2020-03-23
La carica
dei virologi
iStock
La pandemia li ha resi star mediatiche. Abbiamo imparato a conoscerli dalle interviste in tv e sui giornali, che divoriamo sperando di trovare una buona notizia, un consiglio, una certezza cui appigliarci nel mezzo dell'ecatombe causata dal coronavirus. I virologi, dall'ospedale Sacco di Milano allo Spallanzani di Roma, dall'Oms all'Istituto superiore di sanità, ci hanno fatto riscoprire che, nell'emergenza, per gli italiani valgono ancora il «principio di autorità», il rispetto e la fiducia nei confronti degli esperti. Ma gli scienziati non sono divinità. Sono uomini. E come tutti gli uomini, hanno dei limiti, possono sbagliare e possono dividersi tra di loro.
La maggior parte degli epidemiologi, fino a gennaio, aveva sottostimato il potenziale impatto del coronavirus sullo Stivale. Poi, i più si sono ovviamente ricreduti - e in tanti hanno addirittura fatto pubblica ammenda. Qualcun altro ha continuato a minimizzare anche quando era evidente che il Covid-19 era fuori controllo. Alcuni vorrebbero tamponi a tappeto, altri ritengono questa misura inutile e impraticabile. Alcuni distinguono tra morti «di» e morti «con» il virus. D'altronde, la sfida della pandemia e questo particolare agente patogeno sono novità anche per i luminari. Ma l'opera d'informazione e di sostegno alle autorità, svolta dagli esperti, è essenziale. Oltre che a medici e infermieri, l'Italia si affida ai suoi scienziati.
Massimo Galli, Ospedale Luigi Sacco di Milano
Sguardo rassicurante, voce calma, linguaggio semplice. Il professor Massimo Galli, docente e responsabile di Malattie infettive al Sacco di Milano, si è trovato per forza di cose in mezzo alla bufera del coronavirus. Ma non per questo ha perso l'aplomb o si è montato la testa, come altri suoi colleghi affetti dalla sindrome da primadonna. Il suo curriculum è smisurato: dopo la laurea in Medicina conseguita nel 1976 a Milano, Galli ottiene bene tre specializzazioni (Allergologia, Malattie infettive clinica e Medicina interna). Oltre agli impegni accademici, nel 2007 è entrato anche a far parte della commissione nazionale sull'Aids. Come quasi tutti i suoi colleghi, inizialmente ha preso sottogamba il virus. A fine gennaio, commentando la possibilità di trasmissione attraverso gli asintomatici affermava: «Non c'è da stupirsi, accade anche con l'influenza». Ma a differenza dei suoi pari, è stato capace di riconoscere l'errore di valutazione. «Io per primo mi stavo convincendo che l'avessimo scampata», ha dichiarato qualche giorno fa, «ma il virus ha potuto fare quello che ha voluto per almeno quattro settimane, spargendosi ovunque in quella zona, ma anche in Veneto e in altre aree della Lombardia, creando l'epidemia così come la conosciamo». Galli inoltre sostiene, in forza dei suoi studi, che il virus sia arrivato dalla Germania. «Stimo Walter Ricciardi, ma stavolta credo abbia fatto un errore», ha commentato in seguito alle polemiche con le Regioni sul numero di tamponi eccessivi, «così sembra che lo Stato italiano voglia nascondere qualcosa».
L'intervista a Galli: «Tra gli esperti ho visto troppi narcististi»
Massimo Galli, 69 anni, milanese, ordinario dell'Università degli Studi e primario di malattie infettive all'Ospedale Sacco, ripete che per lui «il pericolo di contagio più incombente viene dalle interviste».
L'ospedale, la pressione dei media: quanto è cambiata la sua vita da quando è scoppiata l'emergenza coronavirus?
«Tutti gli altri impegni sono stati cancellati. Non mi sposto perché non ce la faccio più a muovermi come una trottola. Quello che mi dispiace maggiormente è non poter fare lezione. A marzo sarebbe partito il mio corso, si iniziava proprio con le malattie emergenti. Dovrei farlo online, in videoconferenza, non ho il tempo per organizzare la didattica interattiva».
A casa sua che dicono? Si parla apertamente di timori di fronte al moltiplicarsi di contagi e morti?
«Mia moglie si è rassegnata a non aver paura. La prendo in giro perché fa un mestiere molto più pericoloso del mio, è insegnante, passa tutte le mattine in classi piene di studenti e che pullulano di infezioni alle prime vie respiratorie. Se ho un raffreddore, è perché l'ho preso da lei. Certo, ora fa lezione da casa. Io non ho paura, il rischio, come diceva mia nonna, è quando “la confidenza fa perdere la riverenza"».
Ci parlate in ogni momento del giorno del coronavirus, a volte fornendo indicazioni, interpretazioni contraddittorie.
«C'è stata una discreta corsa ad alimentare il proprio personale narcisismo e ad affermare: “Eccomi, ci sono". Qualcuno ha anche rilasciato dichiarazioni che rivelavano quanto fosse poco esperto delle questioni di cui stava parlando. Ho un po' di titoli e di storia professionale, certo alla mia età non devo fare altra carriera né devo farmi eleggere, neppure ho libri da presentare. In televisione normalmente vanno le persone che hanno molti agganci e molta voglia di esserci, le mie comparsate sono sempre state viste nell'ottica di fare battaglie contro l'Hiv, contro il virus dell'epatite C, per altre iniziative. Anche per la battaglia contro le sciocchezze che si sono sentite negli ultimi tempi».
Si riferisce alla polemica con il professor Paolo Ascierto sulla sperimentazione a Napoli del Tocilizumab?
«Sono cose antipatiche da dirsi, però certe sovraesposizioni mi sembrano fuori luogo, ridicole e grottesche, fatte solo per finire sui giornali. Sull'approccio terapeutico abbiamo ancora moltissimo da capire, meglio stare zitti e vedere se il farmaco funziona o no, altrimenti crei aspettative. Non mi piace questo provincialismo del chiamarsi primo autore di qualche cosa che hanno fatto altri. D'altra parte siamo il Paese che al ventunesimo isolamento del virus ha esultato, quasi fosse una scoperta da premio Nobel. Mi sta bene che allo Spallanzani siano stati un po' più supportati, ma di precariato nella sanità ce n'è tanto. Quanto all'impegno personale, mi sento come un soldato richiamato alle armi. Sono abbastanza ansioso di tornare nel mio relativo anonimato, significherà che questa brutta epidemia sarà terminata».
Andrea Crisanti, Aou di Padova
Alle volte distinguere il pessimismo dal realismo è arduo. Andrea Crisanti, direttore di Virologia all'Aou di Padova, teme che, diminuiti i contagi, il coronavirus possa tornare. Sostenitore dei tamponi agli asintomatici, sul tema si è scontrato all'Aria che tira del 12 marzo con Matteo Bassetti, che gli ha rimproverato: «Dobbiamo fare 2 milioni di tamponi? Così il sistema crolla».
Matteo Bassetti, Ospedale San Martino di Genova
«Questa non è un'epidemia, la mortalità è bassa». Parola di Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova, dopo i primi casi. Bassetti distingue tra morti «di» e «con» il coronavirus. Perciò viene tirato in ballo da Vittorio Sgarbi, che invoca il ripristino dei Sacramenti. Bassetti lo diffida: «La situazione epidemiologica è cambiata».
