- Droga, prostituzione, furti nelle case, immigrazione clandestina: gli albanesi hanno scalato la criminalità italiana. I segreti? Pochi pentiti, legami con le cosche e prezzi bassi nel narcotraffico.
- «All’alba perderò» selezionato per 25 riconoscimenti. Un clan napoletano finanzia le riprese passando per una ditta di vini.
Lo speciale contiene due articoli.
Il loro codice morale si chiama «Besa» e per boss e gregari vale più di tutte le leggi del loro Paese. Il suo significato è onore e dopo l’affiliazione diventa un contratto da onorare fino alla morte. Ha regole molto simili a quelle delle famiglie di ’ndrangheta. Tant’è che proprio come la criminalità organizzata calabrese produce pochissimi pentiti. E dopo il complicato periodo degli anni Novanta, quando i boss appena sbarcati in Italia erano diventati pappa e ciccia con la Sacra corona unita pugliese e, insieme con questi, erano finiti sotto il fuoco incrociato di migliaia di inchieste antimafia, uscendone molto ridimensionati, ora sono tornati più forti di prima. E la loro ascesa, definita di recente come «inarrestabile» da Vincenzo Musacchio, criminologo, giurista e associato al Rutgers Institute on anti corruption studies di Newark (Usa), sta preoccupando non poco il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo che, un mese fa, è volato a Tirana per stringere le relazioni internazionali sul contrasto alla criminalità organizzata con la Procura speciale albanese.
La mafia albanese ormai si è ripresa gli spazi che era stata costretta a lasciare. Anche grazie ai prezzi concorrenziali che offre nel mercato del narcotraffico. Le cosche di Tirana, spiegano dalla Direzione investigativa antimafia, si sono qualificate «come particolarmente affidabili». E riescono «a movimentare ingenti quantità di cocaina ed eroina attraverso la cooperazione di connazionali presenti in patria, in America e in altri Paesi europei, specie nei Paesi Bassi». I prezzi contenuti della materia prima avrebbero quindi «favorito il consolidamento dei rapporti con le organizzazioni mafiose italiane». Tanto da entrare in stretta confidenza con uno dei broker della ’ndrangheta che aveva scelto come base operativa Trezzano sul Naviglio, in provincia di Milano, e che è risultato legato alla potentissima cosca dei Bellocco di Rosarno (Reggio Calabria).
Ma anche con una delle cosche emergenti della Stidda siciliana gli albanesi non hanno disdegnato relazioni: sempre in Lombardia è saltato fuori l’asse tra quattro grossisti albanesi che importavano cocaina dall’Olanda e un gruppo di acquirenti italiani che controllavano la zona dei cosiddetti «Palazzi» del quartiere Sant’Eusebio di Cinisello Balsamo (Milano). A capo del gruppo italiano c’era il figlio di un ergastolano capo stidda di Mazzarino (Caltanissetta). E a Varese a casa di due narcotrafficanti albanesi gli investigatori hanno sequestrato 100.000 euro provento degli affari. E se prima l’epicentro era la Puglia, dove ancora gli albanesi immettono tonnellate di stupefacenti sul mercato, le ultime inchieste dimostrano le inquietanti ramificazioni in tutto il Paese.
«La mafia albanese ha preso in subappalto in Liguria la gestione del traffico di droga dalla ’ndrangheta», ha svelato il direttore della Dia Maurizio Vallone durante un suo viaggio a Genova. «Genova», ha spiegato l’investigatore, «è un porto che negli ultimi tempi è sotto stretta sorveglianza degli investigatori e lo dimostrano gli ingenti quantitativi di droga sequestrati». In Emilia Romagna, per esempio, soprattutto tra Reggio Emilia e Modena, riuscivano a far arrivare la droga dall’Olanda con centinaia di corrieri che riuscivano a passare i controlli nascondendo abilmente lo stupefacente nelle loro automobili. A Venezia erano riusciti addirittura a gestire in regime di monopolio lo spaccio al dettaglio nel centro storico. Mentre a Verona un autoveicolo abbandonato da tre albanesi durante un controllo teneva nel bagagliaio 138 chili di cocaina. Nonostante il veicolo fosse sotto sequestro, durante le indagini è emerso che uno degli albanesi si era organizzato per tentare di recuperare il carico.
