- La sinistra, a favore di ogni corteo, attacca quello di Matteo Salvini. Ma neanche il rischio attentati giustifica stop alle manifestazioni.
- Pasquale Trabucco, già ufficiale dei parà e presidente del Comitato 4 novembre: «Ddl impantanato. Capisco Crosetto ma il momento ci deve far riscoprire questa data come quella della vera Unità».
Lo speciale contiene due articoli.
Si discute molto della manifestazione pro Israele convocata per sabato 4 novembre. La Verità ha sempre tenuto una linea precisa, anche all’indomani dell’attacco di Hamas: lasciare la libertà di manifestazione in piazza libera per chiunque, salvo per chi commette reati, scontri con la polizia e altro che possa portare alla dispersione legittima delle persone che vi stanno partecipando. Del resto, questo è il sale di una società che ha posto la libertà di pensiero e di espressione di esso come uno dei diritti centrali della Costituzione, perché la questione non è ciò per cui uno manifesta ma il fatto stesso che manifesti e lo faccia – ovviamente – come abbiamo detto prima, legalmente. A me può far venire anche l’orticaria ciò per cui uno manifesta ma questa orticaria la devo curare con i medicinali non vietando le manifestazioni. È uno dei fondamenti della democrazia la libertà di manifestare le proprie idee, non solo in circoli ristretti ma anche in piazza con organizzazioni che le preparino.
Si discute per la manifestazione di Matteo Salvini pro Israele ma dov’è il problema? Nel fatto che la faccia Salvini? Nel fatto che la faccia la Lega? Capite che è incomprensibile opporsi a una manifestazione di questo tipo? In questo momento, in cui il mondo è zeppo di focolai di guerra e di guerre vere, in tutto il mondo si manifesta a favore di questo o di quello, si vuole scendere in piazza a sostegno di un popolo, di un’etnia, di una cultura, di una storia, ma ci sono sempre dei soggetti per i quali la libertà di manifestazione dell’altro è un po’ meno di quella che ha lui stesso ed è evidentemente questo il caso della manifestazione della Lega. Altro discorso sono le questioni relative alla sicurezza di queste manifestazioni ma, per la verità, è difficile trovare nella storia di questi 25 anni qualche manifestazione di gruppi del centrodestra (esclusa ovviamente l’estrema destra) nella quale si siano consumate scene di violenza, distruzione di vetrine, auto infiammate o cariche della polizia, e se questo è successo non è, come dice qualcuno, che in questo la polizia ha un occhio di riguardo per la destra e un occhio malevolo per la sinistra perché questa, come disse Fantozzi dopo la visione della Corazzata Potëmkin, «è una cagata pazzesca». È solo che il centrodestra ha un modo di manifestare non violento. Per carità, anche il Pd ha un modo di manifestare non violento ma spesso è successo che qualche violento si sia inserito in quelle manifestazioni. È colpa del Pd? No, però registriamo che è successo lì e non da un’altra parte.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha manifestato la volontà di non celebrare le Forze armate in modo diciamo solenne per questioni legate, appunto, alla sicurezza avendo evidentemente pensato che la festa delle Forze armate potesse richiamare l’intenzione di qualche sciagurato, esasperato e, perché no, anche radicalizzato. Capiamo perfettamente le considerazioni dell’onorevole Crosetto, ma ci rendiamo anche conto che questo non può diventare, in questo periodo, un modello da seguire perché di questo passo, allora, dovremmo cancellare anche la Festa della Repubblica del 2 giugno. E sempre di questo passo dovremmo cancellare chissà quante manifestazioni istituzionali, con la presenza di cariche pubbliche, riguardanti le Regioni o lo Stato e, allora, perché no, anche quelle di singoli cittadini o associazioni su vasta scala.
In termini metaforici la guerra non può diventare la causa di una gestione delle manifestazioni pubbliche sulla base del «modello Covid». Perché, se è vero che ci sono i rischi di attentati, come sono già avvenuti in Francia e a Bruxelles, è pur vero, dall’altra parte, che i cittadini italiani vengono da anni difficili in cui è successo di tutto, dalla salute all’economia, dall’energia al caro prezzi, e sono naturalmente stanchi di avere sempre qualche problema più grande di loro davanti a loro stessi. Quindi la strada da seguire non è una strada fatta di regole precise e indiscutibili, ma piuttosto una strada fatta di ponderazione tra due poli che sono da una parte i rischi e dall’altra l’esercizio delle libertà costituzionali. Il Covid non è stato un modello da questo punto di vista. Certamente non può essere un modello per questo periodo che vede il rinascere della questione di Israele a causa di un’associazione terroristica di stampo islamico che non ha alcun diritto di esistere ma che sta facendo dei danni irreparabili.
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