Maria Rita Gismondo, Ospedale Luigi Sacco di Milano
Nella schiera dei protagonisti dell'emergenza, Maria Rita Gismondo è uno dei più controversi. Laureata in Biologia (1976) e Medicina (1984) all'università di Catania, oggi è direttrice del laboratorio di Microbiologia e virologia del Sacco di Milano. «Ora in tanti mi danno ragione. Fra una settimana non parleremo più di coronavirus, ne farò un ciondolo», profetizzava il 26 febbraio scorso. Mai annuncio fu più infelice. D'altronde, la Gismondo è la «minimizzatrice» per eccellenza. «È una follia che farà male, si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale», scriveva su Facebook qualche giorno prima, «il nostro laboratorio ha sfornato esami tutta la notte». Il primo marzo, con più di 1.000 casi registrati, la microbiologa del Sacco insisteva: «Non voglio sminuire il coronavirus, ma la sua problematica rimane appena superiore all'influenza stagionale». E poi: «Non è una pandemia». Oggi è palese che lei e i suoi «angeli» - così la Gismondo chiama i suoi collaboratori - erano fuori strada. Le sue tesi hanno attirato le ire di Roberto Burioni. «Niente panico, ma niente bugie. Attenzione a chi, superficialmente, dà informazioni completamente sbagliate». E giù accuse di sessismo con tanto di editoriali di Massimo Gramellini. Ora, la Gismondo ha assunto toni decisamente più allarmati. A suo avviso, il virus «potrebbe essere mutato», visto il tasso di mortalità in Lombardia. Ma i colleghi la diffidano: «Affermazioni pericolose».
Walter Ricciardi, Organizzazione Mondiale della Sanità
Sarà che tra gli anni Sessanta e Ottanta ha fatto l'attore al fianco di tante celebrità italiane, ma a Walter Ricciardi è uno a cui piace calcare i palcoscenici. Laureatosi alla Federico II, si specializza nel 1990 in Igiene e medicina preventiva. Da allora in poi tutti gli incarichi istituzionali saranno in questo campo. Nel dicembre 2002 viene nominato componente del Consiglio superiore di sanità, del quale dal 2010 al 2014 sarà presidente della III sezione. Nel 2014, Matteo Renzi lo nomina commissario dell'Istituto superiore di sanità, per poi diventare presidente l'anno dopo, a settembre 2015. Nel 2019 si dimette dall'Iss, ufficialmente per dedicarsi all'attività accademica (è prof ordinario) ma in realtà pesa la polemica con il governo Conte e l'ex ministro. Ma sulla sua figura pende anche un'accusa di conflitto di interessi per aver collaborato con alcune società di lobbying in campo farmaceutico. Poco meno di un mese fa, il ministro Roberto Speranza lo ha nominato consigliere per le relazioni dell'Italia con gli organismi sanitari internazionali. È un grande sostenitore delle vaccinazioni, e su questo punto va d'accordo con Roberto Burioni. Solo una settimana prima che scoppiasse il focolaio di coronavirus a Codogno, pur riconoscendo la serietà della situazione, sosteneva che «non ci deve essere allarme». Ma già dalla seconda metà di febbraio accusava le autorità di aver sottostimato il pericolo non applicando la quarantena. Nel «Ricciardi pensiero» il fatto che la sanità sia in mano alle Regioni rappresenta un punto di «debolezza». Celebre la polemica di fine febbraio con il governatore del Veneto, Luca Zaia, accusato di effettuare troppi tamponi.
Pier Luigo Lopalco, Università di Pisa
«Massima allerta, ma niente panico». Era il 9 febbraio e il Covid-19 sembrava ancora confinato in Cina. Come la maggior parte dei suoi colleghi, anche l'epidemiologo dell'Università di Pisa, Pier Luigi Lopalco, invitava alla prudenza. Secondo i suoi calcoli, la curva dei contagi nel Paese asiatico mostrava segni di rallentamento, facendo ben sperare per la sua evoluzione in Europa. Peccato però che, almeno una quindicina di giorni prima, il virus avesse iniziato a circolare silente e indisturbato in Italia, probabilmente importato dalla Germania. Dopo le prime rassicurazioni, però, Lopalco si è ricreduto in fretta. «Non è assolutamente un'influenza», così il 23 febbraio, «se arriva in Italia in maniera incontrollata mette in crisi il sistema, il nostro sistema ospedaliero non è pronto a rispondere a questo evento». Previsione, ahinoi, del tutto azzeccata.
Fabrizio Pregliasco, Università Statale di Milano
Probabilmente nemmeno Fabrizio Pregliasco, ricercatore alla Statale di Milano, consigliere del Cnel e del Consiglio nazionale del terzo settore, credeva che il coronavirus avrebbe potuto raggiungere le terribili cifre di oggi. Era il 28 febbraio quando, nel corso di un'intervista a Vita, alla domanda se l'epidemia fosse sotto controllo rassicurava: «Certo. Adesso però non dobbiamo abbassare la guardia. Non possiamo adesso pensare che sia finita. Abbiamo preso limitazioni dolorose che in qualche modo pagheremo dal punto di vista economico. Ma che sembrano aver funzionato. Non dobbiamo vanificare questo sforzo. Dobbiamo insistere. Ma sicuramente possiamo stare più tranquilli». Dopo gli appelli alla calma, Pregliasco ha assistito come tutti all'escalation, fino ad affermare qualche giorno fa: «Le misure del governo vanno prorogate, la battaglia non finirà il 3 aprile».
Roberto Burioni, Università San Raffaele di Milano
È la «medistar» per eccellenza in Italia, l'uomo che insulta senza tanti complimenti i No vax e setaccia i social in cerca di somari da catechizzare. L'unico verbo che ammette è quello scientifico. Che, per sua stessa ammissione, ha poco a che fare con la democrazia. Roberto Burioni è fatto così, o lo odi, o lo ami. Nato a Pesaro 57 anni fa, ha conseguito la laurea in medicina all'università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e il dottorato in Scienze microbiologiche e virologiche a Genova. Oggi è docente di Microbiologia e virologia all'università San Raffaele e dirige il sito medicalfacts.it, la sua personale plancia digitale dalla quale si fa vanto di smascherare i pregiudizi in campo medico. L'approccio iniziale nei confronti del coronavirus è stato piuttosto cauto. Il 29 gennaio, dunque il giorno prima che l'Organizzazione mondiale della sanità dichiarasse l'emergenza a livello globale, pur mettendo in guardia da una «situazione in rapida evoluzione», Burioni rassicurava: «Il virus in Italia ancora non c'è, quindi non ha senso evitare i cinesi, i ristoranti cinesi, i quartieri cinesi, non dobbiamo farci prendere dal panico». La chiave di volta è stata probabilmente la scoperta che il virus poteva trasmettersi per mezzo di soggetti asintomatici. «Una brutta notizia», così l'aveva definita il virologo. E così, mentre mezzo Pd consigliava agli italiani di proseguire la vita normale tra un'apericena e un abbraccio a un cinese, il professore martellava sui media la necessità di applicare un regime quarantena. Finendo, strano caso del destino, per trovarsi bullizzato a sua volta. Oggi sappiamo che, mentre Burioni veniva tacciato di fascioleghismo, il virus circolava indisturbato per l'Italia infettando migliaia di persone. Celebre la diatriba con la collega dell'ospedale Sacco, Maria Rita Gismondo, che aveva criticato il paragone fatto da Burioni con l'influenza spagnola. «A me sembra una follia, si è scambiata un'infezione più seria di un'influenza per una pandemia letale» (così la Gismondo). «Scemenze», aveva ribattuto il virologo all'indirizzo della «signora del Sacco», salvo poi scusarsi a seguito delle accuse di sessismo.