In Molise, dopo un accordo con la mafia foggiana, gli albanesi sono diventati i più influenti. «La mafia garganico-foggiana e le cointeressenze della mafia albanese», spiegano dalla Dia, «si affiancano alle realtà criminali legate a camorra, ’ndrangheta, Cosa nostra e in tal modo il Molise presenterebbe, più di altre regioni, la connotazione di essere il punto d’incontro fra diversi interessi economici appetibili per le consorterie criminali». Di conseguenza, si sono registrati negli ultimi tempi «significative infiltrazioni in tutti i comparti maggiormente esposti al rischio di riciclaggio di denaro di provenienza illecita, quali le attività di rivendita di auto usate, di gestione dei locali notturni e delle sale giochi o quelle connesse con il settore dell’edilizia, l’acquisizione di attività commerciali, la produzione e distribuzione di energia elettrica, gas e acqua, nonché la gestione dei rifiuti e verosimilmente la fiorente green-economy».
Insomma, nel laboratorio molisano, gli albanesi stanno sperimentando la criminalità 2.0. Un upgrade che potrebbe portare presto la mala di Tirana a scalare la vetta del sistema criminale italiano. Partendo da Roma. Dove due settimane fa due bande sono state condannate a complessivi 120 anni di carcere, per aver invaso la capitale spingendosi a stringere una forte alleanza con la banda di Fabrizio Piscitelli, alias Diabolik, il leader degli Irriducibili della Lazio ucciso con un colpo alla nuca durante un agguato al parco degli Acquedotti. «L’uso indiscriminato della violenza è una caratteristica dei sodalizi albanesi», sottolineano dalla Dia, «sia per quel che concerne la composizione di faide interne legate alla gestione del mercato della droga, sia quale mezzo di intimidazione e di assoggettamento».
Ma non sono solo gli stupefacenti il loro core business. L’altro settore che li vede specializzati è quello dei reati predatori. Il fenomeno è caratterizzato dall’operatività di bande criminali che agiscono depredando abitazioni, ville, centri commerciali o assaltando bancomat e uffici postali. E da poco si sono buttati sull’oro nero. La Guardia di finanza di San Donà di Piave (Venezia) ha scoperto una frode che vedeva un albanese particolarmente attivo nel settore del commercio all’ingrosso di prodotti petroliferi. La frode era basata su un meccanismo di evasione dell’Iva e perpetrato attraverso l’emissione di fatture false tra società di comodo e ha fruttato circa 25 milioni di euro. E basta fare una semplice ricerca sul motore di ricerca Google per scoprire quanti arresti ci sono stati nell’ultimo anno in Italia per lo sfruttamento della prostituzione di ragazze importate dall’Albania: soprattutto a Bologna, a Brescia, a Trieste, a Salerno, a Como, a Modena.
«Anche nel settore del favoreggiamento dell’immigrazione clandestina i sodalizi albanesi continuano a indirizzare i loro interessi spesso congiuntamente a soggetti di diverse etnie e attraverso la commissione di reati collegati come lo sfruttamento della prostituzione di donne connazionali e la produzione di documenti falsi realizzati al fine di favorire la permanenza irregolare di cittadini extracomunitari sul territorio nazionale o europeo», denunciano dalla Dia.
E il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri avverte: «Da almeno tre anni dico che in Europa c’è una mafia emergente, quella albanese. L’Albania è un paese corrotto, dove è facile corrompere i funzionari pubblici. Se poi esco dall’Albania e ho già un potere economico riesco a rafforzarmi come mafia internazionale».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >