- A Trapani e Catania inchieste per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina Una ventina di persone indagate, fra le quali un prete eritreo: si cercano contatti tra le organizzazioni e gli scafisti. Un’altra è in corso a Ragusa. Sotto osservazione ci sono anche i bilanci: chi sono i donatori? E perché rimangono sempre top secret?
- L’ex magistrato Carlo Nordio: «Se ti metti in mare pronto a raccogliere i migranti, assecondi l’attività dei criminali: si chiama responsabilità oggettiva, anche se non è penale».
- A giugno 2018, una vittoria simbolica del leader leghista, con il natante di Msf che viene indirizzato in Spagna.
Lo speciale contiene tre articoli
Se ne fregano delle indicazioni della Guardia costiera italiana, nelle acque territoriali libiche ingaggiano delle vere e proprie battaglie navali per riuscire a soffiare ai guardacoste di Tripoli il carico di migranti e sono sempre prime quando c’è da avvistare un gommone che, stranamente, sta caricando acqua ed è in fase di inabissamento. Dopo il solito appuntamento al largo delle coste nordafricane, poi, a pieno carico, ignorano altri porti sicuri e puntano dritte verso l’Italia. Le loro rotte non seguono le indicazioni delle autorità e, spesso, sono al di fuori delle leggi nazionali e degli accordi internazionali. E le navi? Ex pescherecci di almeno 40 anni o natanti da diporto adattati alla ricerca e al soccorso in mare. Quando va bene battono la stessa bandiera del Paese che hanno scelto come porto di riferimento, altrimenti scelgono le più classiche bandiere di comodo: la più gettonata è Panama. Sono state beccate a smaltire illegalmente rifiuti o, più di recente, come nel caso della Sea Watch 3, presentavano una serie di non conformità sia legate alla sicurezza della navigazione sia al rispetto delle normative in materia di tutela dell’ambiente marino.
La condotta in mare delle Ong è ormai ben nota. Ed è descritta in più di un fascicolo giudiziario. Ad accertare se nelle ricostruzioni fatte dalla polizia giudiziaria o dalla Guardia costiera ci siano anche reati penali ci stanno provando alcune Procure siciliane, su tutte Trapani e Catania. Qui, dopo lo sbarco della Sea Watch 3, è stato appena aperto un fascicolo contro ignoti per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma procuratori e pubblici ministeri da un paio d’anni sono alle prese con difficili inchieste che hanno già svelato dettagli inquietanti: le Ong sono in contatto con gli scafisti.
Anche a Trapani, ad esempio, si indaga per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Sulla graticola c’è una ventina di persone, in buona parte personale delle associazioni umanitarie. Mentre gli investigatori dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato, e della Squadra mobile di Trapani approfondivano le gesta della nave Iuventa by Jugend Rettet, sono nati gli stralci d’indagine su altre navi umanitarie messe in mare da Medici senza frontiere e Save the children, la Dignity One, la Bourbon Argos e la Vos Prudence. Nell’inchiesta è coinvolto anche il prete eritreo don Mussie Zerai, sotto accusa per aver rilanciato gli sos che arrivavano sul suo cellulare dai migranti che si imbarcavano con il numero di telefono del sacerdote in tasca.
Uno dei momenti clou dell’inchiesta giudiziaria è arrivato e a giorni, in regime di incidente probatorio, verranno esaminati, come disposto dalla Procura, i telefoni cellulari e i computer sequestrati agli operatori delle Ong Jugend Rettet e Save the children.
I pm cercano le prove degli ipotizzati contatti tra operatori delle Ong e trafficanti libici nelle email o nelle chat utilizzate dalla ciurma delle navi. Dalle testimonianze raccolte dagli investigatori era emersa l’esistenza di una chat segreta con la quale gli equipaggi delle Ong finite sotto inchiesta avrebbero mantenuto contatti con gli scafisti libici.