Giovanni Maga, lo studioso del Cnr: «Io mi affido a Dio: la scienza non ci dà tutte le risposte»
Giovanni Maga, 55 anni, di Pavia, virologo e direttore dell'Istituto di genetica molecolare del Cnr, si sente «obbligato a comunicare al pubblico informazioni utili. Certo, ora la pressione mediatica è elevatissima, vengo interpellato dieci volte al giorno dalle 6 e 30 del mattino a tarda sera. Oltre al tempo sottratto al mio lavoro, che ho dovuto riorganizzare completamente, per rispondere in modo puntuale devo aggiornarmi in continuazione sull'andamento di un virus in così rapida evoluzione».
Professore, che cosa le risulta più impegnativo?
«Fornire riflessioni basate sull'elaborazione di dati, di numeri, è il mio mestiere. La domanda cui è difficile rispondere è: “Come andrà a finire?". Anche noi ricercatori abbiamo i nostri limiti, la scienza non ha tutte le risposte. Troppe rassicurazioni superficiali che vengono fornite e tanti allarmismi, che generano eccessiva ansia, sono fuori luogo allo stesso modo. Gli italiani ascoltano tutti gli studiosi cui riconoscono un “principio di autorità", perciò abbiamo una grande responsabilità».
Del Covid-19 si conosce troppo poco. Comunicare questo messaggio spaventa, per questo tra voi uomini di scienza c'è la corsa a dire di più o il contrario dell'altro?
«È vero, a volte si sentono valutazioni personali. Ognuno può interpretare i dati in maniera leggermente diversa, quando ci si lancia in ipotesi sul futuro bisognerebbe premettere “secondo me". Altrimenti sono speculazioni più o meno ragionevoli fatte passare per certezze. Se c'è possibilità di intuire un andamento, cerco sempre di dire “a oggi", perché domani potrebbe cambiare. Cercando di essere positivo, pur nella criticità».
La sua famiglia come vede questo impegno extra Cnr?
«Mia moglie è insegnante, mia figlia studia medicina, entrambe comprendono l'importanza di comunicare. Certo, anche a loro pesa vedermi così poco e quando sono a casa, spesso sono ancora impegnato in interviste. Cerchiamo di mantenere un po' di normalità nell'ambito delle limitazioni, giuste, che vengono date. Non posso svolgere attività sportiva, faccio qualche esercizio in camera mia».
La fede, se ce l'ha, è di aiuto in questo momento?
«Sì. Per quanto possa sembrare strano in uno scienziato, sono credente, cattolico praticante. Non posso andare a messa, la seguo via Youtube, se riesco partecipo anche a momenti di preghiera in collegamento sul Web. Con le altre persone che sono solito incontrare in chiesa restiamo in contatto, per uno scambio di solidarietà. La fede aiuta sempre, nei momenti positivi e in mezzo alle avversità. Dà forza potersi affidare a Dio, che supera i limiti dell'uomo, al quale le regole della biologia non sempre sono favorevoli».
La pandemia li ha resi star mediatiche. Abbiamo imparato a conoscerli dalle interviste in tv e sui giornali, che divoriamo sperando di trovare una buona notizia, un consiglio, una certezza cui appigliarci nel mezzo dell'ecatombe causata dal coronavirus. I virologi, dall'ospedale Sacco di Milano allo Spallanzani di Roma, dall'Oms all'Istituto superiore di sanità, ci hanno fatto riscoprire che, nell'emergenza, per gli italiani valgono ancora il «principio di autorità», il rispetto e la fiducia nei confronti degli esperti. Ma gli scienziati non sono divinità. Sono uomini. E come tutti gli uomini, hanno dei limiti, possono sbagliare e possono dividersi tra di loro. La maggior parte degli epidemiologi, fino a gennaio, aveva sottostimato il potenziale impatto del coronavirus sullo Stivale. Poi, i più si sono ovviamente ricreduti - e in tanti hanno addirittura fatto pubblica ammenda. Qualcun altro ha continuato a minimizzare anche quando era evidente che il Covid-19 era fuori controllo. Alcuni vorrebbero tamponi a tappeto, altri ritengono questa misura inutile e impraticabile. Alcuni distinguono tra morti «di» e morti «con» il virus. D'altronde, la sfida della pandemia e questo particolare agente patogeno sono novità anche per i luminari. Ma l'opera d'informazione e di sostegno alle autorità, svolta dagli esperti, è essenziale. Oltre che a medici e infermieri, l'Italia si affida ai suoi scienziati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem11" data-id="11" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=11#rebelltitem11" data-basename="massimo-galli-ospedale-luigi-sacco-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Massimo Galli, Ospedale Luigi Sacco di Milano Sguardo rassicurante, voce calma, linguaggio semplice. Il professor Massimo Galli, docente e responsabile di Malattie infettive al Sacco di Milano, si è trovato per forza di cose in mezzo alla bufera del coronavirus. Ma non per questo ha perso l'aplomb o si è montato la testa, come altri suoi colleghi affetti dalla sindrome da primadonna. Il suo curriculum è smisurato: dopo la laurea in Medicina conseguita nel 1976 a Milano, Galli ottiene bene tre specializzazioni (Allergologia, Malattie infettive clinica e Medicina interna). Oltre agli impegni accademici, nel 2007 è entrato anche a far parte della commissione nazionale sull'Aids. Come quasi tutti i suoi colleghi, inizialmente ha preso sottogamba il virus. A fine gennaio, commentando la possibilità di trasmissione attraverso gli asintomatici affermava: «Non c'è da stupirsi, accade anche con l'influenza». Ma a differenza dei suoi pari, è stato capace di riconoscere l'errore di valutazione. «Io per primo mi stavo convincendo che l'avessimo scampata», ha dichiarato qualche giorno fa, «ma il virus ha potuto fare quello che ha voluto per almeno quattro settimane, spargendosi ovunque in quella zona, ma anche in Veneto e in altre aree della Lombardia, creando l'epidemia così come la conosciamo». Galli inoltre sostiene, in forza dei suoi studi, che il virus sia arrivato dalla Germania. «Stimo Walter Ricciardi, ma stavolta credo abbia fatto un errore», ha commentato in seguito alle polemiche con le Regioni sul numero di tamponi eccessivi, «così sembra che lo Stato italiano voglia nascondere qualcosa». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem10" data-id="10" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=10#rebelltitem10" data-basename="l-intervista-a-galli-tra-gli-esperti-ho-visto-troppi-narcististi" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> L'intervista a Galli: «Tra gli esperti ho visto troppi narcististi» Massimo Galli, 69 anni, milanese, ordinario dell'Università degli Studi e primario di malattie infettive all'Ospedale Sacco, ripete che per lui «il pericolo di contagio più incombente viene dalle interviste». L'ospedale, la pressione dei media: quanto è cambiata la sua vita da quando è scoppiata l'emergenza coronavirus? «Tutti gli altri impegni sono stati cancellati. Non mi sposto perché non ce la faccio più a muovermi come una trottola. Quello che mi dispiace maggiormente è non poter fare lezione. A marzo sarebbe partito il mio corso, si iniziava proprio con le malattie emergenti. Dovrei farlo online, in videoconferenza, non ho il tempo per organizzare la didattica interattiva». A casa sua che dicono? Si parla apertamente di timori di fronte al moltiplicarsi di contagi e morti? «Mia moglie si è rassegnata a non aver paura. La prendo in giro perché fa un mestiere molto più pericoloso del mio, è insegnante, passa tutte le mattine in classi piene di studenti e che pullulano di infezioni alle