- Viaggio nella fabbrica (sponsorizzata da Romano Prodi) che dovrebbe costruire supercar. La lettera dell’ad ai dipendenti senza stipendio: non fateci fallire, siamo al verde.
- Uno dei dipendenti dell’azienda fantasma: «I top manager sono scappati quasi subito e noi non prendiamo soldi da maggio. I piani di investimento? Una “supercazzola”».
Lo speciale contiene due articoli.
«Un tocco di classe». Lo slogan è efficace. La foto vintage è una via di mezzo tra il Quarto stato e la celebre immagine dei carpentieri di New York sospesi per aria su una trave. Il capannone delle vecchie Officine meccaniche reggiane è un monumento all’orgoglio operaio. La vecchia fabbrica di treni, proiettili di artiglieria e caccia militari, nel secondo Dopoguerra venne riconvertita. Qui, tra il 1950 e il 1951, i lavoratori, a fronte di 2.100 licenziamenti, hanno dato inizio alla più lunga occupazione mai avvenuta in Italia, conclusa con la liquidazione coatta dell’azienda. L’area, dopo un lungo abbandono, è stata recuperata dal Comune e trasformata in un Tecnopòlo destinato all’innovazione. Ed è qui che, tra pannelli informativi e gigantografie che glorificano le lotte operaie hanno trovato la loro sede gli uffici della Silk-Faw, l’azienda sino-statunitense che a partire dal 2023 dovrebbe produrre ogni anno 100 auto sportive ibride ed elettriche extralusso (prezzo di listino intorno ai 2 milioni l’una). Un progetto di investimento da circa 1 miliardo di euro, fortemente sponsorizzato dall’ex premier Romano Prodi che, a pieno regime, dovrebbe dare lavoro a un migliaio di persone. Per questo la Regione e il Comune inizialmente hanno applaudito il progetto, promettendo 4,5 milioni di finanziamenti e agevolazioni burocratiche. Ma per ora di tutto questo non si è visto nulla. Se non una sessantina di ingegneri spalmati tra le Reggiane e Campovolo (quello famoso per i concerti di Ligabue), a buttare giù modellini e a progettare software. Attività per cui però sembrano essere finiti gli euro. «Siamo bloccati. L’azienda ha 30 milioni di euro di debiti con i fornitori» ha confessato un ingegnere al Resto del Carlino. E così nel tempio dell’orgoglio operaio oggi scaldano le sedie una sessantina di dipendenti che non percepiscono lo stipendio da maggio.
Nel frattempo la Procura di Reggio, in seguito a un esposto del deputato di Fratelli di Italia Gianluca Vinci, ha deciso di aprire un’inchiesta (per ora senza indagati) e ha delegato la Guardia di finanza a effettuare le prime investigazioni. La situazione descritta dalle qualificate maestranze è sconfortante. Si tratta soprattutto di ingegneri meccanici, elettronici e informatici. Ci sono anche esperti di marketing e di economia. Una ventina di dirigenti e circa quaranta impiegati. Alcuni hanno già dato le dimissioni. Diciassette di loro hanno trovato il coraggio di chiedere la messa in mora dell’azienda per i mancati pagamenti degli stipendi. «I problemi con l’invio dei bonifici sono iniziati quasi subito. Ma due settimane di ritardo per una startup potevano essere fisiologiche. A maggio, però, si è passati a un mese. E da giugno non abbiamo più ricevuto nulla», racconta uno dei firmatari. Lo studio legale Miraglia di Modena ha inviato all’azienda una lettera di intimazione per ottenere gli arretrati dei loro assistiti e il bonus 2021. I legali della Gianni & Origoni hanno risposto, per conto della Silk-Faw, di impegnarsi al pagamento delle retribuzioni che rappresentano «un credito privilegiato», mentre per quanto riguarda i premi l’azienda si riservava di verificarne la sussistenza.
Ma a stupire è soprattutto la risposta dell’amministratore delegato Gianni Lamorte all’avvocato Pasqualino Miraglia: «Comprendo benissimo il malessere dei suoi assistiti, tanto è vero che, come le avranno già detto loro, tutti i dirigenti della società hanno rinunciato al pagamento delle loro ultime quattro mensilità a favore di tutti gli impiegati per favorirli e cercare di diminuire tale malessere». L’autodifesa prosegue: «La società è una startup e quindi gli unici finanziamenti provengono da una ricerca fondi sul mercato che ha tempi che in certi casi mal si sposano con dei progetti aziendali ambiziosi come il nostro». L’ad spiega pure che «gli attivi della società non sono abbastanza capienti per coprire debiti prioritari rispetto agli stipendi» e avverte che il ricorso all’autorità giudiziaria per il recupero dei crediti avrà come unica conseguenza «il fallimento della società senza alcun beneficio» per i dipendenti. A questo punto Lamorte, con velato sarcasmo, conclude: «Immagino che certo questo non sia l’obiettivo dei suoi assistiti, ossia di creare un danno non solo a sé stessi, ma anche a tutti i colleghi». In pratica secondo Lamorte la legittima richiesta di vedere saldati tre mesi di retribuzione da parte di 17 impiegati manderebbe all’aria un progetto da 1 miliardo di euro. Sulla cui solidità, di fronte a una simile affermazione, sorge più di un dubbio.
