2020-03-23
La carica
dei virologi
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La pandemia li ha resi star mediatiche. Abbiamo imparato a conoscerli dalle interviste in tv e sui giornali, che divoriamo sperando di trovare una buona notizia, un consiglio, una certezza cui appigliarci nel mezzo dell'ecatombe causata dal coronavirus. I virologi, dall'ospedale Sacco di Milano allo Spallanzani di Roma, dall'Oms all'Istituto superiore di sanità, ci hanno fatto riscoprire che, nell'emergenza, per gli italiani valgono ancora il «principio di autorità», il rispetto e la fiducia nei confronti degli esperti. Ma gli scienziati non sono divinità. Sono uomini. E come tutti gli uomini, hanno dei limiti, possono sbagliare e possono dividersi tra di loro.
La maggior parte degli epidemiologi, fino a gennaio, aveva sottostimato il potenziale impatto del coronavirus sullo Stivale. Poi, i più si sono ovviamente ricreduti - e in tanti hanno addirittura fatto pubblica ammenda. Qualcun altro ha continuato a minimizzare anche quando era evidente che il Covid-19 era fuori controllo. Alcuni vorrebbero tamponi a tappeto, altri ritengono questa misura inutile e impraticabile. Alcuni distinguono tra morti «di» e morti «con» il virus. D'altronde, la sfida della pandemia e questo particolare agente patogeno sono novità anche per i luminari. Ma l'opera d'informazione e di sostegno alle autorità, svolta dagli esperti, è essenziale. Oltre che a medici e infermieri, l'Italia si affida ai suoi scienziati.
Massimo Galli, Ospedale Luigi Sacco di Milano
Sguardo rassicurante, voce calma, linguaggio semplice. Il professor Massimo Galli, docente e responsabile di Malattie infettive al Sacco di Milano, si è trovato per forza di cose in mezzo alla bufera del coronavirus. Ma non per questo ha perso l'aplomb o si è montato la testa, come altri suoi colleghi affetti dalla sindrome da primadonna. Il suo curriculum è smisurato: dopo la laurea in Medicina conseguita nel 1976 a Milano, Galli ottiene bene tre specializzazioni (Allergologia, Malattie infettive clinica e Medicina interna). Oltre agli impegni accademici, nel 2007 è entrato anche a far parte della commissione nazionale sull'Aids. Come quasi tutti i suoi colleghi, inizialmente ha preso sottogamba il virus. A fine gennaio, commentando la possibilità di trasmissione attraverso gli asintomatici affermava: «Non c'è da stupirsi, accade anche con l'influenza». Ma a differenza dei suoi pari, è stato capace di riconoscere l'errore di valutazione. «Io per primo mi stavo convincendo che l'avessimo scampata», ha dichiarato qualche giorno fa, «ma il virus ha potuto fare quello che ha voluto per almeno quattro settimane, spargendosi ovunque in quella zona, ma anche in Veneto e in altre aree della Lombardia, creando l'epidemia così come la conosciamo». Galli inoltre sostiene, in forza dei suoi studi, che il virus sia arrivato dalla Germania. «Stimo Walter Ricciardi, ma stavolta credo abbia fatto un errore», ha commentato in seguito alle polemiche con le Regioni sul numero di tamponi eccessivi, «così sembra che lo Stato italiano voglia nascondere qualcosa».
L'intervista a Galli: «Tra gli esperti ho visto troppi narcististi»
Massimo Galli, 69 anni, milanese, ordinario dell'Università degli Studi e primario di malattie infettive all'Ospedale Sacco, ripete che per lui «il pericolo di contagio più incombente viene dalle interviste».
L'ospedale, la pressione dei media: quanto è cambiata la sua vita da quando è scoppiata l'emergenza coronavirus?
«Tutti gli altri impegni sono stati cancellati. Non mi sposto perché non ce la faccio più a muovermi come una trottola. Quello che mi dispiace maggiormente è non poter fare lezione. A marzo sarebbe partito il mio corso, si iniziava proprio con le malattie emergenti. Dovrei farlo online, in videoconferenza, non ho il tempo per organizzare la didattica interattiva».
A casa sua che dicono? Si parla apertamente di timori di fronte al moltiplicarsi di contagi e morti?
«Mia moglie si è rassegnata a non aver paura. La prendo in giro perché fa un mestiere molto più pericoloso del mio, è insegnante, passa tutte le mattine in classi piene di studenti e che pullulano di infezioni alle prime vie respiratorie. Se ho un raffreddore, è perché l'ho preso da lei. Certo, ora fa lezione da casa. Io non ho paura, il rischio, come diceva mia nonna, è quando “la confidenza fa perdere la riverenza"».
Ci parlate in ogni momento del giorno del coronavirus, a volte fornendo indicazioni, interpretazioni contraddittorie.
«C'è stata una discreta corsa ad alimentare il proprio personale narcisismo e ad affermare: “Eccomi, ci sono". Qualcuno ha anche rilasciato dichiarazioni che rivelavano quanto fosse poco esperto delle questioni di cui stava parlando. Ho un po' di titoli e di storia professionale, certo alla mia età non devo fare altra carriera né devo farmi eleggere, neppure ho libri da presentare. In televisione normalmente vanno le persone che hanno molti agganci e molta voglia di esserci, le mie comparsate sono sempre state viste nell'ottica di fare battaglie contro l'Hiv, contro il virus dell'epatite C, per altre iniziative. Anche per la battaglia contro le sciocchezze che si sono sentite negli ultimi tempi».
Si riferisce alla polemica con il professor Paolo Ascierto sulla sperimentazione a Napoli del Tocilizumab?
«Sono cose antipatiche da dirsi, però certe sovraesposizioni mi sembrano fuori luogo, ridicole e grottesche, fatte solo per finire sui giornali. Sull'approccio terapeutico abbiamo ancora moltissimo da capire, meglio stare zitti e vedere se il farmaco funziona o no, altrimenti crei aspettative. Non mi piace questo provincialismo del chiamarsi primo autore di qualche cosa che hanno fatto altri. D'altra parte siamo il Paese che al ventunesimo isolamento del virus ha esultato, quasi fosse una scoperta da premio Nobel. Mi sta bene che allo Spallanzani siano stati un po' più supportati, ma di precariato nella sanità ce n'è tanto. Quanto all'impegno personale, mi sento come un soldato richiamato alle armi. Sono abbastanza ansioso di tornare nel mio relativo anonimato, significherà che questa brutta epidemia sarà terminata».
Andrea Crisanti, Aou di Padova
Alle volte distinguere il pessimismo dal realismo è arduo. Andrea Crisanti, direttore di Virologia all'Aou di Padova, teme che, diminuiti i contagi, il coronavirus possa tornare. Sostenitore dei tamponi agli asintomatici, sul tema si è scontrato all'Aria che tira del 12 marzo con Matteo Bassetti, che gli ha rimproverato: «Dobbiamo fare 2 milioni di tamponi? Così il sistema crolla».
