Renzi d’Arabia: il mistero
 del 25 aprile con il regime saudita
  • Il senatore semplice ha fatto perdere le sue tracce nel giorno della Liberazione. Era ospite dei sauditi, che in quei giorni ordinavano 37 esecuzioni. Gli stessi che da premier gli consegnarono una valigia di Rolex.
  • Auto blindate e gorilla al seguito ovunque, garantiti dai Servizi per la sicurezza interna come quando era a Palazzo Chigi.
  • Con la porta chiusa a Washington e un asse forte col Qatar, l’ex Rottamatore cerca nuovi sbocchi. Il ruolo cruciale di Marco Carrai.

Lo speciale contiene tre articoli.

A Firenze lo scorso 25 aprile in molti hanno notato l’assenza di Matteo Renzi per le celebrazioni della festa della Liberazione. L’ex premier si è limitato a un contributo su Facebook: «Oggi è il compleanno della libertà per l’Italia e per gli italiani. Un compleanno di valori che vale per tutti, nessuno escluso. Buon 25 aprile a tutte e a tutti». Bravo, ma da dove ha dato la sua benedizione? Dall’Arabia saudita, dove appena due giorni prima il regime di Salman bin Abdulaziz Al Saud aveva fatto inorridire l’opinione pubblica mondiale con l’annuncio di 37 esecuzioni di presunti terroristi e oppositori del governo. Secondo Amnesty international, nell’elenco dei condannati, che avrebbero confessato sotto tortura, c’erano almeno 11 uomini mandati al patibolo per spionaggio a favore dell’Iran e altri 14 «erano accusati di atti violenti in relazione alla loro partecipazione a manifestazioni contro il governo nel 2011-12». Uno di loro all’epoca dei fatti contestati era minorenne.

Una delle condanne, solitamente eseguite per decapitazione o impiccagione, ha avuto come corollario la crocifissione di una delle vittime, per lanciare un monito ancora più forte ai suoi presunti sodali. Dall’inizio dell’anno, in Arabia Saudita sarebbero state eseguite 104 condanne a morte. Insomma il posto giusto dove festeggiare il giorno della Liberazione. Il 24 aprile Renzi e la sua scorta a spese dei contribuenti sono saliti, a quanto ci ha riferito un testimone, su un volo Firenze-Francoforte-Riad e hanno fatto ritorno a Roma Fiumicino il 26 aprile, quando Renzi è riapparso sui social con un breve attacco al governo, scritto mentre stava per ripartire per l’Italia.

In un articolo del 20 aprile lo avevamo soprannominato Matteo d’Arabia per i suoi numerosi viaggi nel Golfo persico e lui non ci ha voluto smentire. Peccato che l’ex premier, solitamente prodigo di informazioni sui suoi spostamenti, in questi giorni sia stato avaro di informazioni e non abbia pubblicato neanche una foto. Ma che cosa è andato a fare a Riad l’ex segretario Pd?

Prima di salire sul volo di ritorno ha incrociato al gate l’ex presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, che ci ha raccontato: «Gli ho chiesto che cosa avesse fatto in Arabia e mi ha detto che era lì per uno speech». Probabilmente uno di quei discorsi a pagamento che da qualche tempo va declamando in giro per il mondo, dalla Cina a Dubai, dietro lauto compenso. Il suo bel faccione è finito tra le figurine del sito Celebrity speakers, che mette in vendita gli interventi dei personaggi famosi. Un suo discorso costa circa 20.000 euro, più le spese. Certo non si può escludere che nei suoi viaggi Renzi non approfitti dell’occasione per fare il consulente di aziende o governi. Altra ipotesi è che Renzi, in buoni rapporti con il governo del Qatar, a sua volta in rotta con l’Arabia saudita (che ha varato un embargo contro il piccolo emirato) abbia deciso di improvvisarsi negoziatore.