prime vie respiratorie. Se ho un raffreddore, è perché l'ho preso da lei. Certo, ora fa lezione da casa. Io non ho paura, il rischio, come diceva mia nonna, è quando “la confidenza fa perdere la riverenza"». Ci parlate in ogni momento del giorno del coronavirus, a volte fornendo indicazioni, interpretazioni contraddittorie. «C'è stata una discreta corsa ad alimentare il proprio personale narcisismo e ad affermare: “Eccomi, ci sono". Qualcuno ha anche rilasciato dichiarazioni che rivelavano quanto fosse poco esperto delle questioni di cui stava parlando. Ho un po' di titoli e di storia professionale, certo alla mia età non devo fare altra carriera né devo farmi eleggere, neppure ho libri da presentare. In televisione normalmente vanno le persone che hanno molti agganci e molta voglia di esserci, le mie comparsate sono sempre state viste nell'ottica di fare battaglie contro l'Hiv, contro il virus dell'epatite C, per altre iniziative. Anche per la battaglia contro le sciocchezze che si sono sentite negli ultimi tempi». Si riferisce alla polemica con il professor Paolo Ascierto sulla sperimentazione a Napoli del Tocilizumab? «Sono cose antipatiche da dirsi, però certe sovraesposizioni mi sembrano fuori luogo, ridicole e grottesche, fatte solo per finire sui giornali. Sull'approccio terapeutico abbiamo ancora moltissimo da capire, meglio stare zitti e vedere se il farmaco funziona o no, altrimenti crei aspettative. Non mi piace questo provincialismo del chiamarsi primo autore di qualche cosa che hanno fatto altri. D'altra parte siamo il Paese che al ventunesimo isolamento del virus ha esultato, quasi fosse una scoperta da premio Nobel. Mi sta bene che allo Spallanzani siano stati un po' più supportati, ma di precariato nella sanità ce n'è tanto. Quanto all'impegno personale, mi sento come un soldato richiamato alle armi. Sono abbastanza ansioso di tornare nel mio relativo anonimato, significherà che questa brutta epidemia sarà terminata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem9" data-id="9" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=9#rebelltitem9" data-basename="andrea-crisanti-aou-di-padova" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Andrea Crisanti, Aou di Padova Alle volte distinguere il pessimismo dal realismo è arduo. Andrea Crisanti, direttore di Virologia all'Aou di Padova, teme che, diminuiti i contagi, il coronavirus possa tornare. Sostenitore dei tamponi agli asintomatici, sul tema si è scontrato all'Aria che tira del 12 marzo con Matteo Bassetti, che gli ha rimproverato: «Dobbiamo fare 2 milioni di tamponi? Così il sistema crolla». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem8" data-id="8" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=8#rebelltitem8" data-basename="matteo-bassetti-ospedale-san-martino-di-genova" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Matteo Bassetti, Ospedale San Martino di Genova «Questa non è un'epidemia, la mortalità è bassa». Parola di Matteo Bassetti, direttore della clinica di malattie infettive dell'ospedale San Martino di Genova, dopo i primi casi. Bassetti distingue tra morti «di» e «con» il coronavirus. Perciò viene tirato in ballo da Vittorio Sgarbi, che invoca il ripristino dei Sacramenti. Bassetti lo diffida: «La situazione epidemiologica è cambiata». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem7" data-id="7" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=7#rebelltitem7" data-basename="maria-rita-gismondo-ospedale-luigi-sacco-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Maria Rita Gismondo, Ospedale Luigi Sacco di Milano Nella schiera dei protagonisti dell'emergenza, Maria Rita Gismondo è uno dei più controversi. Laureata in Biologia (1976) e Medicina (1984) all'università di Catania, oggi è direttrice del laboratorio di Microbiologia e virologia del Sacco di Milano. «Ora in tanti mi danno ragione. Fra una settimana non parleremo più di coronavirus, ne farò un ciondolo», profetizzava il 26 febbraio scorso. Mai annuncio fu più infelice. D'altronde, la Gismondo è la «minimizzatrice» per eccellenza. «È una follia che farà male, si è scambiata un'infezione appena più seria di un'influenza per una pandemia letale», scriveva su Facebook qualche giorno prima, «il nostro laboratorio ha sfornato esami tutta la notte». Il primo marzo, con più di 1.000 casi registrati, la microbiologa del Sacco insisteva: «Non voglio sminuire il coronavirus, ma la sua problematica rimane appena superiore all'influenza stagionale». E poi: «Non è una pandemia». Oggi è palese che lei e i suoi «angeli» - così la Gismondo chiama i suoi collaboratori - erano fuori strada. Le sue tesi hanno attirato le ire di Roberto Burioni. «Niente panico, ma niente bugie. Attenzione a chi, superficialmente, dà informazioni completamente sbagliate». E giù accuse di sessismo con tanto di editoriali di Massimo Gramellini. Ora, la Gismondo ha assunto toni decisamente più allarmati. A suo avviso, il virus «potrebbe essere mutato», visto il tasso di mortalità in Lombardia. Ma i colleghi la diffidano: «Affermazioni pericolose». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem6" data-id="6" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=6#rebelltitem6" data-basename="walter-ricciardi-organizzazione-mondiale-della-sanita" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Walter Ricciardi, Organizzazione Mondiale della Sanità Sarà che tra gli anni Sessanta e Ottanta ha fatto l'attore al fianco di tante celebrità italiane, ma a Walter Ricciardi è uno a cui piace calcare i palcoscenici. Laureatosi alla Federico II, si specializza nel 1990 in Igiene e medicina preventiva. Da allora in poi tutti gli incarichi istituzionali saranno in questo campo. Nel dicembre 2002 viene nominato componente del Consiglio superiore di sanità, del quale dal 2010 al 2014 sarà presidente della III sezione. Nel 2014, Matteo Renzi lo nomina commissario dell'Istituto superiore di sanità, per poi diventare presidente l'anno dopo, a settembre 2015. Nel 2019 si dimette dall'Iss, ufficialmente per dedicarsi all'attività accademica (è prof ordinario) ma in realtà pesa la polemica con il governo Conte e l'ex ministro. Ma sulla sua figura pende anche un'accusa di conflitto di interessi per aver collaborato con alcune società di lobbying in campo farmaceutico. Poco meno di un mese fa, il ministro Roberto Speranza lo ha nominato consigliere per le relazioni dell'Italia con gli organismi sanitari internazionali. È un grande sostenitore delle vaccinazioni, e su questo punto va d'accordo con Roberto Burioni. Solo una settimana prima che scoppiasse il focolaio di coronavirus a Codogno, pur riconoscendo la serietà della situazione, sosteneva che «non ci deve essere allarme». Ma già dalla seconda metà di febbraio accusava le autorità di aver sottostimato il pericolo non applicando la quarantena. Nel «Ricciardi pensiero» il fatto che la sanità sia in mano alle Regioni rappresenta un punto di «debolezza». Celebre la polemica di fine febbraio con il governatore del Veneto, Luca Zaia, accusato di effettuare troppi tamponi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem5" data-id="5" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=5#rebelltitem5" data-basename="pier-luigo-lopalco-universita-di-pisa" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Pier Luigo Lopalco, Università di Pisa «Massima allerta, ma