Fuori Rebibbia, la versione di Valter Lavitola mediata da uno dei suoi difensori, l’avvocato Arturo Cola, figlio di Sergio, che l’ha incontrato ieri per due ore, ha cambiato passo. Tutto ruota attorno alla domanda che accompagna questa storia fin dalla confessione dell’oste del Cefalù: Sigfrido Ranucci aveva capito qualcosa dell’attentato?

Lavitola su questo punto sembra essere stato sempre sibillino. Prima della confessione, emerge dagli atti, ha lasciato intravedere e anche suggerito con tono allarmante. Ora sembra costruire ragionamenti attorno alla consapevolezza dell’amico. E la difesa aggiunge un tassello, ma senza sciogliere l’ambiguità.

Cola Jr. non dice che Ranucci conoscesse il piano. Dice qualcosa di diverso: il 7 settembre «probabilmente Lavitola avvisò il dottor Ranucci dei pericoli che correva in ragione di possibili attentati». E riferisce: «Lavitola ritiene che Ranucci avesse reputato la cosa non importante, l’avesse affrontata con superficialità, non gli avesse dato retta. Quindi proprio per questo forse Ranucci non ha riferito nulla su questo aspetto agli inquirenti».

Il 7 settembre l’incontro tra Lavitola e Ranucci

Le carte, per ora, consentono di arrivare soltanto fino alla porta di casa Ranucci. Il 7 settembre l’incontro c’è. Il giorno precedente Lavitola aveva chiesto all’inchiestista Rai «10-15 minuti» perché sarebbe stato «proprio» dalle sue «parti». Ranucci lo invita a casa, gli manda l’indirizzo e gli spiega come riconoscere la villetta.

Quei «10-15 minuti», però, sono soltanto la durata dell’incontro prospettata da Lavitola. I tabulati raccontano qualcosa in più: il suo cellulare aggancia la cella di via Mincio, indicata dagli investigatori come compatibile con l’abitazione di Ranucci, alle 15.20 e ancora alle 16.20.

Nello stesso arco temporale anche il telefono del conduttore di Report risulta sulla medesima cella. Non significa che i due siano rimasti insieme per un’ora. Significa, però, che la sua presenza nell’area è documentata a un’ora di distanza dal primo aggancio e dunque non può essere compressa automaticamente nei «10-15 minuti».

Quello che manca nella documentazione giudiziaria è ciò che si sono detti. Ed è precisamente in questo spazio che oggi si infila la nuova versione di Lavitola. Tramite Cola Jr. fa sapere che il 7 settembre, «probabilmente», avvisò Ranucci «dei pericoli che correva in ragione di possibili attentati». Formula prudente.

Otto giorni dopo, il 15 settembre, però c’è un punto fermo. Lavitola torna a Torvaianica con Clesio Tavares Gomes. I dati telefonici collocano entrambi nell’area dell’abitazione di Ranucci per circa mezz’ora. È il gip a qualificare quella trasferta come un «sopralluogo». Ed è qui che la nuova versione comincia ad avere bisogno di qualche spiegazione in più.

Il «sopralluogo» e gli otto giorni da spiegare

Se il 7 settembre Lavitola avvertì davvero Ranucci del rischio di possibili attentati, quando maturò la decisione di organizzarne uno? E cosa accade negli otto giorni che separano la visita all’amico dalla trasferta a Torvaianica con Gomes?

Cola Jr., intanto, dopo il colloquio con il suo assistito diventa categorico su un altro punto: «La scelta dell’attentato è solo sua, un’iniziativa solo sua». Gomes, secondo quanto riferito dallo stesso difensore, sarebbe stato coinvolto «in un’azione delittuosa della quale era a conoscenza».

Ranucci, invece, l’amico che Lavitola non voleva mettere nei guai. In un’altra dichiarazione, infatti, dice che il suo assistito è affranto per aver messo in difficoltà due persone alle quali sarebbe legatissimo e, riferendosi a Ranucci, parla di un uomo che per Lavitola sarebbe «come un fratello».

La versione, però, è ancora tortuosa. E, probabilmente, in salita. Perché quando la bomba esplode Ranucci presenta una denuncia e ricostruisce i propri spostamenti. Racconta di essere partito il 14 ottobre per Rocca Massima e di esservi rimasto «fino a ieri», cioè fino al 16.

Ma non segnala agli investigatori che poco più di un mese prima un suo amico gli avrebbe prospettato proprio il rischio di possibili attentati. Non fa il nome di Lavitola. Più tardi, nell’audizione davanti alla Commissione antimafia del 4 novembre, il conduttore di Report ragionerà sulle possibili matrici dell’attentato e sulle inchieste giornalistiche, senza indicare, ancora una volta, Lavitola come l’uomo che lo avrebbe avvertito preventivamente.