Ma come detto Riad non è il posto ideale per celebrare il 25 aprile. Infatti anche se il regime ha deciso la riapertura dei cinema e le donne da poco hanno conquistato il diritto a guidare l’auto o andare allo stadio, si tratta di riforme insignificanti rispetto alle rigidissime regole dei fondamentalisti wahabiti. Piccole foglie di fico sventolate dall’erede al trono, che è in attesa di succedere al padre Salman, assurto al trono nel 2015 e che si dice molto malato.

Mbs, come è soprannominato il giovane delfino nato nel 1985, ha un ottimo sponsor in Tony Blair, ma è inciampato nell’ottobre scorso nella tragica fine di Jamal Khashoggi, il giornalista arabo scannato nel consolato saudita di Istanbul da uomini dei servizi segreti dell’Arabia. Nell’ottobre del 2018, dopo quell’orribile delitto, l’ex ministro dello Sport, Luca Lotti, già proconsole di Renzi al governo, si sgolò per ottenere l’annullamento della finale di Supercoppa italiana Juventus-Milan in Arabia in segno di sdegno per l’accaduto. Ma la partita si giocò ugualmente.

Nel processo per l’omicidio di Khashoggi (5 udienze da gennaio), considerato farsesco da più parti, è stata chiesta la condanna a morte per cinque presunti killer e alla sbarra, insieme con altri dieci imputati, è finito anche il numero due dei servizi segreti sauditi. Tutti uomini della ristretta cerchia del principe Mohammed bin Salman, che però, nonostante la Cia lo consideri il mandante, è stato escluso da ogni indagine in quanto, secondo la Procura, all’oscuro dell’operazione. Peccato che Khashoggi si fosse distinto per i durissimi articoli contro l’erede al trono e in particolare contro il sanguinoso intervento militare in Yemen voluto da Mbs quando era capo della Difesa e delle politiche verso il Qatar.

Prima della morte di Khashoggi il principe era attivissimo nel propagandare le sue riforme in Occidente e non a caso, secondo i media inglesi, il Tony Blair institute for global change, un’associazione ufficialmente non profit, nel 2018 ha ricevuto 9 milioni di sterline di donazione da un’agenzia di propaganda del governo saudita.

In seguito alla scoperta dei milioni arrivati dall’Arabia, sono stati sollevati quesiti su alcune delle decisioni dell’istituto e dello stesso Blair, anche perché l’ex premier aveva scritto articoli lusinghieri su Salman durante la sua visita nel Regno Unito, elogiandone l’impegno contro il terrorismo islamico («un esempio» per i politici occidentali) e «l’ambizioso piano di rivoluzionare l’Arabia Saudita, economicamente, socialmente e religiosamente».

Da sempre Renzi definisce Blair il suo modello e anche a lui i rapporti con l’Arabia sono costati qualche critica. Con il fu Rottamatore a Palazzo Chigi, nel 2016, le licenze per le esportazioni di materiale bellico in Arabia riguardarono 427 milioni di euro di armi. Con il governo Gentiloni l’importo è sceso a circa 50 milioni.

Il New York Times svelò che le bombe saudite che hanno provocato migliaia di morti in Yemen, portavano lo stesso codice di fabbricazione. Erano state costruite tutte in Sardegna, negli stabilimenti della Rwm Italia.

Il primo viaggio ufficiale di Renzi in Arabia, per la verità, venne caratterizzato da un piccolo incidente, il cosiddetto Rolex gate. Nell’occasione, era il novembre 2015, Riad offrì alla delegazione italiana numerosi regali esclusivi, fra cui sette orologi della casa svizzera (compresi due modelli del valore di oltre 15.000 euro). All’interno della spedizione italiana sarebbe scoppiata una vera e propria rissa per accaparrarsi i regali più preziosi, una bagarre di cui parlarono i giornali. Nel 2019 Matteo è potuto tornare in Arabia alla chetichella, con la speranza di fare i propri affari lontano dai riflettori. Cosa che per lui sarebbe una vera Liberazione.


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