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L'Africa perde 50 milioni di tasse all'anno

  • Tra i 50 e gli 80 miliardi di dollari. Queste le perdite che ogni anno l'Africa ha a causa dell'evasione fiscale. Secondo l'ultimo rapporto pubblicato dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) questa somma è nettamente superiore rispetto agli aiuti ufficiali che il continente riceve.
  • Mauritius sotto controllo. Il Paese da anni è la principale via di accesso, per le imprese interessate, al territorio africano. E infatti questo offre diversi vantaggi fiscali per chi vuole iniziare un business nel continente.

Lo speciale comprende due articoli.


Tra i 50 e gli 80 miliardi di dollari. Queste le perdite che ogni anno l'Africa ha a causa dell'evasione fiscale. Secondo l'ultimo rapporto pubblicato dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) questa somma è nettamente superiore rispetto agli aiuti ufficiali che il continente riceve. Lo studio evidenzia come la causa principale delle mancate entrate economiche sia da imputare principalmente ai flussi di finanziamento illeciti (Iffs) che hanno come obiettivo nascondere beni o ricchezza dal paese di origine. Questi possono manifestarsi attraverso diverse realtà. La prima è il mondo del business, e dunque per esempio l'avere un bilancio non in chiaro o parallelo. Il secondo ambito sono le attività criminali come possono essere il traffico di esseri umani, droga, armi ed evasione fiscale. E infine l'ultimo canale è la corruzione e il riciclaggio di denaro. Secondo il più recente rapporto pubblicato dall'Unione Africana (Ua), l'Africa perde più di 50 miliardi di dollari l'anno a causa degli Iffs. «Negli ultimi 50 anni il continente ha perso più di 1.000 miliardi di dollari a causa degli Iffs», si legge nel report dell'Ocse. E infatti questi flussi causano pesanti perdite ai vari governi locali, privandoli delle risorse necessarie per fornire i servizi essenziali.

A sfruttare l'Africa non sono però solo i paesi sviluppati ma anche quelli in via di sviluppo. Secondo infatti uno studio redatto dal Global financial integraty (think tank con sede a Washington Dc che produce analisi sui flussi di finanziamento illeciti e fornisce consulenze anche ai vari paesi in via di sviluppo) il volume annuo complessivo degli Iffs, proveniente dai paesi in via di sviluppo è cresciuto da 465 miliardi, nel 2004, di 1,09 trilioni di dollari nel 2013. Il principale "finanziatore" è l'Asia con 482 miliardi di dollari, seguiti dall'Europa in via di sviluppo con 250 miliardi, dall'America Latina e dai Caraibi con 212 miliardi e dal Medio oriente con 70 miliardi.

Per cercare di porre un freno a questa perdita di ricchezza, i leader dell'Ua hanno deciso nell'ultimo vertice (il 31°) tenutosi nel 2018 in Mauritania come sia di fondamentale importanza registrare e dunque tracciare la titolarità effettiva e dare il via ad uno serio scambio di informazioni fiscali, oltre che abolire il segreto bancario. Inoltre, l'asimmetria informativa tra i contribuenti e le autorità finanziarie crea opportunità di abuso. Dà quindi la possibilità di nascondere la propria ricchezza all'estero con un rischio limitato di essere scoperti. A questo si aggiunge che i pochi comportamenti scorretti scoperti non vengono puntiti a dovere e dunque questo "incentiva" l'evasione fiscale e gli illeciti.