Matteo Bassetti, Ospedale San Martino di Genova
«Questa non è un'epidemia, la mortalità è bassa». Parola di Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova, dopo i primi casi. Bassetti distingue tra morti «di» e «con» il coronavirus. Perciò viene tirato in ballo da Vittorio Sgarbi, che invoca il ripristino dei Sacramenti. Bassetti lo diffida: «La situazione epidemiologica è cambiata».
Maria Rita Gismondo, Ospedale Luigi Sacco di Milano
Nella schiera dei protagonisti dell'emergenza, Maria Rita Gismondo è uno dei più controversi. Laureata in Biologia (1976) e Medicina (1984) all'università di Catania, oggi è direttrice del laboratorio di Microbiologia e virologia del Sacco di Milano. «Ora in tanti mi danno ragione. Fra una settimana non parleremo più di coronavirus, ne farò un ciondolo», profetizzava il 26 febbraio scorso. Mai annuncio fu più infelice. D'altronde, la Gismondo è la «minimizzatrice» per eccellenza. «È una follia che farà male, si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale», scriveva su Facebook qualche giorno prima, «il nostro laboratorio ha sfornato esami tutta la notte». Il primo marzo, con più di 1.000 casi registrati, la microbiologa del Sacco insisteva: «Non voglio sminuire il coronavirus, ma la sua problematica rimane appena superiore all'influenza stagionale». E poi: «Non è una pandemia». Oggi è palese che lei e i suoi «angeli» - così la Gismondo chiama i suoi collaboratori - erano fuori strada. Le sue tesi hanno attirato le ire di Roberto Burioni. «Niente panico, ma niente bugie. Attenzione a chi, superficialmente, dà informazioni completamente sbagliate». E giù accuse di sessismo con tanto di editoriali di Massimo Gramellini. Ora, la Gismondo ha assunto toni decisamente più allarmati. A suo avviso, il virus «potrebbe essere mutato», visto il tasso di mortalità in Lombardia. Ma i colleghi la diffidano: «Affermazioni pericolose».
Walter Ricciardi, Organizzazione Mondiale della Sanità
Sarà che tra gli anni Sessanta e Ottanta ha fatto l'attore al fianco di tante celebrità italiane, ma a Walter Ricciardi è uno a cui piace calcare i palcoscenici. Laureatosi alla Federico II, si specializza nel 1990 in Igiene e medicina preventiva. Da allora in poi tutti gli incarichi istituzionali saranno in questo campo. Nel dicembre 2002 viene nominato componente del Consiglio superiore di sanità, del quale dal 2010 al 2014 sarà presidente della III sezione. Nel 2014, Matteo Renzi lo nomina commissario dell'Istituto superiore di sanità, per poi diventare presidente l'anno dopo, a settembre 2015. Nel 2019 si dimette dall'Iss, ufficialmente per dedicarsi all'attività accademica (è prof ordinario) ma in realtà pesa la polemica con il governo Conte e l'ex ministro. Ma sulla sua figura pende anche un'accusa di conflitto di interessi per aver collaborato con alcune società di lobbying in campo farmaceutico. Poco meno di un mese fa, il ministro Roberto Speranza lo ha nominato consigliere per le relazioni dell'Italia con gli organismi sanitari internazionali. È un grande sostenitore delle vaccinazioni, e su questo punto va d'accordo con Roberto Burioni. Solo una settimana prima che scoppiasse il focolaio di coronavirus a Codogno, pur riconoscendo la serietà della situazione, sosteneva che «non ci deve essere allarme». Ma già dalla seconda metà di febbraio accusava le autorità di aver sottostimato il pericolo non applicando la quarantena. Nel «Ricciardi pensiero» il fatto che la sanità sia in mano alle Regioni rappresenta un punto di «debolezza». Celebre la polemica di fine febbraio con il governatore del Veneto, Luca Zaia, accusato di effettuare troppi tamponi.
Pier Luigo Lopalco, Università di Pisa
«Massima allerta, ma niente panico». Era il 9 febbraio e il Covid-19 sembrava ancora confinato in Cina. Come la maggior parte dei suoi colleghi, anche l'epidemiologo dell'Università di Pisa, Pier Luigi Lopalco, invitava alla prudenza. Secondo i suoi calcoli, la curva dei contagi nel Paese asiatico mostrava segni di rallentamento, facendo ben sperare per la sua evoluzione in Europa. Peccato però che, almeno una quindicina di giorni prima, il virus avesse iniziato a circolare silente e indisturbato in Italia, probabilmente importato dalla Germania. Dopo le prime rassicurazioni, però, Lopalco si è ricreduto in fretta. «Non è assolutamente un'influenza», così il 23 febbraio, «se arriva in Italia in maniera incontrollata mette in crisi il sistema, il nostro sistema ospedaliero non è pronto a rispondere a questo evento». Previsione, ahinoi, del tutto azzeccata.
Fabrizio Pregliasco, Università Statale di Milano
Probabilmente nemmeno Fabrizio Pregliasco, ricercatore alla Statale di Milano, consigliere del Cnel e del Consiglio nazionale del terzo settore, credeva che il coronavirus avrebbe potuto raggiungere le terribili cifre di oggi. Era il 28 febbraio quando, nel corso di un'intervista a Vita, alla domanda se l'epidemia fosse sotto controllo rassicurava: «Certo. Adesso però non dobbiamo abbassare la guardia. Non possiamo adesso pensare che sia finita. Abbiamo preso limitazioni dolorose che in qualche modo pagheremo dal punto di vista economico. Ma che sembrano aver funzionato. Non dobbiamo vanificare questo sforzo. Dobbiamo insistere. Ma sicuramente possiamo stare più tranquilli». Dopo gli appelli alla calma, Pregliasco ha assistito come tutti all'escalation, fino ad affermare qualche giorno fa: «Le misure del governo vanno prorogate, la battaglia non finirà il 3 aprile».
Roberto Burioni, Università San Raffaele di Milano
È la «medistar» per eccellenza in Italia, l'uomo che insulta senza tanti complimenti i No vax e setaccia i social in cerca di somari da catechizzare. L'unico verbo che ammette è quello scientifico. Che, per sua stessa ammissione, ha poco a che fare con la democrazia. Roberto Burioni è fatto così, o lo odi, o lo ami. Nato a Pesaro 57 anni fa, ha conseguito la laurea in medicina all'università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e il dottorato in Scienze microbiologiche e virologiche a Genova. Oggi è docente di Microbiologia e virologia all'università San Raffaele e dirige il sito medicalfacts.it, la sua personale plancia digitale dalla quale si fa vanto di smascherare i pregiudizi in campo medico. L'approccio iniziale nei confronti del coronavirus è stato piuttosto cauto. Il 29 gennaio, dunque il giorno prima che l'Organizzazione mondiale della sanità dichiarasse l'emergenza a livello globale, pur mettendo in guardia da una «situazione in rapida evoluzione», Burioni rassicurava: «Il virus in Italia ancora non c'è, quindi non ha senso evitare i cinesi, i ristoranti cinesi, i quartieri cinesi, non dobbiamo farci prendere dal panico». La chiave di volta è stata probabilmente la scoperta che il virus poteva trasmettersi per mezzo di soggetti asintomatici. «Una brutta notizia», così l'aveva definita il virologo. E così, mentre mezzo Pd consigliava agli italiani di proseguire la vita normale tra un'apericena e un abbraccio a un cinese, il professore martellava sui media la necessità di applicare un regime quarantena. Finendo, strano caso del destino, per trovarsi bullizzato a sua volta. Oggi sappiamo che, mentre Burioni veniva tacciato di fascioleghismo, il virus circolava indisturbato per l'Italia infettando migliaia di persone. Celebre la diatriba con la collega dell'ospedale Sacco, Maria Rita Gismondo, che aveva criticato il paragone fatto da Burioni con l'influenza spagnola. «A me sembra una follia, si è scambiata un'infezione più seria di un'influenza per una pandemia letale» (così la Gismondo). «Scemenze», aveva ribattuto il virologo all'indirizzo della «signora del Sacco», salvo poi scusarsi a seguito delle accuse di sessismo.
