Due righe nella prossima legge di stabilità per togliere da Confindustria le aziende di Stato, da Rai a Leonardo fino a Enel o Eni, e mandarla in fallimento. È questo il vero spauracchio – su cui sta lavorando il viceministro dell’Economia, Massimo Garavaglia – che circola da qualche settimana per i corridoi di viale dell’Astronomia, dove sono in corso i preparativi per il comitato di presidenza che si svolgerà a Verona tra venerdì e sabato. Che i rapporti tra il governo gialloblù di Giuseppe Conte e il presidente Vincenzo Boccia siano ai minimi termini lo dimostrano le interviste arrabbiate di alcuni imprenditori del Nord Est come i retroscena dove si annunciano manifestazioni o forme di protesta contro l’esecutivo, da ultima quella sull’Ilva di Taranto del prossimo 11 settembre al fianco dei sindacati. Ma le diplomazie, nonostante le tensioni, sono al lavoro. Del resto, proprio il ministro dell’Interno Matteo Salvini lo scorso fine settimana durante la Berghem Fest di Alzano Lombardo lo aveva fatto intendere. «La cosa incredibile è che Confindustria sta in piedi perché la maggioranza delle quote viene pagata da aziende pubbliche. Sarebbe la prima volta nella storia in cui un ente pubblico scende in piazza per protestare contro il governo che dà i soldi a quelle aziende pubbliche. A uno cattivo e io non lo sono potrebbe venir voglia di dire a quelle aziende pubbliche di uscire da Confindustria».
Semplice boutade contro il mondo confindustriale sulle barricate? Al momento di indiscrezioni «scritte» sul prossimo decreto stabilità non circola molto. Anche ieri durante il vertice della Lega sulla prossima manovra non si sarebbe toccato l’argomento. Anzi le parole di Salvini sul rispetto dei parametri Ue avrebbero trovato apprezzamenti in particolare tra gli industriali, anche perché in netto contrasto con quanto sostenuto dai 5 Stelle che hanno annunciato di voler sforare il 3%. Il leader leghista si sarebbe di fatto accodato a quanto annunciato dal ministro dell’Economia, Giovanni Tria.
Ma sul tentativo di portare le aziende di stato fuori da viale dell’Astronomia starebbero lavorando da tempo sia appunto Garavaglia sia il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. E la questione avrebbe a questo punto un peso non indifferente, perché a muoversi sarebbe il Tesoro, cioè l’azionista, non come in passato il Mise di Luigi Di Maio che aveva già a luglio minacciato il presidente Boccia ricevendo in tutta risposta «Confindustria non chiude». La storia del resto arriva da molto lontano. Si parla da tempo di questo intervento a gamba tesa contro l’associazione degli industriali italiani, da sempre più vicini politicamente all’ex segretario del partito democratico, Matteo Renzi, e al cosiddetto Partito del Pil o dei competenti dell’ex ministro per lo Sviluppo Economico, Carlo Calenda. Anzi, proprio intorno a quest’ultimo si sta stringendo una buona fetta degli industriali italiani per una sua futura discesa in politica: mettere in difficoltà Confindustria potrebbe tornare utile politicamente. La strada però è in salita. L’operazione sganciamento non si potrebbe fare per legge. Del resto l’adesione a Confindustria non dipende da norme, ma solo da scelta delle aziende. Per altro alcune di loro sono quotate. Non solo. Diverse di queste hanno in pancia fondi esteri, non c’è solo il Mef a controllarle, spesso con quote anche minoritarie: in Eni è il 4,3 contro il 25,7 di Cassa depositi e prestiti. E poi sarebbe così destabilizzante per Confindustria perdere le quote degli associati del cane a sei zampe o della Rai? Probabilmente sì, sia dal punto di vista economico (viale dell’Astronomia riceve dalle imprese di stato quasi 15 milioni l’anno tra queste la parte del leone è Trenitalia con una media di quasi 4 milioni annui secondo il quotidiano BusinessInsider) sia da quello di sistema. C’è chi sostiene il contrario, ma data la situazione si sfaldamento e di crisi è quasi impossibile non riconoscere che l’apporto delle partecipate statali è fondamentale, quasi vitale, in questo momento. Negli ultimi sette anni hanno lasciato Fiat e Luxottica. A luglio Antonio Marcegaglia, presidente e amministratore delegato del gruppo di famiglia, si è dimesso da socio della Federacciai. Per di più la situazione del Sole 24 Ore è sempre più disastrosa, esplosa di nuovo dopo la scoperta da parte della Verità dell’affidamento di una cattedra della Luiss all’ex direttore (indagato dalla procura di Milano nell’inchiesta sulle cifre gonfiate del quotidiano di viale Monterosa) Roberto Napoletano. A fine luglio sono poi state chiuse le indagini su Antonello Montante, ex numero uno di Confindustria Sicilia e già responsabile per la legalità: di certo non un bel biglietto da visita per gli associati.
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