Il continente africano risulta essere il più colpito dall'evasione fiscale a livello internazionale. Da diversi anni l'area viene infatti saccheggiata e perde una quantità di ricchezza notevolmente superiore rispetto all'Europa o agli Usa. Stando la ricerca: The hidden wealth of nations: the scourge of tax havens pubblicata nel 2017 da Gabriel Zucman il 30% della ricchezza finanziaria dell'Africa è detenuta offshore e causa una perdita di circa 15 miliardi di dollari. La percentuale di erosione è una delle più alte nel mondo. In Europa il 10% della ricchezza è detenuta offshore con gap pari a 75 miliardi, negli Usa il 4% corrisponde a 36 miliardi (da sottolineare come le multinazionali a stelle e strisce sono le maggiori finanziatrici dell'elusione internazionale e negli Usa ci sono anche diversi paradisi fiscali che portano ricchezza). In America latina il 22% che corrisponde a 21 miliardi di dollari, in Canada il 9% (6 miliardi), e infine la Russia con il 50% e 1 miliardi di gap fiscale. A livello globale dunque l'8% della ricchezza finanziaria è detenuta offshore con perdite pari a circa 200 miliardi di dollari. L'Africa rimane l'area più duramente colpita dai comportamenti illeciti e ogni anno perde miliardi entrate fiscali a causa dell'evasione.

Mauritius sotto controllo

Mauritius sotto la lente di ingrandimento dell'Africa. Il Paese da anni è la principale via di accesso, per le imprese interessate, al territorio africano. E infatti questo offre diversi vantaggi fiscali per chi vuole iniziare un business nel continente. Le multinazionali interessate sfruttano dunque la possibilità di aprire, solo sulla carta, una società a Mauritius e poi operare nello Zambia o in qualsiasi altro paese africano, senza pagare tasse o altro. O meglio queste vengono date al paradiso fiscale nell'oceano Indiano. E il tutto è stato reso possibile grazie all'esistenza di diversi trattati bilaterali firmati dai paesi africani. L'operare in questo modo ha resto Mauritius notevolmente forte, dal punto di vista economico, grazie alle risorse rubate all'Africa. Negli anni poi ha anche perfezionato il suo essere un paradiso fiscale a livello internazionale, attirando investimenti diretti esteri e risorse anche da altri paesi.

Tornando all'Africa, negli ultimi mesi però diverse nazioni del continente hanno iniziato a ribellarsi a questa situazione, e l'ultimo in ordine cronologico è stato lo Zambia. Il Paese ha infatti letteralmente stracciato il trattato fiscale firmato con Mauritius del 2012 e ha deciso di rinegoziarne uno nuovo. Secondo il governo locale lo Zambia, con l'attuale trattato, non riesce a tassare le società che operano nel Paese. E questo perché fanno forza sia sul fatto di essere sulla carta fiscalmente residenti in Mauritius e sia grazie ai diversi accordi bilaterali firmati con i paesi africani. Questi fanno sì che le società non paghino le tasse ai governi locali ma bensì al paradiso fiscale. Secondo un funzionario dello Zambia, che ha parlato con l'International consortium of investigative journalist (Icij) il trattato del 2012 era iniquo e non giusto. La maggior parte delle aziende che lo hanno utilizzato non hanno attività commerciali a Mauritius (ma bensì in Africa) e "potrebbero anche essere indicata come società di comodo" sottolinea il funzionario. Questo però consente alle imprese di non pagare le tasse oppure di diminuirle nel paese africano in questione.

Prima però di dar via al nuovo accordo lo Zambia ha intenzione di cercare di stimare il valore delle entrate fiscali perse, a causa del trattato. E in effetti per decenni Mauritius è stata considerata come "la Porta dell'Africa", grazie al fatto che incoraggiava le società straniere, che avevano interesse nel continente, a dare vita ad entità economiche fittizie sull'isola, potendo operare senza problemi anche in Africa. In base ai trattati bilaterali firmati con Mauritius diversi paesi africani (tra cui lo Zambia) hanno concordato di ridurre o eliminare del tutto le tasse che altrimenti sarebbero state pagate dalle società straniere ai governi locali. Lo Zambia, per esempio ha concordato con Mauritius di rinunciare a ricevere le imposte sui pagamenti transfrontalieri, inclusi gli interessi e le royalties. Grazie a questi accordi diversi paesi africani hanno dunque sacrificato e perso diverse entrate fiscali. Il rinegoziare i trattati bilaterali è dunque il primo passo per cercare di mettere un freno al non pagamento di tasse legalizzato.


Addio a Cirino Pomicino, ’o ministro che svelò l’intrigo Agnelli-Cdb
Cirino Pomicino (Ansa)
Cresciuto alla scuola del «divo» Giulio, amava vivere la bella vita. Prima di darsi alla politica fece carriera come neurochirurgo. Durante Mani pulite finì nel tritacarne delle procure, ma ne uscì (quasi) indenne. E raccontò tutto con lo pseudonimo «Geronimo».

«Nella Seconda repubblica le sciabole stanno appese. Combattono i foderi». Con il lascito visivo di una lama che dondola da una parete damascata con vista sul Golfo di Napoli, Paolo Cirino Pomicino abbandona la vita terrena. Lo fa 48 ore dopo Umberto Bossi, con la gentilezza partenopea di chi lascia il passo all’avversario di sempre, quel barbaro sognante che lo considerava un simbolo di «Roma ladrona».

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Lancia «Gamma»: storia di un'ammiraglia bella e dimenticata
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)

Nel marzo del 1976 l'ammiraglia della casa di Chivasso fu presentata a Ginevra. Berlina e coupé dal design innovativo e dalle prestazioni sportive, non ebbe il successo sperato per problemi di affidabilità meccanica.

L'articolo contiene una gallery fotografica.

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Francesco Gianfala: «Rilancio Pignatelli grazie a Europa e Asia»
Francesco Gianfala
Il proprietario dello storico marchio: «Il rafforzamento internazionale è una priorità. Abbiamo un patrimonio identitario fortissimo però con un potenziale inespresso. La nostra linea cerimonia uomo è la iconica ma avremo pure quelle contemporanea e femminile».

Rilanciare un marchio storico senza tradirne l’identità è una sfida che richiede visione, coraggio e sensibilità. È da qui che riparte Pignatelli, oggi guidata da Francesco Gianfala, protagonista di una nuova fase che intreccia eredità sartoriale e sguardo contemporaneo. Tra radici solide e nuove ambizioni, il futuro della maison prende forma avviando un ambizioso percorso di rilancio e riposizionamento. Abbiamo incontrato Gianfala per approfondire strategie, obiettivi e prospettive di uno dei marchi più rappresentativi del made in Italy.

Nel 2025 ha acquisito il 100% di Carlo Pignatelli: cosa l’ha spinta a investire in questo storico marchio e quale visione aveva fin dall’inizio?

«Tutto nasce da una convinzione molto chiara: ci trovavamo di fronte a un marchio con un patrimonio identitario fortissimo, riconosciuto e radicato nella tradizione sartoriale italiana, ma con un potenziale ancora inespresso sul piano contemporaneo e internazionale. Fin dall’inizio, la mia visione è stata quella di preservare questa eredità, rafforzandola però attraverso un’evoluzione strutturata, capace di dialogare con nuovi linguaggi estetici e nuovi mercati».

L’inaugurazione del nuovo headquarter di Milano rappresenta un momento chiave: che valore strategico ha questa nuova sede per il futuro del brand?

«Un valore fondamentale. Non è solo un ampliamento fisico, ma un vero centro nevralgico in cui convergono creatività, sviluppo prodotto e direzione aziendale. Essere nel cuore dei Navigli significa posizionarsi all’interno del principale ecosistema della moda italiana, favorendo connessioni, visibilità e velocità decisionale. È un investimento sulla crescita e sull’efficienza futura del brand».

Con il lancio di Pignatelli Atelier si apre un nuovo capitolo creativo: quali sono gli elementi distintivi di questa linea rispetto alla tradizione della maison?