Giovanni Maga, lo studioso del Cnr: «Io mi affido a Dio: la scienza non ci dà tutte le risposte»
Giovanni Maga, 55 anni, di Pavia, virologo e direttore dell'Istituto di genetica molecolare del Cnr, si sente «obbligato a comunicare al pubblico informazioni utili. Certo, ora la pressione mediatica è elevatissima, vengo interpellato dieci volte al giorno dalle 6 e 30 del mattino a tarda sera. Oltre al tempo sottratto al mio lavoro, che ho dovuto riorganizzare completamente, per rispondere in modo puntuale devo aggiornarmi in continuazione sull'andamento di un virus in così rapida evoluzione».
Professore, che cosa le risulta più impegnativo?
«Fornire riflessioni basate sull'elaborazione di dati, di numeri, è il mio mestiere. La domanda cui è difficile rispondere è: “Come andrà a finire?". Anche noi ricercatori abbiamo i nostri limiti, la scienza non ha tutte le risposte. Troppe rassicurazioni superficiali che vengono fornite e tanti allarmismi, che generano eccessiva ansia, sono fuori luogo allo stesso modo. Gli italiani ascoltano tutti gli studiosi cui riconoscono un “principio di autorità", perciò abbiamo una grande responsabilità».
Del Covid-19 si conosce troppo poco. Comunicare questo messaggio spaventa, per questo tra voi uomini di scienza c'è la corsa a dire di più o il contrario dell'altro?
«È vero, a volte si sentono valutazioni personali. Ognuno può interpretare i dati in maniera leggermente diversa, quando ci si lancia in ipotesi sul futuro bisognerebbe premettere “secondo me". Altrimenti sono speculazioni più o meno ragionevoli fatte passare per certezze. Se c'è possibilità di intuire un andamento, cerco sempre di dire “a oggi", perché domani potrebbe cambiare. Cercando di essere positivo, pur nella criticità».
La sua famiglia come vede questo impegno extra Cnr?
«Mia moglie è insegnante, mia figlia studia medicina, entrambe comprendono l'importanza di comunicare. Certo, anche a loro pesa vedermi così poco e quando sono a casa, spesso sono ancora impegnato in interviste. Cerchiamo di mantenere un po' di normalità nell'ambito delle limitazioni, giuste, che vengono date. Non posso svolgere attività sportiva, faccio qualche esercizio in camera mia».
La fede, se ce l'ha, è di aiuto in questo momento?
«Sì. Per quanto possa sembrare strano in uno scienziato, sono credente, cattolico praticante. Non posso andare a messa, la seguo via Youtube, se riesco partecipo anche a momenti di preghiera in collegamento sul Web. Con le altre persone che sono solito incontrare in chiesa restiamo in contatto, per uno scambio di solidarietà. La fede aiuta sempre, nei momenti positivi e in mezzo alle avversità. Dà forza potersi affidare a Dio, che supera i limiti dell'uomo, al quale le regole della biologia non sempre sono favorevoli».
La pandemia li ha resi star mediatiche. Abbiamo imparato a conoscerli dalle interviste in tv e sui giornali, che divoriamo sperando di trovare una buona notizia, un consiglio, una certezza cui appigliarci nel mezzo dell'ecatombe causata dal coronavirus. I virologi, dall'ospedale Sacco di Milano allo Spallanzani di Roma, dall'Oms all'Istituto superiore di sanità, ci hanno fatto riscoprire che, nell'emergenza, per gli italiani valgono ancora il «principio di autorità», il rispetto e la fiducia nei confronti degli esperti. Ma gli scienziati non sono divinità. Sono uomini. E come tutti gli uomini, hanno dei limiti, possono sbagliare e possono dividersi tra di loro. La maggior parte degli epidemiologi, fino a gennaio, aveva sottostimato il potenziale impatto del coronavirus sullo Stivale. Poi, i più si sono ovviamente ricreduti - e in tanti hanno addirittura fatto pubblica ammenda. Qualcun altro ha continuato a minimizzare anche quando era evidente che il Covid-19 era fuori controllo. Alcuni vorrebbero tamponi a tappeto, altri ritengono questa misura inutile e impraticabile. Alcuni distinguono tra morti «di» e morti «con» il virus. D'altronde, la sfida della pandemia e questo particolare agente patogeno sono novità anche per i luminari. Ma l'opera d'informazione e di sostegno alle autorità, svolta dagli esperti, è essenziale. Oltre che a medici e infermieri, l'Italia si affida ai suoi scienziati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem11" data-id="11" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=11#rebelltitem11" data-basename="massimo-galli-ospedale-luigi-sacco-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Massimo Galli, Ospedale Luigi Sacco di Milano Sguardo rassicurante, voce calma, linguaggio semplice. Il professor Massimo Galli, docente e responsabile di Malattie infettive al Sacco di Milano, si è trovato per forza di cose in mezzo alla bufera del coronavirus. Ma non per questo ha perso l'aplomb o si è montato la testa, come altri suoi colleghi affetti dalla sindrome da primadonna. Il suo curriculum è smisurato: dopo la laurea in Medicina conseguita nel 1976 a Milano, Galli ottiene bene tre specializzazioni (Allergologia, Malattie infettive clinica e Medicina interna). Oltre agli impegni accademici, nel 2007 è entrato anche a far parte della commissione nazionale sull'Aids. Come quasi tutti i suoi colleghi, inizialmente ha preso sottogamba il virus. A fine gennaio, commentando la possibilità di trasmissione attraverso gli asintomatici affermava: «Non c'è da stupirsi, accade anche con l'influenza». Ma a differenza dei suoi pari, è stato capace di riconoscere l'errore di valutazione. «Io per primo mi stavo convincendo che l'avessimo scampata», ha dichiarato qualche giorno fa, «ma il virus ha potuto fare quello che ha voluto per almeno quattro settimane, spargendosi ovunque in quella zona, ma anche in Veneto e in altre aree della Lombardia, creando l'epidemia così come la conosciamo». Galli inoltre sostiene, in forza dei suoi studi, che il virus sia arrivato dalla Germania. «Stimo Walter Ricciardi, ma stavolta credo abbia fatto un errore», ha commentato in seguito alle polemiche con le Regioni sul numero di tamponi eccessivi, «così sembra che lo Stato italiano voglia nascondere qualcosa». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem10" data-id="10" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=10#rebelltitem10" data-basename="l-intervista-a-galli-tra-gli-esperti-ho-visto-troppi-narcististi" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> L'intervista a Galli: «Tra gli esperti ho visto troppi narcististi» Massimo Galli, 69 anni, milanese, ordinario dell'Università degli Studi e primario di malattie infettive all'Ospedale Sacco, ripete che per lui «il pericolo di contagio più incombente viene dalle interviste». L'ospedale, la pressione dei media: quanto è cambiata la sua vita da quando è scoppiata l'emergenza coronavirus? «Tutti gli altri impegni sono stati cancellati. Non mi sposto perché non ce la faccio più a muovermi come una trottola. Quello che mi dispiace maggiormente è non poter fare lezione. A marzo sarebbe partito il mio corso, si iniziava proprio con le malattie emergenti. Dovrei farlo online, in videoconferenza, non ho il tempo per organizzare la didattica interattiva». A casa sua che dicono? Si parla apertamente di timori di fronte al moltiplicarsi di contagi e morti? «Mia moglie si è rassegnata a non aver paura. La prendo in giro perché fa un mestiere molto più pericoloso del mio, è insegnante, passa tutte le mattine in classi piene di studenti e che pullulano di infezioni alle prime vie respiratorie. Se ho un raffreddore, è perché l'ho preso da lei. Certo, ora fa lezione da casa. Io non ho paura, il rischio, come diceva mia nonna, è quando “la confidenza fa perdere la riverenza"». Ci parlate in ogni momento del giorno del coronavirus, a volte fornendo indicazioni, interpretazioni contraddittorie. «C'è stata una discreta corsa ad alimentare il proprio personale narcisismo e ad affermare: “Eccomi, ci sono". Qualcuno ha anche rilasciato dichiarazioni che rivelavano quanto fosse poco esperto delle questioni di cui stava parlando. Ho un po' di titoli e di storia professionale, certo alla mia età non devo fare altra carriera né devo farmi eleggere, neppure ho libri da presentare. In televisione normalmente vanno le persone che hanno molti agganci e molta voglia di esserci, le mie comparsate sono sempre state viste nell'ottica di fare battaglie contro l'Hiv, contro il virus dell'epatite C, per altre iniziative. Anche per la battaglia contro le sciocchezze che si sono sentite negli ultimi tempi». Si riferisce alla polemica con il professor Paolo Ascierto sulla sperimentazione a Napoli del Tocilizumab? «Sono cose antipatiche da dirsi, però certe sovraesposizioni mi sembrano fuori luogo, ridicole e grottesche, fatte solo per finire sui giornali. Sull'approccio terapeutico abbiamo ancora moltissimo da capire, meglio stare zitti e vedere se il farmaco funziona o no, altrimenti crei aspettative. Non mi piace questo provincialismo del chiamarsi primo autore di qualche cosa che hanno fatto altri. D'altra parte siamo il Paese che al ventunesimo isolamento del virus ha esultato, quasi fosse una scoperta da premio Nobel. Mi sta bene che allo Spallanzani siano stati un po' più supportati, ma di precariato nella sanità ce n'è tanto. Quanto all'impegno personale, mi sento come un soldato richiamato alle armi. Sono abbastanza ansioso di tornare nel mio relativo anonimato, significherà che questa brutta epidemia sarà terminata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem9" data-id="9" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=9#rebelltitem9" data-basename="andrea-crisanti-aou-di-padova" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Andrea Crisanti, Aou di Padova Alle volte distinguere il pessimismo dal realismo è arduo. Andrea Crisanti, direttore di Virologia all'Aou di Padova, teme che, diminuiti i contagi, il coronavirus possa tornare. Sostenitore dei tamponi agli asintomatici, sul tema si è scontrato all'Aria che tira del 12 marzo con Matteo Bassetti, che gli ha rimproverato: «Dobbiamo fare 2 milioni di tamponi? 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Bassetti lo diffida: «La situazione epidemiologica è cambiata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="maria-rita-gismondo-ospedale-luigi-sacco-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Maria Rita Gismondo, Ospedale Luigi Sacco di Milano Nella schiera dei protagonisti dell'emergenza, Maria Rita Gismondo è uno dei più controversi. Laureata in Biologia (1976) e Medicina (1984) all'università di Catania, oggi è direttrice del laboratorio di Microbiologia e virologia del Sacco di Milano. «Ora in tanti mi danno ragione. Fra una settimana non parleremo più di coronavirus, ne farò un ciondolo», profetizzava il 26 febbraio scorso. Mai annuncio fu più infelice. D'altronde, la Gismondo è la «minimizzatrice» per eccellenza. «È una follia che farà male, si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale», scriveva su Facebook qualche giorno prima, «il nostro laboratorio ha sfornato esami tutta la notte». Il primo marzo, con più di 1.000 casi registrati, la microbiologa del Sacco insisteva: «Non voglio sminuire il coronavirus, ma la sua problematica rimane appena superiore all'influenza stagionale». E poi: «Non è una pandemia». Oggi è palese che lei e i suoi «angeli» - così la Gismondo chiama i suoi collaboratori - erano fuori strada. Le sue tesi hanno attirato le ire di Roberto Burioni. «Niente panico, ma niente bugie. Attenzione a chi, superficialmente, dà informazioni completamente sbagliate». E giù accuse di sessismo con tanto di editoriali di Massimo Gramellini. Ora, la Gismondo ha assunto toni decisamente più allarmati. A suo avviso, il virus «potrebbe essere mutato», visto il tasso di mortalità in Lombardia. Ma i colleghi la diffidano: «Affermazioni pericolose». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="walter-ricciardi-organizzazione-mondiale-della-sanita" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Walter Ricciardi, Organizzazione Mondiale della Sanità Sarà che tra gli anni Sessanta e Ottanta ha fatto l'attore al fianco di tante celebrità italiane, ma a Walter Ricciardi è uno a cui piace calcare i palcoscenici. Laureatosi alla Federico II, si specializza nel 1990 in Igiene e medicina preventiva. Da allora in poi tutti gli incarichi istituzionali saranno in questo campo. Nel dicembre 2002 viene nominato componente del Consiglio superiore di sanità, del quale dal 2010 al 2014 sarà presidente della III sezione. Nel 2014, Matteo Renzi lo nomina commissario dell'Istituto superiore di sanità, per poi diventare presidente l'anno dopo, a settembre 2015. Nel 2019 si dimette dall'Iss, ufficialmente per dedicarsi all'attività accademica (è prof ordinario) ma in realtà pesa la polemica con il governo Conte e l'ex ministro. Ma sulla sua figura pende anche un'accusa di conflitto di interessi per aver collaborato con alcune società di lobbying in campo farmaceutico. Poco meno di un mese fa, il ministro Roberto Speranza lo ha nominato consigliere per le relazioni dell'Italia con gli organismi sanitari internazionali. È un grande sostenitore delle vaccinazioni, e su questo punto va d'accordo con Roberto Burioni. Solo una settimana prima che scoppiasse il focolaio di coronavirus a Codogno, pur riconoscendo la serietà della situazione, sosteneva che «non ci deve essere allarme». Ma già dalla seconda metà di febbraio accusava le autorità di aver sottostimato il pericolo non applicando la quarantena. Nel «Ricciardi pensiero» il fatto che la sanità sia in mano alle Regioni rappresenta un punto di «debolezza». Celebre la polemica di fine febbraio con il governatore del Veneto, Luca Zaia, accusato di effettuare troppi tamponi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="pier-luigo-lopalco-universita-di-pisa" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Pier Luigo Lopalco, Università di Pisa «Massima allerta, ma niente panico». Era il 9 febbraio e il Covid-19 sembrava ancora confinato in Cina. Come la maggior parte dei suoi colleghi, anche l'epidemiologo dell'Università di Pisa, Pier Luigi Lopalco, invitava alla prudenza. Secondo i suoi calcoli, la curva dei contagi nel Paese asiatico mostrava segni di rallentamento, facendo ben sperare per la sua evoluzione in Europa. Peccato però che, almeno una quindicina di giorni prima, il virus avesse iniziato a circolare silente e indisturbato in Italia, probabilmente importato dalla Germania. Dopo le prime rassicurazioni, però, Lopalco si è ricreduto in fretta. «Non è assolutamente un'influenza», così il 23 febbraio, «se arriva in Italia in maniera incontrollata mette in crisi il sistema, il nostro sistema ospedaliero non è pronto a rispondere a questo evento». Previsione, ahinoi, del tutto azzeccata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="fabrizio-pregliasco-universita-statale-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Fabrizio Pregliasco, Università Statale di Milano Probabilmente nemmeno Fabrizio Pregliasco, ricercatore alla Statale di Milano, consigliere del Cnel e del Consiglio nazionale del terzo settore, credeva che il coronavirus avrebbe potuto raggiungere le terribili cifre di oggi. Era il 28 febbraio quando, nel corso di un'intervista a Vita, alla domanda se l'epidemia fosse sotto controllo rassicurava: «Certo. Adesso però non dobbiamo abbassare la guardia. Non possiamo adesso pensare che sia finita. Abbiamo preso limitazioni dolorose che in qualche modo pagheremo dal punto di vista economico. Ma che sembrano aver funzionato. Non dobbiamo vanificare questo sforzo. Dobbiamo insistere. Ma sicuramente possiamo stare più tranquilli». Dopo gli appelli alla calma, Pregliasco ha assistito come tutti all'escalation, fino ad affermare qualche giorno fa: «Le misure del governo vanno prorogate, la battaglia non finirà il 3 aprile». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="roberto-burioni-universita-san-raffaele-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Roberto Burioni, Università San Raffaele di Milano È la «medistar» per eccellenza in Italia, l'uomo che insulta senza tanti complimenti i No vax e setaccia i social in cerca di somari da catechizzare. L'unico verbo che ammette è quello scientifico. Che, per sua stessa ammissione, ha poco a che fare con la democrazia. Roberto Burioni è fatto così, o lo odi, o lo ami. Nato a Pesaro 57 anni fa, ha conseguito la laurea in medicina all'università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e il dottorato in Scienze microbiologiche e virologiche a Genova. Oggi è docente di Microbiologia e virologia all'università San Raffaele e dirige il sito medicalfacts.it, la sua personale plancia digitale dalla quale si fa vanto di smascherare i pregiudizi in campo medico. L'approccio iniziale nei confronti del coronavirus è stato piuttosto cauto. Il 29 gennaio, dunque il giorno prima che l'Organizzazione mondiale della sanità dichiarasse l'emergenza a livello globale, pur mettendo in guardia da una «situazione in rapida evoluzione», Burioni rassicurava: «Il virus in Italia ancora non c'è, quindi non ha senso evitare i cinesi, i ristoranti cinesi, i quartieri cinesi, non dobbiamo farci prendere dal panico». La chiave di volta è stata probabilmente la scoperta che il virus poteva trasmettersi per mezzo di soggetti asintomatici. «Una brutta notizia», così l'aveva definita il virologo. E così, mentre mezzo Pd consigliava agli italiani di proseguire la vita normale tra un'apericena e un abbraccio a un cinese, il professore martellava sui media la necessità di applicare un regime quarantena. Finendo, strano caso del destino, per trovarsi bullizzato a sua volta. Oggi sappiamo che, mentre Burioni veniva tacciato di fascioleghismo, il virus circolava indisturbato per l'Italia infettando migliaia di persone. Celebre la diatriba con la collega dell'ospedale Sacco, Maria Rita Gismondo, che aveva criticato il paragone fatto da Burioni con l'influenza spagnola. «A me sembra una follia, si è scambiata un'infezione più seria di un'influenza per una pandemia letale» (così la Gismondo). «Scemenze», aveva ribattuto il virologo all'indirizzo della «signora del Sacco», salvo poi scusarsi a seguito delle accuse di sessismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="giovanni-maga-lo-studioso-del-cnr-io-mi-affido-a-dio-la-scienza-non-ci-da-tutte-le-risposte" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Giovanni Maga, lo studioso del Cnr: «Io mi affido a Dio: la scienza non ci dà tutte le risposte» Giovanni Maga, 55 anni, di Pavia, virologo e direttore dell'Istituto di genetica molecolare del Cnr, si sente «obbligato a comunicare al pubblico informazioni utili. Certo, ora la pressione mediatica è elevatissima, vengo interpellato dieci volte al giorno dalle 6 e 30 del mattino a tarda sera. Oltre al tempo sottratto al mio lavoro, che ho dovuto riorganizzare completamente, per rispondere in modo puntuale devo aggiornarmi in continuazione sull'andamento di un virus in così rapida evoluzione». Professore, che cosa le risulta più impegnativo? «Fornire riflessioni basate sull'elaborazione di dati, di numeri, è il mio mestiere. La domanda cui è difficile rispondere è: “Come andrà a finire?". Anche noi ricercatori abbiamo i nostri limiti, la scienza non ha tutte le risposte. Troppe rassicurazioni superficiali che vengono fornite e tanti allarmismi, che generano eccessiva ansia, sono fuori luogo allo stesso modo. Gli italiani ascoltano tutti gli studiosi cui riconoscono un “principio di autorità", perciò abbiamo una grande responsabilità». Del Covid-19 si conosce troppo poco. Comunicare questo messaggio spaventa, per questo tra voi uomini di scienza c'è la corsa a dire di più o il contrario dell'altro? «È vero, a volte si sentono valutazioni personali. Ognuno può interpretare i dati in maniera leggermente diversa, quando ci si lancia in ipotesi sul futuro bisognerebbe premettere “secondo me". Altrimenti sono speculazioni più o meno ragionevoli fatte passare per certezze. Se c'è possibilità di intuire un andamento, cerco sempre di dire “a oggi", perché domani potrebbe cambiare. Cercando di essere positivo, pur nella criticità». La sua famiglia come vede questo impegno extra Cnr? «Mia moglie è insegnante, mia figlia studia medicina, entrambe comprendono l'importanza di comunicare. Certo, anche a loro pesa vedermi così poco e quando sono a casa, spesso sono ancora impegnato in interviste. Cerchiamo di mantenere un po' di normalità nell'ambito delle limitazioni, giuste, che vengono date. Non posso svolgere attività sportiva, faccio qualche esercizio in camera mia». La fede, se ce l'ha, è di aiuto in questo momento? «Sì. Per quanto possa sembrare strano in uno scienziato, sono credente, cattolico praticante. Non posso andare a messa, la seguo via Youtube, se riesco partecipo anche a momenti di preghiera in collegamento sul Web. Con le altre persone che sono solito incontrare in chiesa restiamo in contatto, per uno scambio di solidarietà. La fede aiuta sempre, nei momenti positivi e in mezzo alle avversità. Dà forza potersi affidare a Dio, che supera i limiti dell'uomo, al quale le regole della biologia non sempre sono favorevoli».
Matthias Moser, Eurocar
L’adagio si adatta perfettamente anche alla genesi di Eurocar, il più grande distributore italiano dei marchi nella pancia del gruppo Volkswagen (Audi, Seat, Cupra, Skoda, Porsche e Lamborghini oltre a Vw) ma spezzettato, fino a un paio di settimane fa, in una miriade di insegne diverse, frutto di oltre vent’anni di acquisizione che hanno portato Eurocar, che nel 2025 ha fatturato qualcosa come 2,2 miliardi di euro, a essere presente in nove Regioni nel Nord e Centro Italia, dove si contano più di 50 sedi e ben 1.950 collaboratori. Ora, con il progetto One Eurocar, i vecchi marchi dei concessionari, alcuni storici nei territori dove hanno sede, spariscono per lasciare il posto alla nuova identità, anche digitale, del gruppo. Matthias Moser è il ceo che ha dato forma alla nuova realtà imprenditoriale, alle prese con numerose sfide: spaesamento dei clienti davanti alle nuove motorizzazioni, crisi petrolifera, crisi economica.
Vendete macchine per tutti i tipi di tasche: è quello che chiedono i clienti?
«Uno dei punti forti del nostro gruppo è sicuramente l’ampio ventaglio di possibilità in termini di brand. Il vantaggio competitivo comune di tutti questi brand è essere sotto il cappello del gruppo Vw, un brand storico, che garantisce qualità e affidabilità».
Le contorsioni dell’Ue sull’elettrificazione forzata delle auto hanno generato confusione nei clienti?
«La transizione verso la mobilità elettrica è un processo complesso e graduale. È normale che in una fase di cambiamento ci siano aggiustamenti normativi. Dal nostro osservatorio vediamo che i clienti chiedono soprattutto chiarezza e stabilità nel lungo periodo. Il nostro compito come concessionari è accompagnarli nella scelta più adatta alle loro esigenze, che sia elettrica, ibrida o termica».
Chi oggi si avvicina per comprare un’auto è consapevole di quello che trova in un salone oppure va guidato, stante la ricca offerta di motorizzazione e modelli?
«Sicuramente il cliente del 2026 è più informato, l’online offre molte risposte e l’avvento dell’Intelligenza artificiale si è integrata ampliano questa possibilità. Nonostante questo, l’auto resta un prodotto che i nostri clienti sentono sempre la necessità di vedere e provare. Inoltre, il know-how dei nostri consulenti e la loro capacità di entrare in contatto con il cliente rimane un patrimonio relazionale insostituibile».
Crescono le vendite di modelli cinesi in Europa e in Italia: porteranno davvero invadere il mercato domestico? Sono un rischio per le Case del Vecchio continente, già in crisi?
«La competizione in questo mercato c’è sempre stata, come per qualsiasi altro prodotto nell’epoca della globalizzazione. La realtà è che non possiamo avere alcun controllo sull’esterno, ma possiamo lavorare invece sull’interno, continuando a fare del nostro meglio per rimanere competitivi e fare la differenza. L’acquisto di un’auto non è mai uno shot temporaneo. È un’esperienza e il nostro obiettivo è renderla facile, fluida e coinvolgente. Inoltre, il rapporto non si chiude alla consegna, anzi, ci teniamo ad essere i compagni di viaggio per i nostri clienti per tutta il ciclo di vita di una vettura, attraverso assistenza e servizi sempre più innovativi».
Come cambierà, da qui a dieci anni, (o anche più) l’acquisto di un’auto? Sempre meno saloni fisici e più Web oppure sarà necessario un mix tra i due perché l’auto va sentita?
«I numeri parlano chiaro, l’online è la porta di ingresso più varcata, perché comoda e sempre aperta. Anche per questo abbiamo lanciato lo scorso 2 aprile il nostro nuovo sito Web eurocar.it, che per la prima volta è stato unificato (prima avevamo nove siti uguali nell’interfaccia, ma diversificati per concessionaria), con un visual totalmente nuovo e in linea con la nostra nuova corporate identity e tantissimi nuovi strumenti per rendere la navigazione per gli utenti piacevole e facile. Nonostante questa consapevolezza, siamo ancora fortemente convinti che per il prodotto che vendiamo, la soluzione ottimale sia il phygital, un ibrido tra l’online e l’offline, dove i due mondi si integrano completandosi».
La crisi in Medio Oriente, con il caro greggio e la paventata razionalizzazione dell’energia se si dovesse continuare di questo passo, può influire sulla scelta di una macchina da acquistare? Magari spostando la scelta da un motore termico a uno elettrico?
«Come dico spesso, noi siamo una semplice concessionaria. La strategia di distribuzione non dipende da noi, ma dalle diverse Case, che sono certo, come hanno sempre fatto, riusciranno a prevedere gli scenari e a trovare le migliori soluzioni per i nostri clienti».
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Cambio in casa Stellantis: il restyling dell’unico modello in gamma punta tutto sul ritorno al passato. Il mercato italiano fatica a cedere alle sirene di batterie e ibrido. E così Lancia ripropone automobili «normali» e con il pedale per la frizione.
«I clienti hanno parlato chiaramente, noi li abbiamo ascoltati. Ed ecco la Lancia Ypsilon in versione benzina con cambio manuale»: così Gianni Petullà, responsabile del prodotto Lancia, ha presentato martedì mattina a Milano la Lancia Ypsilon equipaggiata con la nuova motorizzazione turbo benzina da 100 cavalli, abbinata al cambio manuale a sei marce. «Abbiamo lanciato Ypsilon due anni fa, come auto urbana ed elegante», ha spiegato Roberta Zerbi, ceo di Lancia, «il 2026 sarà, per noi, l’anno chiave. Vogliamo consolidare le vendite di Ypsilon e lanceremo, nella seconda parte dell’anno, un nuovo modello, la Gamma, disegnata a Torino e costruita a Melfi. Tornando a Ypsilon, siamo partiti con la sola motorizzazione elettrica, poi abbiamo aggiunto quella ibrida. Abbiamo ascoltato attentamente il mercato: la gente cerca qualcosa di concreto. Ed è per questo che presentiamo questa Ypsilon benzina e con cambio manuale». Già, il mercato. O, per meglio dire, la realtà. Perché c’è una larghissima fetta di clienti, ancora maggioranza, che di cavi di ricarica, cambi robotizzati e di tutti gli orpelli elettronici proprio non ne vuole sapere. E che ha accolto in maniera abbastanza tiepida (eufemismo) il nuovo modello Lancia: nel 2025 ne sono state vendute appena 9.000 unità, quasi tutte in Italia. Impietoso il confronto con la Y uscita di produzione, una citycar best seller per un decennio. «Una parte consistente degli automobilisti continua a preferire la guida manuale: una scelta pratica, legata al controllo diretto del veicolo e a una meccanica percepita come semplice e affidabile per l’uso quotidiano», ha continuato Petullà, «in Italia, la motorizzazione benzina non elettrificata mantiene una presenza stabile nel segmento delle city-car: i volumi non cedono perché esiste un pubblico numeroso che considera questa scelta la più equilibrata per il proprio stile di vita e per i propri costi di utilizzo. In particolare, c’è un pubblico fedele che ha accompagnato Lancia per anni alla guida della precedente Ypsilon, abituato a un motore benzina, al cambio manuale, a una guida diretta e senza complicazioni. Ritrovare la stessa facilità di sempre in qualcosa di molto più ricco e confortevole è la missione della nuova Ypsilon Turbo 100. In un’epoca in cui l’automazione guadagna terreno su ogni fronte, c’è ancora chi cerca un rapporto diretto con la propria auto». L’ammissione di Petullà («In Italia i volumi delle termiche non sono calati come ci si poteva aspettare, il segmento del non elettrificato è estremamente rilevante e, per noi, è strategico esserci») certificano l’inversione a U che le varie Case, compresa Stellantis, sono state costrette a fare: pensare di presidiare il segmento B con vetture dalle caratteristiche premium da anche 40.000 euro di costo si è rivelato un grosso, grosso errore. L’elettrificazione delle vetture tanto spinta da Carlos Tavares è stata rigettata dal mercato. Il modello presentato martedì presenta sotto il cofano l’aggiornato tre cilindri turbo da 1.2 litri PureTech (distribuzione a catena), capace di erogare 101 Cv e 205 Nm di coppia a 1.750 giri/min. Esteticamente, all’esterno, non cambia nulla rispetto al modello finora in circolazione (che deriva dalla Peugeot 208: nella vista laterale, la somiglianza-sorellanza è evidente). All’interno, invece, sparisce il «tavolino» di design apparso sulle sorelle elettrificate per una più sobria mensolina portaoggetti. Questo per permettere l’inserimento (e l’uso) della leva del cambio. La nuova motorizzazione si posiziona su tutti gli allestimenti con un prezzo di listino di 3.000 euro inferiore rispetto alle corrispondenti versioni ibride: la nuova Ypsilon turbo 100 parte da 22.200 euro chiavi in mano, mentre le versioni Lx Turbo 100 e Hf Line Turbo 100 (i due allestimenti top di gamma) sono proposte a 25.200 euro, inclusa messa su strada di 1.000 euro. Inoltre, accedendo alle soluzioni finanziarie dedicate alla nuova motorizzazione, il prezzo parte da 15.950 euro con canoni mensili da 99 euro. Il nuovo sistema di iniezione diretta ad alta pressione, l’introduzione di un sistema di fasatura valvole a ridotto attrito, la testa pistoni ridisegnata e il ciclo Miller ad alto rapporto di compressione assicurano una combustione più pulita e prestazioni superiori a parità di consumi: quelli dichiarati nel ciclo Wltp si attestano tra 5,2 e 5,4 l/100 km. Le prestazioni: 0-100 km/h in 10,2 secondi e una velocità massima di 194 km/h. Oltre 30.000 ore su banco prova e più di 3 milioni di chilometri percorsi su veicoli prototipo. Gli intervalli di manutenzione sono fissati ogni 25.000 km o due anni.
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Catherine Birmingham e Nathan Trevallion (Ansa)
Oggi saranno somministrati test psicologici ai tre bambini Trevallion e la psichiatra scelta dal tribunale per effettuare la perizia su di loro e sui genitori li incontrerà per verificarne le condizioni. Viene da chiedersi quale fotografia potrà mai emergere da queste indagini. I bambini non sono stati valutati nei loro spazi, nella quotidianità che hanno conosciuto fino allo scorso inverno. No, vengono osservati in un contesto artificiale, dopo essere stati separati prima dal padre e poi pure dalla mamma. Certo, ora anche loro sono stati messi a parte di alcune grandi conquiste della civiltà: i dolci, la televisione e gli smartphone. Il professor Tonino Cantelmi e la dottoressa Martina Aiello, consulenti della famiglia, lo hanno notato con stupore nell’ultima perizia, presentata un paio di giorni fa al tribunale. Spiegano che «le abitudini precedentemente adottate nel contesto familiare di origine non risultavano oggetto di alcuna contestazione sotto il profilo alimentare, educativo, ludico-ricreativo e organizzativo, configurandosi invece come espressione di una genitorialità attenta, coerente e virtuosa, profondamente orientata ai bisogni evolutivi, affettivi e salutistici dei minori». E aggiungono che oggi i piccoli mangiano «alimenti industriali e zuccheri processati, precedentemente assenti dalla dieta dei bambini». Cibi che questi bambini cercano in modo «compulsivo», specie quando soffrono (in particolare, cioè, dopo le videochiamate con la mamma), come «possibile modalità di compensazione di stati di malessere affettivo e tensione interna».
Secondo gli esperti, oggi i bambini possono accedere a video con «elementi espliciti e violenti, precedentemente non presenti nella vita dei minori. L’utilizzo della televisione e dei telefonini delle operatrici», scrivono Cantelmi e Aiello, «si accompagna a una marcata riduzione dell’attività fisica e del gioco attivo, con una prevalenza di attività sedentarie». Giustamente su questo punto è intervenuta ieri Marina Terragni, Garante dell’infanzia, dichiarando le che «risultano incredibili le notizie che arrivano da Palmoli, nella cui casa famiglia vivono da oltre cinque mesi i tre fratellini del bosco separati dai loro genitori». Terragni, prendendo spunto dalla perizia di Cantelmi, nota che «i bambini rischiano di ammalarsi di quegli stessi mali che oggi siamo intenti a combattere per salvaguardare la salute di tutti i minori. Come più volte detto», dice il Garante, «entrati sani in casa famiglia, i bambini rischiano di uscirne provati da quegli stessi mali che siamo impegnati quotidianamente a combattere a tutela della salute di tutti i minori. Un quadro paradossale, una riprogrammazione dai tratti orwelliani che aggiunge ulteriori elementi di problematicità a una situazione estremamente preoccupante di cui si auspica la rapida risoluzione con la riunificazione del nucleo, essendo in via di risoluzione le problematiche che hanno condotto all’allontanamento. Purtroppo il parere contrario a questo esito, espresso in queste ore dalla tutrice e dalla curatrice dei tre minori, non lascia ben sperare».