Infine l’ad invita il legale a «non procedere ad alcuna azione […], in quanto sarà cura dell’azienda in via prioritaria saldare quanto dovuto a tutti i dipendenti appena arriveranno i fondi necessari». Il 10 agosto, nella querelle, interviene direttamente il presidente Jonathan Krane con una mail dal tono empatico: «So che la situazione è stata molto difficile e voglio esprimere il mio profondo apprezzamento per il supporto, il duro lavoro e la fiducia di tutti in questo periodo. So quanto deve essere difficile per voi e le vostre famiglie. Grazie mille per aver creduto nel nostro progetto. Non avremmo mai potuto prevedere la situazione attuale, ma stiamo lavorando giorno e notte per fornire una soluzione completa all’azienda nel breve termine. Mentre stiamo parlando con i partner, sono orgoglioso di dire loro che squadra eccezionale e di talento abbiamo messo insieme. Combattiamo ogni giorno per far sì che la nostra azienda abbia successo e so che con il vostro continuo supporto ciò accadrà. Avremo una soluzione a tutti i problemi entro un paio di settimane».
Di giorni ne sono passati quasi venti e, nel frattempo, gli avvocati dell’azienda hanno chiesto ai lavoratori di pazientare almeno sino a metà settembre. Ma a mandare in bestia i dipendenti, molti dei quali di grande esperienza e provenienti da aziende di primissimo piano come McLaren e Ferrari, è stata la lettera sbandierata dai dirigenti come prova dell’avanzamento dei lavori, ovvero la missiva che il rappresentante cinese della società, Chongtian Li, avrebbe inviato ai vertici della Regione Emilia Romagna. Un documento su carta semplice, senza loghi, indirizzi o contatti mail e telefonici. Un foglietto volante che il dirigente cinese avrebbe spedito al governatore Stefano Bonaccini e all’assessore Vincenzo Colla per ribadire il proprio impegno nell’impresa. Con dichiarazioni d’intenti pompose come questa: «Crediamo che questo investimento progetto possa diventare un modello di cooperazione tra la Cina, gli Stati Uniti e l’Italia, e che possa apportare nuovi contributi allo sviluppo economico del mondo». Nel documento si legge anche: «Faw China lavorerà a stretto contatto con Silk, la Regione Emilia Romagna e la città di Reggio Emilia per promuovere lo sviluppo del sito produttivo italiano di auto sportive HongQi e contribuire al rafforzamento del marchio HongQi». Curiosamente Chongtian Li spiega anche che «in qualità di azionista, Faw China adempirà ai suoi impegni per supportare la joint venture affinché operi in conformità con leggi e regolamenti locali». Quasi un’excusatio non petita. L’assessore Colla non ricorda se la lettera sia arrivata sulla sua scrivania: «Verificherò lunedì al mio rientro. Voglio comunque precisare che la Regione non ha mai erogato un euro alla società e non lo farà senza fatti e certezze rispetto ai loro impegni sanciti in un progetto, che, è sempre bene ricordarlo, è stato avviato tra privati internazionali».
Intanto l’azienda ha chiesto ad Invitalia, l’agenzia nazionale per lo sviluppo di impresa, di accedere alle agevolazioni a sostegno di progetti innovativi di grandi dimensioni, come quelli legati alla mobilità elettrica. Un settore su cui sono state stanziate risorse attraverso il Pnrr. Dal Mise ci fanno sapere che l’istanza è stata presentata ed è in fase istruttoria. L’importo richiesto? «In questa fase lo può comunicare solo l’azienda», ribattono dal dicastero di via Veneto. Ma mentre da Silk-Faw bussano a denari, nella zona dove dovrebbe sorgere la fabbrica non si muove nulla, se non i fili d’erba. Ci troviamo in frazione Gavassa, tra i binari dell’alta velocità, la tangenziale e l’autostrada. Nel vicino cantiere Forsu sta crescendo velocemente l’imponente impianto per il biogas autorizzato negli anni scorsi. Nell’area in cui dovrebbe essere prodotto il nuovo bolide sino-statunitense ci sono solo alcune bandiere blu con il nome dell’azienda lungo una stradina di cemento. Un piccolo prefabbricato blu è l’unico manufatto destinato all’uomo presente sui 360.000 metri quadrati di campi per cui non è stato ancora firmato il rogito. Il cartello di cantiere giace obliquo senza essere stato compilato. Una telecamera ci ricorda che «è severamente vietato l’ingresso». Ma dentro non c’è nulla da proteggere salvo qualche tubo di cemento probabilmente destinato a fognature mai iniziate e un blocco rettangolare che dovrebbe essere un pozzetto. Per ora è questo ciò che resta di un sogno chiamato HongQi, in cinese Bandiera rossa. Come quelle impugnate dagli operai delle Reggiane. Oggi più prosaicamente i dipendenti della Silk-Faw sventolano carte bollate.
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