• Fermato a Foggia un ghanese, aveva un permesso per motivi umanitari scaduto da 4 anni, nella sua baracca 10 kg di droga. Si cercano altri sospetti.
  • Braccato dalla polizia, Yusif Salia si è rifugiato in una bidonville di Foggia nella quale gli extracomunitari, per impedire un arresto, avevano mandato in ospedale due agenti.

Lo speciale contiene due articoli.

Il quarto africano con permesso umanitario (scaduto), che secondo la polizia farebbe parte del branco che ha drogato, violentato e ucciso Desirée Mariottini, è stato stanato e ora ha un nome e un volto: Yusif Salia, nato in Ghana 32 anni fa, di professione spacciatore di droga (come i tre extracomunitari, due senegalesi e un nigeriano, fermati prima di lui) era andato a nascondersi nella baraccopoli di Borgo Mezzanone (Foggia) nella speranza di farla franca. È titolare di un permesso di soggiorno rilasciato dalla Questura di Napoli nel 2012 e scaduto due anni dopo. Per quattro anni è riuscito a restare nell’ombra, senza farsi beccare. Poi, il 27 marzo scorso, era stato accompagnato dagli agenti del commissariato di San Lorenzo – lo stesso rione dove è stata violentata e uccisa la ragazzina – all’ufficio immigrazione della Questura di Roma per l’identificazione e invitato, in seguito, a presentarsi a quella di Napoli per regolarizzare la sua posizione. Salia, invece, ha pensato bene di restare a Roma. Fino alla sera in cui – secondo gli investigatori – avrebbe partecipato all’aggressione sessuale finita con Desirée morta. Addirittura, stando a quanto emerge dall’inchiesta, pare sia uno degli organizzatori del gruppo nonché promotore della violenza consumata la notte di venerdì scorso, nel palazzo occupato di via dei Lucani a Roma. Era lì con Mamadou Gara, 27 anni, Brian Minteh, 43 anni (senegalesi) e con Chima Alinno, nigeriano di 46 anni (tutti e quattro irregolari, con precedenti per spaccio e in un caso anche per lesioni. Gara era stato addirittura espulso ma s’era reso irreperibile). La caccia agli stupratori assassini non è ancora finita: la polizia cerca – sempre fra cittadini extracomunitari – altri due potenziali complici della barbarie, già identificati. È questione di ore. Poi il quadro dell’accusa sarà completo e il giallo della morte di Desirée potrà essere risolto. Per tutti i fermati l’accusa ipotizzata è di omicidio volontario, stupro di gruppo oltreché produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti o psicotrope. Configurate anche numerose aggravanti: aver agito con crudeltà, la minore età della vittima oltre al fatto che essa fosse in condizioni di minorità psicofisica al momento dell’aggressione.

Gli investigatori ritengono che dalle piccole ammissioni fatte durante gli interrogatori da Mamadou Gara e Brian Minteh siano emersi ulteriori elementi utili (già confrontati con le dichiarazioni fornite da un’altra decina di testimoni sentiti nei giorni scorsi dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pm Stefano Pizza). Nel frattempo sono in corso esami del Dna sulle tracce biologiche recuperate, sui poveri resti di Desirée, durante l’autopsia eseguita dal medico legale Dino Tancredi, il primo a ipotizzare la violenza sessuale di gruppo. Uno dei senegalesi, durante l’interrogatorio, ha tentato di difendersi sostenendo che la ragazzina fosse consenziente. Peccato che le ferite (documentate dal medico legale) su polsi e braccia della vittima, palesemente procurate in un tentativo di difesa, dimostrino ben altro. Pare che Mamadou Gara abbia tentato di appigliarsi ad alcuni risvolti delle testimonianze offerte da alcuni frequentatori del palazzo occupato (in particolare, due delle ragazze che erano entrate in contatto con Desirée in loco): da qualche settimana la sedicenne andava in via dei Lucani per cercare droga in cambio di sesso. Una versione che non convincere la Procura, specie perché in contrasto con altre testimonianze. Si sta ancora vagliando la possibilità che Desirée sia entrata in quel tugurio solo per recuperare un tablet che le era stato rubato. Attirata in trappola, forse, proprio dai tossici che aveva cominciato a frequentare in quei giorni.

Gli investigatori sanno bene di muoversi in un campo minato: quando i testimoni chiave sono immigrati irregolari e tossicodipendenti, è come stare sulle sabbie mobili. Grazie a molteplici verifiche incrociate, però, tutti i tasselli del puzzle sembrano incasellarsi. Infatti anche al quarto uomo si è arrivati grazie alle mezze ammissioni dei sospettati – che tentavano il classico scaricabarile – attentamente confrontate con le dichiarazioni dei testimoni. Dal Servizio centrale operativo (Sco) della polizia di Stato, le indicazioni sono arrivate subito alla Squadra mobile di Foggia. Gli investigatori ci hanno messo poco ad apprendere che una faccia nuova si era infilata nella baraccopoli di Borgo Mezzanone. E sebbene la descrizione non corrispondesse perfettamente all’identikit diramato dallo Sco – perché il sospettato si era tagliato i capelli per non farsi riconoscere – quando sono arrivati i riscontri dalle celle telefoniche (agganciate dal suo cellulare) è stata ordinata l’irruzione nella bidonville. Ben consapevoli che quel posto è inaccessibile anche alle divise, i poliziotti si sono presentati in forze: un centinaio d’agenti, tra Squadra mobile e anticrimine, hanno cinto d’assedio il campo di abusivi. Le voci però, all’interno di Borgo Mezzanone, corrono in fretta. Salia ha saputo che la polizia era lì proprio per lui. A quel punto si è barricato nell’alloggio in cui era nascosto. Inutilmente. Non sono serviti a nulla neanche i tentativi di fornire false generalità. Il codice univoco di identificazione lo ha inchiodato. È lo strumento usato dalle forze di polizia al momento del fotosegnalamento: agisce sulle caratteristiche biometriche e lo ha smascherato definitivamente. Per la cronaca: nella baracca c’erano anche 10 kg di marijuana, metadone, dell’hashish e una pistola giocattolo.

Mentre Salia trascorrerà il primo giorno in carcere, oggi gli altri tre fermati verranno interrogati dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, che dovrà decidere se convalidare il fermo ed emettere ordinanza di custodia cautelare.

Fabio Amendolara

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