niente panico». Era il 9 febbraio e il Covid-19 sembrava ancora confinato in Cina. Come la maggior parte dei suoi colleghi, anche l'epidemiologo dell'Università di Pisa, Pier Luigi Lopalco, invitava alla prudenza. Secondo i suoi calcoli, la curva dei contagi nel Paese asiatico mostrava segni di rallentamento, facendo ben sperare per la sua evoluzione in Europa. Peccato però che, almeno una quindicina di giorni prima, il virus avesse iniziato a circolare silente e indisturbato in Italia, probabilmente importato dalla Germania. Dopo le prime rassicurazioni, però, Lopalco si è ricreduto in fretta. «Non è assolutamente un'influenza», così il 23 febbraio, «se arriva in Italia in maniera incontrollata mette in crisi il sistema, il nostro sistema ospedaliero non è pronto a rispondere a questo evento». Previsione, ahinoi, del tutto azzeccata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="fabrizio-pregliasco-universita-statale-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Fabrizio Pregliasco, Università Statale di Milano Probabilmente nemmeno Fabrizio Pregliasco, ricercatore alla Statale di Milano, consigliere del Cnel e del Consiglio nazionale del terzo settore, credeva che il coronavirus avrebbe potuto raggiungere le terribili cifre di oggi. Era il 28 febbraio quando, nel corso di un'intervista a Vita, alla domanda se l'epidemia fosse sotto controllo rassicurava: «Certo. Adesso però non dobbiamo abbassare la guardia. Non possiamo adesso pensare che sia finita. Abbiamo preso limitazioni dolorose che in qualche modo pagheremo dal punto di vista economico. Ma che sembrano aver funzionato. Non dobbiamo vanificare questo sforzo. Dobbiamo insistere. Ma sicuramente possiamo stare più tranquilli». Dopo gli appelli alla calma, Pregliasco ha assistito come tutti all'escalation, fino ad affermare qualche giorno fa: «Le misure del governo vanno prorogate, la battaglia non finirà il 3 aprile». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="roberto-burioni-universita-san-raffaele-di-milano" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Roberto Burioni, Università San Raffaele di Milano È la «medistar» per eccellenza in Italia, l'uomo che insulta senza tanti complimenti i No vax e setaccia i social in cerca di somari da catechizzare. L'unico verbo che ammette è quello scientifico. Che, per sua stessa ammissione, ha poco a che fare con la democrazia. Roberto Burioni è fatto così, o lo odi, o lo ami. Nato a Pesaro 57 anni fa, ha conseguito la laurea in medicina all'università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e il dottorato in Scienze microbiologiche e virologiche a Genova. Oggi è docente di Microbiologia e virologia all'università San Raffaele e dirige il sito medicalfacts.it, la sua personale plancia digitale dalla quale si fa vanto di smascherare i pregiudizi in campo medico. L'approccio iniziale nei confronti del coronavirus è stato piuttosto cauto. Il 29 gennaio, dunque il giorno prima che l'Organizzazione mondiale della sanità dichiarasse l'emergenza a livello globale, pur mettendo in guardia da una «situazione in rapida evoluzione», Burioni rassicurava: «Il virus in Italia ancora non c'è, quindi non ha senso evitare i cinesi, i ristoranti cinesi, i quartieri cinesi, non dobbiamo farci prendere dal panico». La chiave di volta è stata probabilmente la scoperta che il virus poteva trasmettersi per mezzo di soggetti asintomatici. «Una brutta notizia», così l'aveva definita il virologo. E così, mentre mezzo Pd consigliava agli italiani di proseguire la vita normale tra un'apericena e un abbraccio a un cinese, il professore martellava sui media la necessità di applicare un regime quarantena. Finendo, strano caso del destino, per trovarsi bullizzato a sua volta. Oggi sappiamo che, mentre Burioni veniva tacciato di fascioleghismo, il virus circolava indisturbato per l'Italia infettando migliaia di persone. Celebre la diatriba con la collega dell'ospedale Sacco, Maria Rita Gismondo, che aveva criticato il paragone fatto da Burioni con l'influenza spagnola. «A me sembra una follia, si è scambiata un'infezione più seria di un'influenza per una pandemia letale» (così la Gismondo). «Scemenze», aveva ribattuto il virologo all'indirizzo della «signora del Sacco», salvo poi scusarsi a seguito delle accuse di sessismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-carica-dei-virologi-2645568558.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="giovanni-maga-lo-studioso-del-cnr-io-mi-affido-a-dio-la-scienza-non-ci-da-tutte-le-risposte" data-post-id="2645568558" data-published-at="1603314320" data-use-pagination="False"> Giovanni Maga, lo studioso del Cnr: «Io mi affido a Dio: la scienza non ci dà tutte le risposte» Giovanni Maga, 55 anni, di Pavia, virologo e direttore dell'Istituto di genetica molecolare del Cnr, si sente «obbligato a comunicare al pubblico informazioni utili. Certo, ora la pressione mediatica è elevatissima, vengo interpellato dieci volte al giorno dalle 6 e 30 del mattino a tarda sera. Oltre al tempo sottratto al mio lavoro, che ho dovuto riorganizzare completamente, per rispondere in modo puntuale devo aggiornarmi in continuazione sull'andamento di un virus in così rapida evoluzione». Professore, che cosa le risulta più impegnativo? «Fornire riflessioni basate sull'elaborazione di dati, di numeri, è il mio mestiere. La domanda cui è difficile rispondere è: “Come andrà a finire?". Anche noi ricercatori abbiamo i nostri limiti, la scienza non ha tutte le risposte. Troppe rassicurazioni superficiali che vengono fornite e tanti allarmismi, che generano eccessiva ansia, sono fuori luogo allo stesso modo. Gli italiani ascoltano tutti gli studiosi cui riconoscono un “principio di autorità", perciò abbiamo una grande responsabilità». Del Covid-19 si conosce troppo poco. Comunicare questo messaggio spaventa, per questo tra voi uomini di scienza c'è la corsa a dire di più o il contrario dell'altro? «È vero, a volte si sentono valutazioni personali. Ognuno può interpretare i dati in maniera leggermente diversa, quando ci si lancia in ipotesi sul futuro bisognerebbe premettere “secondo me". Altrimenti sono speculazioni più o meno ragionevoli fatte passare per certezze. Se c'è possibilità di intuire un andamento, cerco sempre di dire “a oggi", perché domani potrebbe cambiare. Cercando di essere positivo, pur nella criticità». La sua famiglia come vede questo impegno extra Cnr? «Mia moglie è insegnante, mia figlia studia medicina, entrambe comprendono l'importanza di comunicare. Certo, anche a loro pesa vedermi così poco e quando sono a casa, spesso sono ancora impegnato in interviste. Cerchiamo di mantenere un po' di normalità nell'ambito delle limitazioni, giuste, che vengono date. Non posso svolgere attività sportiva, faccio qualche esercizio in camera mia». La fede, se ce l'ha, è di aiuto in questo momento? «Sì. Per quanto possa sembrare strano in uno scienziato, sono credente, cattolico praticante. Non posso andare a messa, la seguo via Youtube, se riesco partecipo anche a momenti di preghiera in collegamento sul Web. Con le altre persone che sono solito incontrare in chiesa restiamo in contatto, per uno scambio di solidarietà. La fede aiuta sempre, nei momenti positivi e in mezzo alle avversità. Dà forza potersi affidare a Dio, che supera i limiti dell'uomo, al quale le regole della biologia non sempre sono favorevoli».