«Pignatelli Atelier rappresenta un’estensione evolutiva della maison che nasce in modo naturale per volontà della nuova proprietà che, insieme a Jean Luc Amsler, ha trovato il giusto interprete per questo nuovo capitolo. Gli elementi distintivi sono una maggiore libertà espressiva, l’introduzione di codici più contemporanei e una ricerca stilistica che va oltre la cerimonia tradizionale. Sartorialità, upcycling e costruzioni innovative convivono in una proposta che include il womenswear, mantenendo però una coerenza profonda con il Dna del marchio».

Quanto è stato importante il dialogo con l’archivio storico nel processo di rebranding e innovazione stilistica?

«È stato centrale. Non lo abbiamo considerato come un elemento statico, ma come una fonte viva di ispirazione. Ogni intervento di rebranding è partito da lì: dallo studio delle linee, delle costruzioni, dei dettagli sartoriali. Questo ci ha permesso di innovare senza perdere autenticità, mantenendo un filo diretto con la storia della maison».

La direzione creativa è affidata a Jean Luc Amsler: come si è sviluppata la vostra collaborazione?

«Con Jean Luc condividiamo la stessa visione: quella di portare Pignatelli verso una dimensione più internazionale e contemporanea, senza snaturarne l’identità. Amsler porta una sensibilità couture, una grande esperienza e una capacità di reinterpretare i codici classici in chiave moderna. Il suo contributo è stato determinante nel definire il nuovo linguaggio creativo».

Pignatelli è storicamente leader nella cerimonia uomo: come si integra questa identità con l’ampliamento verso una proposta più contemporanea e anche femminile?


«La cerimonia uomo resta il nostro core business e un pilastro identitario, sotto la direzione creativa di Francesco Pignatelli. L’ampliamento verso una proposta più contemporanea e femminile non è una rottura, ma un’evoluzione naturale. I valori fondanti - eleganza, qualità, sartorialità - vengono declinati in nuove forme e nuovi segmenti, mantenendo coerenza e riconoscibilità».

Il tema dell’upcycling (il riutilizzo di materiali di scarto, ndr) è centrale nella nuova collezione: come si inserisce nella vostra visione di sostenibilità e innovazione?

«L’upcycling è una scelta sia etica che creativa. Si inserisce nella nostra visione di sostenibilità come un approccio concreto alla riduzione degli sprechi, ma anche come opportunità progettuale. Recuperare materiali e basi sartoriali per trasformarli in nuovi capi significa dare valore al passato e reinterpretarlo in chiave innovativa».

Parla di rafforzamento del posizionamento internazionale: quali mercati considera prioritari per la crescita futura?

«Il rafforzamento internazionale è una priorità. Guardiamo con grande attenzione all’Europa, al Medio Oriente e ad alcuni mercati asiatici, dove il valore della sartorialità italiana è particolarmente apprezzato. Allo stesso tempo, vogliamo consolidare la presenza nei mercati in cui siamo già riconosciuti, costruendo una distribuzione più strutturata».

Guardando ai prossimi anni, come immagina l’evoluzione di Pignatelli nel panorama della moda globale?

«Vedo Pignatelli come un brand sempre più solido, riconoscibile e internazionale, capace di essere un punto di riferimento non solo nella cerimonia, ma in un’idea più ampia di eleganza contemporanea. Un marchio che evolve, ma che resta fedele alla propria essenza: il made in Italy, la qualità e la cultura sartoriale».



Toh, ora a Ravenna 100% di idoneità per i Cpr
Ansa
Dopo l’inquietante indagine, in sole 72 ore via libera per i rimpatri di tre irregolari.

In 16 mesi, gli otto medici del reparto di Infettivologia dell’ospedale Santa Maria Croce delle Croci di Ravenna, indagati per falso ideologico continuato in concorso in atti pubblici e di interruzione di pubblico servizio, avrebbero rilasciato 34 pareri di inidoneità ritenuti falsi su 64 stranieri destinati all’espulsione, dei quali dieci avevano rifiutato di sottoporsi alla visita medica.

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