Gli avvertimenti dopo la bomba

Ma c’è un’altra sequenza che rende la faccenda più ingarbugliata. Perché dopo l’attentato Lavitola avverte davvero Ranucci. E questa volta non bisogna affidarsi ai ricordi di nessuno: lo fa per iscritto.

Quattro giorni dopo la bomba, il 20 ottobre, gli manda un messaggio che sembra quasi un’implorazione: «Dammi retta, ti scongiuro in nome di Dio». Un minuto dopo suggerisce una pista: «Forse hanno avuto notizie da intelligence straniere per muoversi così a mio modesto avviso».

Poi torna alla carica: «Però ti scongiuro, ti prego, non sottovalutare questa cosa, fai quello che ti ho chiesto, ti prego». Ranucci risponde: «Sì certo». Che cosa gli avesse «chiesto» esattamente non emerge da quel messaggio.

L’ordinanza, però, ricostruisce ciò che accade dopo. E i messaggi diventano «numerosi». Lavitola segnala articoli sulle possibili piste investigative e cerca di convincere Ranucci a ottenere un potenziamento della tutela.

Il 21 novembre la preoccupazione diventa ancora più concreta. L’oste del Cefalù gli inoltra un articolo sulla lettera anonima, sulla camorra e sul traffico d’armi. E vuole parlargli: «Posso chiamarti?». Ranucci sta lavorando: «Sto registrando. Ti chiamo dopo».

Quando il giornalista gli fa sapere di aver dato soltanto un’occhiata al materiale, Lavitola insiste sulla protezione: «Scusami, non voglio essere ossessivo ma ti prego, se non ti danno la seconda macchina, dammi il via libera per fare tutto il casino che mi viene in mente».

Segue, per dare maggiore forza all’avvertimento, l’invio della rassegna stampa del Viminale. Il faccendiere enfatizza così la circostanza: «Hai notato in che posizione è l’articolo?». Il 22 e il 23 novembre ci sono altri messaggi. E Lavitola continua a insistere «in ordine alla necessità di ottenere un potenziamento della scorta».

Poi, il 29 novembre, l’allarme cambia nuovamente intensità. Lavitola sostiene di essersi affidato a programmi specializzati che utilizzano l’intelligenza artificiale. Scrive a Ranucci che avrebbe «un livello di rischio potenziale con gli odiatori che è molto alto» e aggiunge: «Ti assicuro che non sto esagerando, anzi».

Il rischio, sostiene, sarebbe «imprevedibile». Poi una frase ancora più ambigua: «Ti prego, fidati di quello che ti dico, avrei difficoltà a dirti di più e già informarti di questo è potenzialmente un piccolo problema per me».

Meno di un minuto dopo torna in pressing: «Ti scongiuro, muoviti subito. Non sto facendo allarmismi inutili, ti assicuro. Altrimenti riduci al minimo le tue esposizioni fuori da ambienti protetti». Finché non invita Ranucci a parlarne con il caposcorta e conclude: «Mi dispiace dirtelo, ma se non lo fai troverò io la soluzione per farlo».

È una sequenza singolare. Da spiegare.

La difesa: «Non è una ritrattazione»

Probabilmente è anche per questo che Cola Jr. annuncia che il suo assistito renderà dichiarazioni spontanee davanti al Tribunale del Riesame la prossima settimana.

«Sono due i punti» da chiarire, spiega, «il primo è la modalità esecutiva dell’attentato e il secondo è il movente». E precisa: «Quindi non si tratta di ritrattare o di dire cose diverse, si tratta semplicemente di puntualizzare e offrire un’interpretazione autentica di ciò che è già stato riferito».

Le modalità esecutive dell’attentato (intese dall’accusa col metodo mafioso) sono quelle che la difesa sta cercando di attenuare, sostenendo che Lavitola avrebbe commissionato solo una raffica di colpi da sparare contro l’abitazione e non un’esplosione.

Sul movente, poi, dovrà concentrarsi particolarmente. Perché l’esclusione della finalità politica è uno dei punti sui quali il gip ha costruito il rigetto dell’istanza di scarcerazione. Cola Jr. rivendica comunque la bontà della confessione: «Siamo dell’idea che abbia dato un contributo enorme alle indagini». Un contributo che, per ora, soprattutto per il movente, il gip ha ritenuto «incoerente».

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Ne parla lo stesso Lavitola, intercettato mentre riferisce a un commensale i sospetti dei carabinieri: «Per loro la mente dell’attentato sono io ma non da solo: “È uno a fianco a lei”, mi hanno detto». Per il comitato etico Rai, danno reputazionale e ricadute pubblicitarie.