Arianna Fontana medaglia d'argento nei 500 metri femminili di pattinaggio di velocità su pista corta ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Con ridicolo zelo woke, Cio e Rai avranno pure tagliato i genitali all’Uomo Vitruviano, ma quanto a «huevos» (i puristi lo chiamino pure carattere) atlete e atleti azzurri non sono secondi neppure a Leonardo da Vinci. Nel sesto giorno di Giochi la grande messe continua: un oro e un bronzo oltre l’impresa di Federica Brignone. E un medagliere stratosferico con 17 podi (6 ori, 3 argenti, 8 bronzi), a un tiro di schioppo dal record delle 20 medaglie di Lillehammer. Sulla spinta della formidabile sciatrice rinata, sale su tetto del mondo anche Francesca Lollobrigida, lo sfiora Arianna Fontana con l’argento, mentre la staffetta mista di slittino agguanta la terza piazza dietro Germania e Austria. Non siamo ancora a metà strada e l’Olimpiade italiana è già uno storico trionfo.
La metà femminile del cielo è quella vincente. E Arianna Fontana prova a completare l’opera: questa volta è argento, ecco un’altra donna italiana con lo sguardo da tigre nell’Ice skating arena di Milano. Tredici medaglie vinte. Nei 500 la campionessa valtellinese deve lasciare il passo all’olandese Xandra Velzeboer, primatista del mondo, inavvicinabile. Nei 1000 maschili squalificato Pietro Sighel, il favorito già oro in staffetta, che preferisce guardare avanti: «È andata, ma c’è ancora parecchio lavoro da fare». Era stato lui a rivelare una curiosità in modo un po’ ruvido: «Arianna Fontana, chi la conosce? Lei si allena sempre all’estero, ci vediamo solo in gara». Con questi risultati meglio sconosciuti che compagnoni.
La mamma volante ha fatto il bis. Francesca Lollobrigida plana sul secondo oro e si gode il giro d’onore avvolta nella bandiera tricolore dentro la voliera di Rho Fiera impazzita di italianità. Non c’è niente di meglio per scacciare le gastriti dei contestatori, per zittire chi non voleva le Olimpiadi e stoltamente continua a boicottarle con infantilismo criminale. Nel Pattinaggio di velocità siamo meglio degli olandesi, incredibile solo a immaginarlo qualche mese fa. Merito di questa signora di Frascati di 35 anni che nei 5000 metri ha raddoppiato il metallo prezioso dei 3000; velocissima e determinata in una gara mozzafiato, più forte dell’orange Merel Conijn (2ª a un solo decimo) e della norvegese Ragne Wiklund (3ª).
La pronipote della Bersagliera Lollo è di nuovo sul gradino più alto «grazie al pubblico che mi ha spinto», ha migliorato l’argento conquistato a Pechino, questa volta senza il piccolo Tommaso in tribuna. Lo ha salutato via smartphone. Lui, tre anni, è rimasto a casa con papà Matteo, che ha promesso di riportarlo a bordo pista per le prossime sfide iridate, domani i 1500 e dopodomani la Start. Se il livello è questo, all’orizzonte c’è la leggenda. Nella storia Francesca c’è già, ha contribuito con il secondo exploit a eguagliare il primato di Torino che resisteva da 20 anni grazie a Enrico Fabris e ai suoi boys. E allora è bello pensare a quando lei si allenava con il pancione: «Partorivo il venerdì e il lunedì seguente ero già di nuovo in pista».
Determinazione, fatica, programmi studiati al millimetro. E il bonus mamme voluto dal ministro dello Sport, Andrea Abodi; un contributo di 1000 euro al mese per un anno. Perché la maternità è un valore sempre e la parità di genere non è solo una chiacchiera femminista. Così Lollobrigida sprintava sul ghiaccio con Tommaso nella carrozzina a qualche metro, per consentirle di cogliere il primo accenno di pianto. Un esempio per chi ritiene che i figli siano una palla al piede, un accessorio che deprime le carriere.
Se c’era un giorno sbagliato per prendere un bronzo era proprio questo. Ma nessuno può dimenticare il sacrificio e la felicità dei sei azzurri della staffetta mista sullo slittino col turbo. I doppi Voetter-Oberhofer e Rieder-Kainzwaldner, i singoli Dominik Fischnaller e Verena Hofer sono nomi da scandire piano e con ammirazione: sulla storica pista di Cortina riescono nell’impresa di rimanere in scia agli assi tedeschi e austriaci. Dopo gli ori di mercoledì, il bronzo è il punto esclamativo di una specialità che fa sempre la differenza.
Come è destinato a farla, quanto a spettacolo, il torneo di hockey su ghiaccio partito oggi al Forum di Milano con un testa a testa Stati Uniti-Canada destinato a risolversi in finale. Ruggiti e scontri in balaustra, tecnica da supermen e cambi volanti: ci sono i fuoriclasse della NHL a illuminare i Giochi da guerrieri. Oggi l’Italia ha fatto tremare la fortissima Svezia per poi crollare e perdere 5-2. Niente di male, a quei livelli possiamo starci solo per un tempo.
Domani è venerdì, pausa di magro? Non è detto perché nella sprint del Biathlon Tommaso Giacomel ha i numeri per stupire e nel Pattinaggio velocità ormai ci siamo presi l’abitudine al podio. E Davide Ghiotto è lì per questo con i favori del pronostico. Uno spavento nello snowboard: Michela Moioli è caduta in allenamento e ha riportato un trauma facciale. È in dubbio per la gara che comincia stamane ma c’è speranza. Di questi tempi, ragazze azzurre che rinunciano alla lotta non se ne vedono.
Brignone SuperGold. Dal letto di ospedale alla gloria di Cortina

Federica Brignone festeggia dopo la vittoria nel Super G femminile ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
«È già tanto se torno a camminare». E invece decolla dalla pista di Cortina mentre il monte Cristallo osserva. Vola nell’universo parallelo e rarefatto dei fuoriclasse, accarezza l’impresa della vita e alla fine Federica Brignone danza. Danza, bellissima, sul traguardo come non ha mai danzato. Dieci mesi dopo il dramma, tibia e perone tornano di tungsteno, in armonia col resto. E il mondo è ai piedi di questa fenomenale atleta di 35 anni che in un magico mattino abbraccia l’oro più luminoso perché insperato, miracoloso delle Olimpiadi italiane.
L’anatema dei giorni della disperazione si sgretola davanti alla resurrezione sportiva: pettorale numero 6, SuperG perfetto, 1’23’’41 il tempo. Federica osserva il tabellone come a dire alle altre: «Adesso battetelo». Non ci riesce nessuno. Non la ruggente austriaca Cornelia Hutter (3ª), non la dolce francese Romane Miradoli (2ª). Non la wonder woman americana Breezy Johnson e le tostissime tedesche Emma Aicher e Kira Weidle, che cadono. Anche Sofia Goggia salta a metà gara quando è velocissima (7 decimi di vantaggio), con la grinta della tigre; destino amaro per lei ma meraviglioso per l’epica della rivale azzurra di sempre. Allora Brignone si copre il volto con i guanti, non c’è più bisogno di vedere. Ora quel battito bisogna solo sentirlo.
Il resto si coglie dal pubblico sulle Tofane: i boati scandiscono i tempi più alti delle altre. Lei ride e piange, poi torna sulla terra per andare oltre le emozioni. «In partenza ho detto: o la va o la spacca. Non pensavo di poter vincere l’oro. Non me lo sarei aspettata, mai nella vita. Forse ce l’ho fatta oggi perché questo oro non mi mancava. Sapevo di aver fatto il massimo, è stata la mia forza, mi valutavo un’outsider. È incredibile, sento l’adrenalina scorrere nelle vene». È la forza della leggerezza, la socratica serenità di chi non ha mai nulla da dimostrare. Niente sovrastrutture, solo il vento che spazza via la nebbia e il rumore degli sci in derapata sulla neve.
