- Tra fondi sociali e altri canali di finanziamento, per il periodo 2014-2020 stanziata una marea di denaro. Ma nemmeno la Corte dei conti Ue sa dire come è stato usato.
- L’esperta: «Le modalità di erogazione di queste somme sono a dir poco ambigue. Bruxelles per di più non tiene traccia dei programmi attuati, organizzati male e quindi destinati a rimanere lettera morta».
Lo speciale contiene due articoli
Un miliardo e mezzo. Tanto spende l’Unione europea per integrare i rom, con risultati peraltro discutibili. Quando si parla di finanziamenti statali, torna sempre alla mente la famosa frase pronunciata nell’ormai lontano 1983 da Margaret Thatcher durante il congresso dei Tories: «Non esiste il denaro pubblico, esiste solo il denaro dei contribuenti». Un principio, quello enunciato dalla «Lady di ferro», che si applica con facilità quando si parla di malfunzionamenti e sprechi nella gestione e nell’erogazione dei fondi legati alla sfera nazionale. Quando si tratta, però, di traslare il ragionamento della Thatcher all’Unione europea, le cose cambiano. Forse anche per ragioni di natura geografica, si tende a percepire l’istituzione continentale più distante di quanto effettivamente non sia. Eppure, il funzionamento dell’Ue si basa su un budget (che per il settennato 2014-2020 vale la bellezza di 1.000 miliardi di euro) foraggiato principalmente dai contributi dei singoli Paesi europei: soldi che provengono anche dalle nostre tasche. Questo è il motivo che ha spinto a più riprese il nostro quotidiano a interrogarsi sulla modalità con le quali vengono spesi i fondi europei. È un diritto di tutti, infatti, capire che fine facciano le somme che, attraverso il bilancio comunitario, l’Italia versa a Bruxelles.
L’Unione europea non si occupa solo di economia, agricoltura e sicurezza. Una parte importante del budget è dedicata alla coesione sociale, alla tutela delle minoranze e alla lotta contro la discriminazione. Tutti temi nobilissimi, per carità, ma come abbiamo rilevato nelle precedenti inchieste sussiste un grave problema di accountability, un termine anglosassone a prima vista ostico che indica, con una parola sola, l’obbligo delle amministrazioni di rendicontare in maniera trasparente la gestione del denaro utilizzato.
Dopo aver messo in luce le criticità nell’assegnazione dei fondi destinati al mondo Lgbt e quelli per le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo (in programma per maggio 2019), l’occhio della Verità si è posato sugli stanziamenti per l’integrazione delle popolazioni rom. Un tema delicato, ma anche un mare magnum nel quale risulta difficile orientarsi, come dimostrano i fatti e i numeri nei quali ci siamo imbattuti durante la nostra inchiesta.
Secondo le informazioni fornite dalla stessa Unione europea, i rom rappresentano la minoranza più numerosa a livello continentale. Le stime parlano di 10-12 milioni di rom in Europa, 6 milioni dei quali vivono in uno dei Paesi membri dell’Ue. Ovviamente si tratta di cifre approssimative, dal momento che si tratta in larga parte di individui nomadi, ma anche perché ogniqualvolta si paventa la possibilità di censirli si levano feroci proteste e accuse di razzismo. Il termine utilizzato nei documenti dell’Unione racchiude diversi gruppi che condividono l’utilizzo della lingua «romanì», tra cui i rom propriamente detti, i Sinti, i Boyash, gli Ashkali e i Manouche. Il Paese che conta il maggior numero di rom è la Romania (1.850.000 circa), seguito da Bulgaria, Ungheria e Spagna (circa 750.000 ciascuna). Considerando la percentuale sulla popolazione totale, risulta prima la Bulgaria (9,9%), e a seguire Slovacchia (9%) e Romania (8,6%). Altro dato interessante: l’85% dei rom si concentra in soli otto Paesi.
«Gran parte dei rom», si legge sul sito della Commissione europea, «risultano vittime di pregiudizi ed esclusione sociale». Per questo motivo, sin dal 2010 Bruxelles ha annunciato un forte impegno affinché il problema dell’integrazione di questo popolo all’interno degli Stati membri fosse affrontato e avviato verso una soluzione. Nel 2011, la Commissione ha lanciato ufficialmente il Quadro europeo per le strategie nazionali di integrazione dei rom fino al 2020, definendo il miglioramento delle loro condizioni un «imperativo economico e sociale per l’intera Unione e tutti i suoi membri». Il Quadro si basa su quattro pilastri: istruzione, occupazione, salute e politiche abitative. «Da soli i fondi europei non risultano sufficienti per risolvere tale problematica», si legge nel documento, «ma la Commissione ricorda che sono stati stanziati 26,5 miliardi di euro per supportare gli sforzi degli Stati membri nel campo dell’inclusione sociale, che comprende l’integrazione dei rom». A partire dal 2012, invece, la Commissione ha emesso delle raccomandazioni specifiche per alcuni Paesi con una maggiore percentuale di rom: Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Romania e Slovacchia.
Nel dicembre del 2013 il Consiglio europeo ha poi emanato una serie di linee guida volte a declinare nel dettaglio le politiche da attuare per ciascuno dei quattro pilastri individuati dal Quadro. L’aspetto più interessante di questa risoluzione riguarda però la parte relativa ai finanziamenti. Secondo le raccomandazioni fornite dal Consiglio, si rende necessario d’ora in avanti «stanziare somme adeguate per l’implementazione e il monitoraggio delle strategie locali e dei piani d’azione derivanti da ogni forma di finanziamento (locale, nazionale e a livello dell’Unione) allo scopo di raggiungere gli obiettivi per l’integrazione dei rom». Lo strumento individuato dalle istituzioni continentali è il Fondo sociale europeo (Fse o Esf), di cui l’Europa si serve per promuovere l’occupazione e l’integrazione sociale. La raccomandazione è quella di destinare all’integrazione delle comunità emarginate, tra le quali ovviamente i rom, almeno il 20% dei fondi per l’inclusione sociale e la lotta alla povertà.
Come si può facilmente intuire, non stiamo parlando di pochi spiccioli. Dei 42,3 miliardi di euro totali per il settennato 2014-2020 stanziati per questa finalità, dodici Paesi (Austria, Belgio, Bulgaria, Slovacchia, Francia, Spagna, Grecia, Ungheria, Italia, Polonia, Romania e Slovacchia) hanno scelto di utilizzare 1,5 miliardi per progetti indirizzati esplicitamente ai rom. Fin qui, tutto sembra in linea con quanto auspicato dalla Commissione e dal Consiglio. Tuttavia, i nodi vengono al pettine quando si tratta di esaminare più da vicino come sono stati spesi questi fondi. La prima pietra su una gestione a dir poco lacunosa viene scagliata nel 2016 la Corte dei conti europea, che in quell’anno stila un dettagliato rapporto sullo stato di avanzamento delle politiche di integrazione. Tra le raccomandazioni inviate alla Commissione, i revisori segnalano la necessità per il futuro di «specificare l’ammontare di fondi necessario per la realizzazione delle misure di inclusione previste dalla strategia». Occorre poi «determinare la percentuale di finanziamenti attinti a livello locale ed europeo», «includere indicatori specifici per ogni target» e «assicurarsi che la società civile venga consultata e coinvolta nel momento in cui le misure a favore dei rom sono pianificate e attuate».
Un passo in avanti lo fa un recentissimo report pubblicato dalla Commissione agli inizi di dicembre, volto proprio a comprendere lo stato di avanzamento delle strategie di integrazione nazionale. Nella sezione relativa al monitoraggio dei fondi, Bruxelles è costretta ad ammettere che «nonostante la consultazione di diverse tipologie di fonti, non è stato possibile identificare in maniera chiara i livelli effettivi di spesa per l’integrazione dei rom», e ciò anche a causa della scarsità di dati messi a disposizione dai singoli Stati. Sembrerà un paradosso, ma nemmeno l’Unione europea è in grado di determinare con esattezza come viene speso il suo stesso denaro!
Oltre ai già menzionati 1,5 miliardi di fondi Esf, il rapporto cita altri canali di finanziamento per l’attuazione delle politiche di integrazione. Prima di tutto i fondi Ipa (Instrument pre-accession assistance), destinati ai Paesi che si candidano a entrare nell’Ue. Nelle due tranche finora erogate (Ipa I 2007-2013 e Ipa 2 2014-2016), i fondi potenzialmente utilizzabili per l’inclusione dei rom arrivano a 234,30 milioni di euro. Si aggiungono alla lista i fondi Eidhr (Strumento europeo per la democrazia e diritti umani), 6,83 milioni dal 2007 al 2016 e quelli legati al programma Diritti, uguaglianza e cittadinanza (circa 13 milioni).
Tutto questo sforzo finanziario avrà pur prodotto qualcosa di tangibile. Se guardiamo la questione dal punto di vista della percezione esterna, le bocce sono rimaste pressoché immobili. Larga parte di coloro che hanno partecipato a una consultazione pubblica lanciata dal dipartimento Giustizia e consumatori nel 2017, ritengono che dal 2011 a questa parte la situazione dei rom sia peggiorata oppure rimasta inalterata nei campi dell’educazione (48%), dell’occupazione (75%), della salute (69%), delle politiche abitative (80%) e della discriminazione (83%).
Nel report pubblicato questo mese, si fa il punto anche sui risultati concreti raggiunti finora. Nessun progresso risulta compiuto nei campi dell’occupazione e delle politiche della casa, che registrano semmai un peggioramento rispetto al 2011. Qualche timido passo in avanti, invece, nel settore dell’educazione, dove nel periodo preso in considerazione la percentuale di bambini che frequentano la scuola dell’obbligo è salita dall’86% al 90%, ma è ancora distante dalla media generale (98%). Più confortanti, invece, i risultati compiuti nel settore della salute, con l’azzeramento del gap della percentuale di cittadini che si autogiudicano in stato di ottima forma. Sempre drammatica la piaga della povertà, con l’80% dei rom a rischio contro il 20% della popolazione generale (lo scarto si è ridotto dal 2011 da 67 a 60 punti percentuali). La maggioranza dei Paesi ha fallito nel raggiungimento degli obiettivi in tutti i campi: istruzione (16 su 28), occupazione (18), salute (20) e politiche abitative (17). A giudicare dai risultati, dunque, il tesoretto messo sul piatto dall’Unione europea non sembra aver dato i frutti sperati.
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