Già: incomprensibilmente, e contro il parere di tutti gli esperti che si sono pronunciati sul caso, non sembra che vi sia l’intenzione di riunire la famiglia. «L’ennesimo diniego», scrive il quotidiano Il Centro, «porta la firma della tutrice Maria Luisa Palladino e della curatrice speciale Marika Bolognese, che si sono espresse negativamente sul ricorso presentato dai Trevallion in Corte d’appello». Chiaro: non spetta a loro decidere, ma ai giudici. Però è ovvio che la loro posizione pesi. Intanto i tempi della giustizia continuano a dilatarsi. Oggi, dicevamo, ci saranno altri test. Il 21 aprile, poi, il tribunale dovrebbe acquisire le memorie delle parti, anche se a quanto pare non si terrà alcuna udienza: sarà semplicemente consegnato il materiale scritto da esaminare. A quanto sembra, dunque, a meno di clamorose sorprese, non ci saranno cambiamenti significativi per i tre piccoli.
Più i giorni passano, più i bambini soffrono e più girano voci di ogni genere sulla famiglia. Polemiche sul libro che sta per pubblicare mamma Catherine, polemiche su presunte serie tv... «Ma perché il caso della famiglia del bosco suscita tanto interesse fino a far girare vorticose, quanto false (purtroppo!), voci che persino Netflix sarebbe vogliosa di metterci su le mani con un film?», si interroga Tonino Cantelmi parlando con La Verità. «Sì, qualche voglia di strumentalizzare il caso tirandolo di qua o di là c’è stato, ma non è questo il motivo. Che si tratti di un caso scivoloso è vero, tanto scivoloso da far scivolare servizi sociali e istituzioni senz’altro. Ma anche questa motivazione non tiene rispetto alla mediaticità intensa che hanno generato i guai di Nathan e Cathrine».
Secondo il professore, il vero problema è esattamente lo stile di vita della famiglia del bosco, quello che esso rappresenta e le emozioni che suscita. Nathan e Catherine, dice Cantelmi, sono «una coppia unita, non c’è dubbio, che sfida la società postmoderna e tecnoliquida. Noi sprechiamo tutto? Loro riciclano pure i rifiuti organici con il bagno a secco, così come vorrebbe una certa normativa europea sugli ecovillaggi. Noi siamo schiavi di Meta e TikTok: loro li vietano ai loro figli e figuriamoci la tv! Noi inseguiamo il danaro al quale ci prostriamo (e non solo), loro vagheggiano una libertà autosufficiente (e non vogliono bollette). Noi amiamo il lusso e Nathan non ha neanche una camicia e una giacca per andare in Senato. Figuriamoci una cravatta. E Cathrine colleziona cestini autoprodotti, usa saponi biologici e vestiti con fibre naturali. Noi amiamo cani, gatti e tutti i pet possibili e costringiamo animali di ogni tipo a vivere nei nostri appartamenti e invece loro si immergono nella natura. Non sarà affascinante vedere come va a finire questa sfida a uno Stato che ha reagito come ha reagito? È il fascino del debole e piccolo Davide, che sfida il gigante Golia forte e crudele. E noi? Postmoderni e asserviti come siamo, saremo capaci di trasformare la sfida in una serie tv da goderci comodamente nel salotto di casa».
Forse il tema è proprio questo: per alcuni il modello radicalmente alternativo dei Trevallion è qualcosa da combattere con tutte le forze. Per altri, la loro vicenda è divenuta una sorta di sceneggiato. Peccato solo che di mezzo ci sia la vita - vera, verissima - di tre bambini e dei loro genitori. Una esistenza che è stata sbriciolata. E per che cosa? Per qualche cartone animato e due caramelle?
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Saranno infatti otto le classi seconde che seguiranno la lezione di islam dalla durata di ben due ore. Troppi alunni per la capienza di un’unica Aula Magna e, pertanto, verranno effettuati due turni: uno dalle 8 alle 10 e l’altro dalle 11 alle 13. Lezioni rigorosamente «in presenza», specifica il documento protocollato e firmato dal dirigente scolastico Gennaro Scotto di Ciccariello che, alla Verità, dichiara che l’evento riguarderà «il dialogo tra le culture e le religioni anche in un’ottica di una corretta applicazione da quanto richiesto dalla promozione dell’educazione civica». Un dialogo un po’ originale, verrebbe da dire, dato che sabato non è prevista alcuna figura oltre al referente islamico e, ovviamente, ai docenti in servizio occupati nella vigilanza. Il progetto, assicura il dirigente, è «inserito nel piano triennale dell’offerta formativa, quindi approvato dal consiglio di istituto». E in effetti, spulciando nel Ptof, apprendiamo che già nel documento del 2022 era presente un paragrafo interamente intitolato «Identità e fede islamica» in cui venivano previste «lezioni con le singole classi sulla storia e lo sviluppo dell’islam, la sua dottrina e le suddivisioni, aspetti caratteristici e ambiti di discussione (visione della donna, della fratellanza universale, del matrimonio, fondamentalismo)». Il tutto farcito da una «testimonianza diretta di fede musulmana per approfondire, dibattere e rispondere a perplessità e confrontarsi con chi vive la fede islamica in prima persona».
Insomma, un sottile cedimento culturale all’islamizzazione che non risparmia la scuola, ma nemmeno le parrocchie. Proprio il 15 aprile, il giorno in cui veniva protocollata a Modena la comunicazione del dirigente scolastico, dall’altra parte d’Italia, a Brindisi, nella parrocchia di San Lorenzo, si svolgeva un incontro con l’imam della comunità islamica locale: Khaled Bouchelaghem. All’evento, pubblicizzato anche sul sito dell’Arcidiocesi di Brindisi - Ostuni e intitolato «Conosci l’Islam?», erano invitate comunità parrocchiali, comunità religiose, operatori ecclesiali, aggregazioni, insegnanti Irc, docenti e associazioni territoriali. Da segnalare che, oltre a queste figure, ad assistere al «catechismo» islamico brindisino c’era anche l’arcivescovo Giovanni Intini, che ha concluso l’evento. Il tutto sotto il segno dello slogan «se conosci bene l’altro lo ami davvero». Uno scenario che farebbe rabbrividire gli oltre 800 martiri che, nell’agosto del 1480, furono uccisi dai Turchi guidati dal comandante Gedik Ahmet Pascià nella vicina Otranto per non essersi convertiti alla fede islamica e che vennero prima beatificati nel 1771 dal pontefice Clemente XIV e poi canonizzati il 12 maggio 2013 da papa Francesco.
E così, in un mondo dove diventa quasi strano esporre un crocifisso in un’aula (per non parlare del fare un presepe in un corridoio o intonare ad un saggio di Natale una qualsiasi canzone che sfiori leggerissimamente la nascita di Gesù Bambino), diventa sempre più accettata una lezione islamica somministrata a dei ragazzi minorenni all’interno di un istituto scolastico o a un’intera comunità all’interno di un locale cattolico.
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