Mentre lo dice, Federica un po’ mente a se stessa. Non c’è niente di casuale in ciò che è accaduto. Domenica aveva partecipato alla discesa libera proprio per testare se stessa, le articolazioni, i legamenti: decimo posto e check up positivo confermato da quel sorriso disarmante, allora inspiegabile, per un piazzamento modesto. Good sensations, la prova generale era riuscita, dopo 315 giorni di calvario la regina sapeva di essere tornata. E allora vale la pena ricordare, ora che tutto è più facile: 3 aprile 2025, Val di Fassa, campionati italiani. Prima manche del gigante, curva verso destra: Brignone infila un braccio nella porta (dinamica simile a quella della caduta di Lindsey Vonn) e si rompe.
La diagnosi è una Caporetto fisica: frattura scomposta pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone della gamba sinistra. Ma non è finita: salta anche il crociato anteriore della stessa gamba. Due interventi chirurgici, una rieducazione tutta da inventare, una carriera spezzata. Lei sembra arrendersi: «Devo pensare alla salute. Vediamo se tornerò a camminare bene, mi sono procurata un danno permanente, non recupererò mai la piena funzionalità del ginocchio». Invece ha scalato la montagna, centimetro dopo centimetro, dolore dopo dolore, fatica dopo fatica, per tornare a vedere il cielo e a toccare l’oro.
È tempo di ricapitolare. Giù dal podio le altre azzurre, quinta Laura Pirovano, settima Elena Curtoni. Sofia Goggia s’è rialzata, pensa al futuro, il bronzo nella libera non le basta. «Sono dispiaciuta. Sapevo che bisognava fare attenzione tra la Grande Curva e lo Scarpadon. Ho sciato fortissimo e non pensavo di essere davanti, ma le gare vanno portate in fondo. Per Federica, con tutto quello che ha passato, non era facile tornare così. Questo SuperG è nelle sue corde, onore e merito a lei». Onesta, misurata, sa che tutti stanno pensando alle loro diatribe passate, a una rivalità spesso sconfinata nella rissa verbale. Un dualismo qualche volta tossico, una competitività che ha comunque contribuito a costruire due carriere eccezionali.
Federica Brignone scruta i volti di parenti e amici. Piangono tutti, anche il fratello Davide, ex sciatore e suo allenatore. Mamma Ninna Quario, fenomenale slalomista della valanga rosa e giornalista, ha la voce che trema: «È fantastica. Credevo che sarebbe tornata ma vincere l’oro in SuperG è incredibile. Grazie a tutti quelli che ci sono stati vicini in questo periodo, spero che oggi siano felici come noi». Poi dipinge una frase da donna di montagna con i valori non negoziabili in tasca. «Come festeggiamo? Come sempre, a dirle brava quando è brava e sbagli quando sbaglia». La famiglia è stata il segreto di una carriera da sogno per la valdostana di La Salle: argento in gigante e bronzo in combinata ai Giochi di Pechino, bronzo in gigante a quelli di PyeongChang. Più due ori e tre argenti mondiali, due Coppe del Mondo, 37 successi. Un monolocale di cimeli.
Quando il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, le stringe la mano, lei vacilla. Non sciogliersi adesso è più difficile che affrontare le Tofane. Ancora Federica, ancora dettagli mentre fuori è il delirio: «Sembra impossibile, con quello che ho passato in questi 10 mesi. Ho camminato dopo tre mesi, ho combattuto ogni mattina per tornare me stessa. Due giorni fa sono andata a Pozza in elicottero, mi sono messa gli scarponi ed era impossibile sciare. Avevo male alla gamba, peggio del solito. Ma bisognava stringere i denti. Dopo l’infortunio il momento più bello è stato quando ho rimesso gli sci da gigante: ho capito che riuscivo a fare le curve e ad appoggiare la gamba».
Ora Federica ha un pensiero anche per la sua splendida famiglia. «Sono orgogliosa di avere un fratello e una famiglia così. Abbiamo fatto qualcosa di speciale. Ripenso a mio fratello da bambini, ci siamo sempre divertiti e continuiamo a farlo. È la cosa più bella». Arrivano i complimenti della Vonn, dall’ospedale: «Grande, che incredibile ritorno». Nessuno osa ricordare alla Brignone risorta che le Olimpiadi continuano. Ci pensa lei. «Arriverò al gigante più leggera, ma non ci ho ancora messo la testa. Spero di riuscire ad appoggiarmi bene alla gamba, ho le mie chance. È la gara di un giorno, tutto può succedere». La regina è già lassù, davanti al cancelletto.
Continua a leggereRiduci
A sorpresa, i dati diffusi martedì da Kering hanno dato una scossa al mercato. Nonostante un calo delle vendite del 10%, il risultato è stato accolto con un balzo del titolo dell’11% a Parigi: un paradosso solo apparente, spiegato dal fatto che gli analisti temevano un tracollo ben peggiore. «Kering ha sorpreso il mercato con risultati migliori delle attese, confermando che il turnaround di Gucci, seppur fragile, sta iniziando a muovere i primi passi», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Il miglioramento nell’area Asia-Pacifico è un segnale incoraggiante dopo dieci trimestri consecutivi di calo. Tuttavia, la redditività di Gucci, oggi al 16%, resta lontana dai fasti del passato. La strategia di Luca de Meo di pulire i bilanci e chiudere decine di boutique è una “cura da cavallo” necessaria, ma la vera sfida per il 2026 sarà trasformare questi segnali di stabilizzazione in crescita reale dei margini».
Se Kering prova a risalire la china, il leader mondiale Lvmh sceglie la via del rigore estremo. Bernard Arnault ha descritto il 2025 come un anno «solido in un contesto turbolento», ma ha già avvertito che il 2026 non sarà una passeggiata. Un elemento tecnico, spesso trascurato, sta infatti pesando enormemente sui profitti: la valuta.
«Il dato più eclatante emerso dai conti di Lvmh riguarda l’impatto dei tassi di cambio», osserva lo strategist di SoldiExpert Scf e co-autore di LetteraSettimanale.it. «Degli 1,8 miliardi di euro di calo dell’utile operativo, ben un miliardo è imputabile alle fluttuazioni valutarie. Senza questo effetto, la discesa sarebbe stata solo del 4%. Questo ci dice che la capacità di gestire il rischio di cambio è oggi determinante quanto il lancio di una nuova collezione».
Il problema strutturale che le Maison devono affrontare è però più profondo di un semplice ciclo economico negativo. Si chiama «luxury fatigue» (stanchezza da lusso), ma nasconde una crisi di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi, i prezzi di molti beni di lusso sono saliti del 40-50%, spesso senza un corrispondente aumento della qualità o dell’esclusività. «Il settore si trova in una trappola autoinflitta: i prezzi eccessivi hanno allontanato la classe media, che costituiva la base delle vendite», continua l’esperto. Oggi i consumatori, specialmente i più giovani della Gen Z, cercano autenticità e valore reale, non più solo un logo che funga da status symbol. Il 2026 sarà l’anno in cui i brand dovranno riconnettersi con i propri codici originali, offrendo qualcosa che giustifichi i listini attuali, altrimenti il divario tra marchi resilienti e marchi in declino continuerà ad ampliarsi».
Continua a leggereRiduci
iStock
Presentato il Disegno di legge sull’illuminazione pubblica intelligente. I dati Assil-Politecnico parlano chiaro: milioni di impianti da aggiornare e risparmi possibili fino all’80%, con benefici su costi, consumi ed emissioni.