Gli avvocati degli indagati si sono opposti alla richiesta di affidare alla Polizia scientifica la duplicazione dei contenuti delle apparecchiature informatiche sequestrate, sostenendo di non fidarsi perché «la polizia dipende dal Viminale». E lo hanno messo nero su bianco. A bordo della Vos Hestia, poi, gli investigatori ritengono di aver trovato documenti interessanti sulla gestione di alcuni trasbordi di immigrati nel tratto di mare immediatamente vicino alle acque territoriali libiche. Già nel decreto di sequestro della Iuventa erano presenti diversi riferimenti alla Vos Hestia, che era spesso in contatto con la nave di Jugend Rettet per trasbordare gli immigrati che venivano portati sotto bordo della Ong tedesca dai barchini condotti dai trafficanti e scafisti. Un comportamento segnalato all’intelligence italiana da un gruppo di ex appartenenti alla polizia di Stato che si erano imbarcati come dipendenti di una società di sicurezza privata: la Imi security service. Sono finiti a Ragusa, invece, gli atti dell’inchiesta sulla Proactiva Open arms. La Procura, il 15 marzo dello scorso anno, ha emesso un avviso di conclusione delle indagini nei confronti del comandante della nave, Marc Reig Creus, e della capo missione Ana Isabel Montes Mier. I reati ipotizzati: violenza privata (per aver costretto il governo italiano a concedere l’approdo per lo sbarco di migranti che, invece, sarebbero dovuti arrivare a Malta) e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La nave della Ong spagnola era stata sequestrata dalla Procura di Catania che contestava anche il reato di associazione a delinquere, poi ritenuto non provato dal gip che dispose la trasmissione degli atti a Ragusa per competenza territoriale.
L’ultima in ordine di tempo è l’indagine sulla Sea Watch 3. Dal Viminale sottolineano la solita coincidenza dei migranti che prendono il largo solo se ci sono imbarcazioni delle Ong per caso da quelle parti e pronte a intervenire. In qualche caso il soccorso si è trasformato in un pasticcio ed è finita in tragedia. I migranti non vogliono tornare in Libia (anche perché in molti casi hanno già pagato tutta la somma per il viaggio) e aspettano il taxi del mare che li porti in Italia. Ovviamente, per far sì che sia configurabile un soccorso, i gommoni devono affondare. Ed è questa l’ipotesi segnalata dagli analisti dell’intelligence italiana che negli ultimi giorni sta cercando di approfondire la polizia giudiziaria. E c’è chi sottolinea, infatti, che nei video realizzati dagli equipaggi dei taxi del mare i gommoni vengono sempre ripresi mentre stanno affondando. E se questo dettaglio viene contestualizzato diventa particolarmente interessante. La maggior parte dei migranti partiti dalle coste libiche è stata recuperata in mare da imbarcazioni di Ong. E quando questo non è avvenuto, a monte c’era comunque, quasi nel cento per cento dei casi, una loro segnalazione. Gli sos dei migranti, insomma, partono quasi sempre da un Alarm phone di una Ong.
È stato il settimanale Panorama a svelare che solo nei primi quattro mesi del 2017 le Ong sono intervenute ben 14 volte nelle acque contigue, non internazionali, entro le 24 miglia dalla Libia. E la loro rotta di navigazione non era affatto da pattugliatore. Anzi. Le autorità, in un dossierone inviato alla Procura di Catania, non lasciano dubbi: le navi delle Ong sono andate dritte alla meta. A tutto ciò va aggiunto anche che a volte a chiamare i centri di soccorso sono direttamente gli scafisti. Il gioco, insomma, ormai è scoperto. E più soccorsi vengono portati a termine, più cresce il capitolo donazioni. E, così, le Ong diventando in fretta dei colossi. Nel caso di Save the children, che era la più amata e anche la più finanziata dai governi Renzi e Gentiloni, il bilancio è cresciuto sempre grazie alle riuscitissime campagne di comunicazione. Anche per Sea Watch il bilancio è diventato subito milionario. Nel 2017 la Ong tedesca ha incassato 1.608.109 euro e nel 2018 è riucita a fare anche meglio, alzando l’asticella di quasi 200.000 euro. Nelle casse resta molto, perché per Sea Watch 3, per l’aereo Moonbird e per i team che li manovrano, la Ong spende poco più di 1.400.000 euro. Ovviamente i nomi dei donatori sono riservati. Top secret.
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