alle sei di mattina, svegliamoli anche noi», «Calabresi regala le notizie e fa passerella su Facebook live, perché non lo imitiamo?».
Così, in un’imbarazzante rincorsa al marketing editoriale più delirante, tutti a copiare Calabresi. Generazioni di redattori aggrappati alla posta pneumatica costretti a svegliarsi in piccole Silicon Valley de noantri dove Calabresi appariva, ologramma algido in camicia bianca, a indicare la via fra un selfie con Matteo Renzi e un inutile restyling grafico. Il giorno in cui, sostenuto da colleghi illuminati come Gianni Riotta, decise di assegnare il premio È Giornalismo a Google – il famoso coccodrillo che cannibalizzando le notizie ci avrebbe mangiato – bastava vedere le espressioni disgustate di fuoriclasse come Ettore Mo e Natalia Aspesi per capire quale fosse l’orizzonte.
Al suo posto arriva Carlo Verdelli, l’uomo che inventò il fenomeno Vanity Fair, ex direttore della Gazzetta dello Sport, ex delfino di Paolo Mieli e di Ferruccio de Bortoli al Corriere della Sera, così innovatore nella Rai di Antonio Campo Dall’Orto da doversene andare dopo i no al trasferimento del Tg2 a Milano e al suo piano di riforma per l’informazione. Anche lui adoratore dell’algoritmo dalla prima ora, una decina d’anni fa entusiasmò l’Osservatorio dei media alla Bagnaia ripetendo la frase: «Il futuro è condivisione, Youtube, Myspace». Gli era sfuggito Youporn.
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