Al Senato si è tornato a parlare di luce, ma non solo in senso figurato. Al centro del confronto, questa volta, c’è l’illuminazione pubblica e il suo possibile ruolo nella transizione energetica e digitale del Paese. Nella Sala Caduti di Nassirya si è tenuta la conferenza stampa dedicata allo «smart lighting», promossa dalla senatrice Clotilde Minasi, partendo dai dati di uno studio di Assil, l’associazione dei produttori di illuminazione, realizzato con il Politecnico di Milano.
Il tema è tutt’altro che tecnico per addetti ai lavori. In Italia ci sono circa 10 milioni di punti luce pubblici e, anche se il 65% è già passato al LED, restano ancora circa 3,5 milioni di impianti da aggiornare. Ed è proprio su questo fronte che si gioca una partita importante, sia in termini di risparmio energetico sia di modernizzazione delle città.
In questo contesto si inserisce il Disegno di legge n. 1700, depositato in Senato, che punta a dare un quadro di riferimento per rendere più efficienti l’illuminazione pubblica e quella degli edifici pubblici attraverso sistemi digitalizzati di ultima generazione. L’obiettivo è chiaro: ridurre consumi ed emissioni, ma anche migliorare la gestione degli impianti, la sicurezza e la qualità del servizio.
La proposta guarda a soluzioni basate su Led, sensori di luminosità e piattaforme di gestione da remoto, capaci di integrare funzioni di monitoraggio, automazione e manutenzione predittiva. In pratica, un’illuminazione che non si limita ad accendersi e spegnersi, ma che può essere controllata in modo intelligente e centralizzato, con benefici anche sui costi di gestione per le amministrazioni.
Lo studio di Assil e Politecnico di Milano disegna tre possibili scenari. Il più prudente prevede la semplice sostituzione degli impianti obsoleti con corpi illuminanti a Led. Quello più avanzato, invece, immagina una vera evoluzione tecnologica, con una diffusione capillare di sistemi intelligenti in linea con l’idea di smart city e con gli obiettivi della direttiva europea Epbd.
I numeri danno la misura dell’impatto. Nello scenario base, il risparmio energetico stimato è di 1,7 GWh, pari a circa 11.950 alberi «equivalenti» piantati ogni anno e a una riduzione di 424 tonnellate di CO2. Nello scenario più avanzato si arriverebbe a 2,4 GWh, con l’equivalente di 17.435 alberi e 619 tonnellate di CO2 in meno.
E non si parla solo di lampioni. L’illuminazione pubblica esterna è un esempio di un approccio che potrebbe estendersi anche alla gestione del patrimonio pubblico. Secondo i dati, l’introduzione di sistemi di smart lighting può portare a risparmi energetici fino al 70-80% rispetto agli impianti tradizionali, a seconda dei contesti.
Il disegno di legge viene presentato come a costo zero per le finanze pubbliche e inserito nel percorso di transizione digitale ed ecologica delle infrastrutture urbane. L’idea è costruire una rete nazionale di illuminazione «intelligente», in linea con gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima, che punta a una forte riduzione delle emissioni entro il 2030. Se il testo verrà approvato, entro sei mesi la Conferenza Stato-Regioni dovrà adottare le linee guida nazionali, che saranno poi aggiornate ogni tre anni per restare al passo con l’evoluzione tecnologica e le pratiche europee.
Per il settore, si tratta di un passaggio considerato decisivo. «La presentazione di questo Disegno di Legge rappresenta un punto importante per la diffusione delle tecnologie di illuminazione di qualità», ha detto Carlo Comandini, presidente di Assil, sottolineando come il provvedimento possa trasformare l’illuminazione pubblica da semplice voce di spesa a leva strategica per la transizione digitale ed ecologica del Paese.
Continua a leggereRiduci
Imagoeconomica
È stato confermato che sono in corso le operazioni preliminari per la ripartenza dell’altoforno 2 dopo importanti lavori di ripristino partiti ad agosto e conclusi nei giorni scorsi. L’altoforno 2 dovrebbe riavviarsi intorno al 20 febbraio dopo essere stato fermo due anni e con la sua stabilizzazione, si provvederà a fermare il 4 per lavori di manutenzione che si protrarranno sino a fine aprile. Al termine di questo mese saranno riattivate anche le batterie delle cokerie che intorno al 20 gennaio l’azienda ha bloccato mettendole in preriscaldo, dovendo intervenire sull’impianto di trattamento del gas della cokeria con l’installazione di un nuovo reattore catalitico. In sostanza con le batterie riaccese e due altiforni su tre operativi, da maggio l’azienda raggiungerà una conduzione produttiva migliore. Infine si attende la decisione del Gip di Taranto sulla istanza di dissequestro dell'altoforno 1 presentata dall’azienda. Dall’incidente dello scorso maggio ad Afo1 la Procura non ha ancora assunto una decisione sul dissequestro ma i commissari hanno già acquistato i pezzi necessari per la ripartenza, operazione che potrebbe essere completata in 8-9 mesi (qualche mese in più rispetto al tempo necessario per far ripartire Afo2, danneggiato dalla precedente gestione ArcelorMittal/Morselli).
I commissari straordinari hanno trovato, al loro arrivo, un solo altoforno funzionante e 7 miliardi di danni documentati e periziati, causati dalla precedente gestione.
A partire da febbraio 2024 sono stati destinati oltre 997 milioni alla manutenzione e agli investimenti industriali, a conferma dell’impegno dell’amministrazione straordinaria nel garantire la piena funzionalità degli impianti. Difficile sostenere quindi che non abbia rappresentato una svolta nel corso di questa azienda, fondamentale per l’industria nazionale.
Nel 2025 inoltre il sito industriale ha registrato il più alto numero di ore lavorate negli ultimi anni, sia da parte del personale diretto sia delle imprese terze. Quindi nessuna chiusura imminente, nessuna fine dell’Ilva, come paventato dai sindacati.
Eppure proprio qualche mese fa, a novembre scorso, dopo un vertice a Roma, il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella, dichiarando la rottura delle trattative, affermava che il piano presentato dal governo avrebbe portato alla «chiusura definitiva» di tutti gli stabilimenti entro il marzo successivo, con la cassa integrazione di migliaia di lavoratori. Poi criticava il cosiddetto «piano corto» del governo, sostenendo che fosse «corto» non per la durata temporale ma perché «il tempo che rimane alla chiusura totale è molto breve».
Invece il «piano corto» del governo è servito a consentire le necessarie manutenzioni (investimenti da un miliardo nella manutenzioni) per tornare a produrre acciaio, come era sempre stato chiarito dai commissari.
Palombella poi diceva che senza una seria decarbonizzazione, ovvero il passaggio ai forni elettrici, l’azienda sarebbe destinata a sparire, definendo la situazione una «tragedia industriale e umana».
Non meno fosco lo scenario prospettato dalla Cgil, sia a livello nazionale che territoriale. Per Giovanni D’Arcangelo della Cgil Taranto, il governo Meloni era responsabile di «una lenta agonia».
Il leader della Cgil, Maurizio Landini, ha più volte denunciato la mancanza di una strategia pubblica chiara e il rischio di «spezzatino», ovvero la vendita separata dei siti. In generale la Cgil aveva chiesto la nazionalizzazione, unica formula, diceva per garantire la continuità produttiva e la tutela ambientale.
C’è da aprire il capitolo Flacks: il fondo che sta trattando con le amministrazioni straordinarie di Ilva e di Acciaierie d’Italia l’acquisto dell’intera azienda con tutti i suoi stabilimenti, dopo che l’offerta presentata nelle scorse settimane è stata reputata, sia dai commissari che dai comitati di sorveglianza, la migliore.
Continua a leggereRiduci