La sinistra vuole usare il risultato del referendum per sostenere di essere maggioranza nel Paese. Un’affluenza di 12,4 milioni di votanti (questo l’obiettivo del plebiscito odierno) supererebbe i consensi raccolti dal centrodestra alle elezioni politiche di tre anni fa. E dunque, secondo Schlein e compagni, questo basterebbe per immaginare la segretaria del Pd a Palazzo Chigi.
Detto che si tratta di un esercizio puramente immaginario, la sommatoria del voto per il referendum nasconde un grande imbroglio. E non soltanto perché sommare i Sì ai No, che pure ci saranno nonostante il centrodestra abbia imboccato la strada dell’astensione, è un modo per mascherare l’insuccesso del voto, perché se non si supera il quorum, cioè 26 milioni di elettori, il referendum non ha alcun valore. Ma anche perché fingere che i voti per il Sì rappresentino una sola forza politica, con intenti e programmi uguali, è autentica mistificazione.
Cominciamo col dire che il fronte delle opposizioni non solo è diviso sul tema del lavoro (Renzi, Calenda e pure una parte di riformisti del Pd non vogliono l’abrogazione), perché la pensano all’opposto di Schlein e compagni, ma pure su quello della cittadinanza. Conte e i suoi pentastellati non sono favorevoli, perché sanno che la maggioranza degli italiani è contraria a concederla più facilmente, e infatti il Movimento non ha dato indicazioni di voto, ma lascia i militanti liberi di fare ciò che vogliono. Le divisioni riguardano inoltre la guerra a Gaza e quella in Ucraina. Una parte della sinistra è contraria a inviare altre armi a Kiev e tra questi ci sono i 5 stelle e pure l’alleanza Verdi e Sinistra, a cui si unisce qualche frangia del Pd. Ufficialmente, la linea del Partito democratico è però favorevole a sostenere Zelensky e i suoi fino alla morte. Non parliamo poi del piano di riarmo, che spacca in maniera verticale lo schieramento: Conte e i suoi, insieme a Bonelli e Fratoianni, sono contrari; il Pd invece lo sostiene, ma con molti mal di pancia. Stessa scena per quanto riguarda Gaza, con Renzi e Calenda che per una volta si trovano uniti nel dissociarsi dal Pd.
Che mettere tutti d’accordo sia quasi impossibile lo dimostra anche il fatto che alle elezioni di Matera e Taranto, la compagine d’opposizione si presenta divisa e non va meglio dove sono uniti, perché le liti sono quotidiane. Dunque, presentare i promotori del referendum, e quelli che per convenienza si sono accodati, come un blocco unico, pronto a sfidare Giorgia Meloni per la guida di Palazzo Chigi è una truffa. Resa ancor più evidente se si pensa alla leadership. In caso di vittoria, chi si siederebbe sulla poltrona di premier? Elly Schlein o Giuseppe Conte? E Renzi e Calenda che farebbero, reggerebbero il moccolo alla segretaria del Pd o al capo dei 5 stelle? Il fondatore di Italia viva come è noto ha fatto cadere l’avvocato del popolo e tra i due c’è un odio profondo. È vero che Renzi ci ha abituato a qualsiasi giravolta, ma l’altro potrebbe fidarsi di chi gli ha già fatto lo sgambetto una prima volta? E Calenda potrebbe portare in dote il suo 2 per cento a chi promette di fare l’opposto di ciò che lui ha nel suo programma? È vero che la brama di potere mette tutti d’accordo, ma poi, una volta vinto, bisogna governare e lì viene il bello. Come tutti sanno, la sinistra negli ultimi 30 anni non è mai riuscita a concludere una legislatura con lo stesso premier con cui aveva iniziato e qualche volta l’ha pure dovuta concludere in anticipo.
Del resto, mentre Francesco Boccia, pretoriano di Schlein, preannuncia avvisi di sfratto per il governo, l’unico trasloco che si prepara è quello di un pezzo di Pd, che, viste le tesi massimaliste della segretaria, immagina di costituire un nuovo partito riformista, oppure di confluire in qualcuno già esistente ma più moderato. Insomma, siamo alle solite faide della sinistra. Del resto, il referendum stesso è una faida fra compagni: infatti è promosso contro la riforma del lavoro voluta dal compagno Renzi. Dunque, da un lato ci sono i Fratelli d’Italia con i loro alleati, dall’altro i Fratelli coltelli con i loro congiurati.
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