Il sangue di Chiara Poggi era già lì. Prelevato durante l’autopsia, conservato e indicato dal Ris come «campione biologico di confronto». Eppure, nella stessa fase delle indagini, i carabinieri scientifici ricavarono dal cucchiaino trovato sul divano della sala tv un profilo genetico attribuito alla vittima. È una domanda che oggi torna a galla insieme alle carte del 2007: se il campione di Chiara per il confronto esisteva già, perché cercare proprio sul cucchiaino il suo Dna?
La domanda nasce da un documento preciso. È il verbale del 4 settembre 2007 del Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche di Parma, redatto a poche settimane dall’omicidio di via Pascoli. Durante le operazioni tecniche sui reperti, i militari annotano di aver effettuato «un prelievo dal sangue della vittima quale campione biologico di confronto». Non una traccia raccolta nella villetta, dunque, ma materiale prelevato direttamente dal corpo di Chiara e destinato espressamente agli accertamenti genetici.
Ed è proprio quel passaggio a rendere interessante ciò che accade sul reperto 29.
Il cucchiaino e quel «profilo complesso»
Il reperto è un piccolo cucchiaino da caffè di metallo, lungo circa 12 centimetri, con il manico bianco. Viene trovato sul divano della sala tv, con ancora residui di cibo sulla paletta.
Il Ris lo esamina. Prima il tampone sulla paletta, poi il test per l’amilasi, enzima presente nella saliva, che dà esito positivo. Ma trovare materiale compatibile con saliva non significa ancora aver trovato la saliva di Chiara.
Arriva quindi l’analisi genetica. Dal reperto viene estratto il Dna e la concentrazione indicata è di 2,78 nanogrammi per microlitro. Nei dati oggi tornati sotto esame, però, il risultato non viene descritto semplicemente come il «profilo di Chiara»: compare la definizione di «assetto genotipico complesso», con la presenza del profilo della vittima.
Ed è qui che la questione diventa più tecnica, ma anche più importante. Per capire che cosa ci fosse davvero sul cucchiaino non basta leggere la conclusione finale del referto. Bisogna tornare ai dati originari: le elettroforesi, i singoli loci, la quantificazione e l’eventuale presenza di altre componenti genetiche.
Se il campione di confronto c’era, quale confronto fu fatto?
È questo il punto che oggi la documentazione impone di chiarire.
Il 4 settembre il Ris certifica di avere a disposizione un campione biologico prelevato dal sangue della vittima e destinato al confronto. Eppure, sul cucchiaino viene comunque individuata una componente genetica riconducibile a Chiara.
Nel corso delle nuove verifiche sul lavoro del 2007 è emerso inoltre che l’allora capitano Alberto Marino avrebbe riferito di non ricordare il trasferimento di quel campione biologico al laboratorio del Ris. È una circostanza che potrebbe spiegare perché, in quella fase, si sia cercato di ricavare dal reperto 29 il riferimento genetico della vittima.
Ma il documento del 4 settembre racconta una cosa precisa: il campione esisteva.
Per questo la questione ora è ricostruire la sua storia materiale: quando fu trasferito, dove venne conservato, chi ne ebbe la disponibilità e quale campione venne utilizzato nei singoli confronti. Solo così sarà possibile capire perché, accanto al sangue prelevato durante l’autopsia, si rese necessario utilizzare il cucchiaino per arrivare al profilo genetico di Chiara.

Il numero 2,78 e il confronto con i pedali
C’è poi un’altra coincidenza che ha attirato l’attenzione: il valore di 2,78 ng/µl compare anche nella documentazione relativa al campione BU-p, ottenuto da un tampone sui pedali della bicicletta Umberto Dei.
Sul pedale destro erano state individuate due piccole crosticine simil-ematiche, risultate positive al Combur test. Una viene indicata come BU-pl. Dal campione BU-p viene estratto Dna attribuito alla vittima, con una concentrazione indicata anch’essa in 2,78 ng/µl.
Da qui è nata l’ipotesi di un possibile scambio di provette. Ma il numero, da solo, non dimostra uno scambio. I consulenti genetisti della Procura di Pavia hanno successivamente sottolineato che i due campioni non sono geneticamente identici e che la coincidenza della concentrazione non costituisce prova di una sostituzione.
Proprio per questo oggi contano soprattutto i dati grezzi.
La Procura vuole tornare al reperto 29
La Procura di Pavia ha chiesto al Ris di Parma la documentazione relativa alla quantificazione del campione 29 e le corse elettroforetiche collegate, compresa quella che avrebbe prodotto il profilo della vittima.
La domanda, quindi, non è più soltanto che cosa scriveva il referto del 2007. È come si arrivò a quella conclusione.
Quale materiale venne estratto dal cucchiaino? Quale campione fu usato come riferimento? Il risultato era completo o misto? Che cosa indica esattamente la dicitura «compl. + vittima»? E soprattutto: il profilo attribuito a Chiara sul cucchiaino fu confrontato con il sangue prelevato durante l’autopsia oppure con un altro riferimento genetico?
Sono i dati originari che possono rispondere.
«Verranno conservati tutti gli eluati»
E nello stesso verbale del 4 settembre compare un altro passaggio che oggi assume un peso particolare.
Dopo la richiesta dei consulenti della difesa di conservare parte delle tracce per eventuali ulteriori accertamenti, il capitano Alberto Marino dichiara che «comunque verranno conservati tutti gli eluati delle tracce (DNA estratto)» per essere successivamente messi a disposizione dell’autorità giudiziaria.
La frase riguarda anche gli eluati relativi alla traccia 97F, all’impronta 33dattilo e alle unghie di Chiara Poggi.
Nel 2007, dunque, il principio messo nero su bianco è quello della conservazione del Dna estratto.
Quegli eluati restano al Ris e il 20 dicembre 2011 vengono registrati e depositati nel congelatore automatizzato BioBank. Nel gennaio 2012 una direttiva stabilisce che gli estratti di Dna possono essere conservati fino alla conclusione delle indagini, salvo diversa disposizione dell’autorità giudiziaria.
Poi arriva il 2016.
Dalla BioBank ai rifiuti speciali
La relazione di servizio del Ris redatta nel 2025 ricostruisce lo smaltimento degli eluati relativi al caso Poggi nella seconda metà di settembre 2016.
Il 15 settembre viene spento il freezer BioBank. Le fotografie del 20 e del 30 settembre mostrano le provette contenenti gli eluati già inserite nei sacchi destinati ai rifiuti speciali, insieme a materiale relativo ad altri procedimenti.
Non risulta un verbale specifico di distruzione. La spiegazione fornita dal Ris è che gli eluati fossero considerati «intermedi di lavorazione» e non reperti giudiziari.
Sono due vicende diverse e non vanno sovrapposte: non c’è, sulla base degli elementi disponibili, la prova che il materiale genetico del cucchiaino sia tra quello smaltito nella BioBank. Ma il filo documentale è difficile da ignorare.
Nel 2007 il Ris scrive di avere il sangue di Chiara come campione biologico di confronto. Nello stesso periodo, dal cucchiaino della sala tv, emerge un «assetto genotipico complesso» con il profilo della vittima. Anni dopo, la Procura torna a chiedere proprio le analisi originarie del reperto 29.
E allora la domanda resta lì, dentro le carte: se il campione di Chiara era già disponibile per il confronto, perché fu necessario ricavare il suo profilo genetico dal cucchiaino?