ris garlasco
L'ex comandante del Ris di Parma Luciano Garofano (Ansa)

Sembra esserci un buco nero nelle prove scientifiche di Garlasco. E 19 anni dopo la Procura di Pavia ha deciso di entrarci. Perché i laboratori (ma soprattutto gli archivi) del Ris sembrano aver trattenuto più di quanto sia arrivato nelle aule del tribunale.

Un imbuto al contrario: dentro è entrato un patrimonio di dati, fotografie e analisi; dall’altra parte è uscito soltanto ciò che i camici con le stellette, all’epoca, ritennero di far conoscere.

Fotografie non recuperate, dati prodotti dagli strumenti ma non tutti allegati alle relazioni, campioni conservati solo per eventuali futuri controlli e altri distrutti in anticipo, una nota tecnica che arriva a registrare una «possibile commistione» tra campioni.

Garlasco, la Procura indaga sugli archivi del Ris

Questa volta sotto la lente di chi indaga c’è il lavoro del Ris. Un’inchiesta nell’inchiesta. Che parte da un documento del gennaio 2026: una certificazione che gli atti e la documentazione richiesti dalla difesa di Alberto Stasi erano stati depositati dal reparto alla Procura di Pavia il 6 novembre dell’anno precedente.

È da questa montagna di carte (quattro faldoni che raccolgono 359 documenti) che riparte il pm Stefano Civardi. Già i giudici della Corte d’Assise d’Appello erano arrivati a distinguere gli atti del processo dagli «atti o documenti […] interni del Ris».

Negli uffici del reparto, insomma, esisteva un patrimonio documentale che non coincideva integralmente con quello finito nel fascicolo processuale. Ma questa, passata inosservata, è solo la prima traccia. Quando, a processo finito, comincia il gioco dell’oca, sale tutto a galla. La difesa vuole accedere alla documentazione. I giudici autorizzano il rilascio degli atti relativi agli accertamenti.

Il Ris non consegna i dati

Ma il Ris sottopone il problema dei propri documenti interni rispondendo, in sostanza, che non può governare ciò che non si trova nel fascicolo. E ritiene di non poter trattare quei dati diversamente dalla loro «mera custodia» senza una disposizione di legge o un’autorizzazione dell’autorità giudiziaria.

Quindi non li consegna. La difesa torna alla carica. Il Ris chiede ancora indicazioni. Il problema sale di grado fino all’Ufficio legislativo dell’Arma. E lì il cane finisce per mordersi la coda. Perché il parere spiega che, una volta concluso il procedimento e in assenza di un’autorità giudiziaria formalmente investita della questione, è proprio il reparto che detiene gli atti a dover valutare se esistano le condizioni per soddisfare la richiesta.

Viene suggerito di consultare il magistrato originariamente titolare dell’indagine e viene persino indicata alla difesa la strada del giudice amministrativo in caso di mancata decisione.

Fra i documenti allegati compare una circolare del Comando generale che avverte proprio della necessità di evitare che la polizia giudiziaria finisca nella condizione di rifiutare gli atti alla difesa, provocando l’intervento di un giudice.

Più o meno il labirinto nel quale il caso Garlasco era appena riuscito a infilarsi. Eppure, a scorrere all’indietro le carte, si scopre che il problema non nasce con le richieste di accesso presentate anni dopo. Una spia si era accesa quando gli accertamenti scientifici erano ancora in corso.

Impronte e Dna, la difesa denunciava le lacune già nel 2007

Il 25 settembre 2007 gli avvocati Angelo Giarda e Giuseppe Colli mettono per iscritto che il loro consulente, Matteo Fabbri, aveva ricevuto dai Ctu del pubblico ministero (ovvero due militari del Ris) «soltanto copia del dvd», alcuni verbali e «copia dei profili del Dna che sono stati acquisiti».

I difensori arrivano a una conclusione ancora più esplicita: Stasi «non ha potuto conoscere tutti i risultati». Emerge già allora una differenza fra quello che il laboratorio produce e quello che la difesa riesce a ottenere. Il meccanismo affiora anche da un altro documento.

Quattro giorni prima, il 21 settembre, il Ris aveva trasmesso alla Procura le copie di due hard disk sequestrati a Stasi. Ma la comunicazione si chiudeva con una formula tutt’altro che definitiva: «Si fa riserva di trasmettere le restanti copie, così come richiesto dalla delega emessa».

In quel momento, quindi, il materiale richiesto era più ampio di quello effettivamente trasmesso. E se per anni si è discusso soprattutto dei risultati delle analisi, le carte acquisite ora obbligano, invece, a occuparsi anche del loro retrobottega: ciò che veniva prodotto durante le lavorazioni, ciò che restava nei laboratori, ciò che veniva consegnato e ciò che invece era finito negli archivi del reparto.

La Squadra Garofano e le impronte di confronto

C’è poi il capitolo delle «impronte di confronto», quelle utilizzate dalla Squadra Garofano per stabilire se i segni papillari repertati potessero appartenere alle persone che avevano avuto accesso alla villetta. Ovvero le impronte per controllare le impronte. Anche qui il risultato finisce negli atti, ma non necessariamente tutto ciò che aveva consentito di ottenerlo.

Nel dicembre 2017 la difesa di Stasi se ne lamenta: «Le impronte di confronto non risultano allegate ad alcun atto del Ris». E aggiunge tra parentesi: «Come prassi». Insomma, i confronti erano stati effettuati, ma le impronte utilizzate per effettuarli non risultavano allegate.

Non è un dettaglio da poco, tanto che gli avvocati Giarda e Giada Bocellari chiedono espressamente di ottenere «tutte le impronte digitali utilizzate per i confronti», inserendole nell’elenco della documentazione di cui chiedono copia. E spiegano anche il problema più generale: «Parte del materiale, pur tenuto a disposizione delle parti, non è stato trasmesso alla Procura della Repubblica di Vigevano».

Hard disk e file di log: il Ris dovette correggere le relazioni

Quando la richiesta arriva al Ris, però, le carte non partono. Il 13 novembre 2017 il reparto comunica che «rimane in attesa di eventuali determinazioni da parte dell’autorità giudiziaria competente».

Un muro di gomma. Contro il quale deve essersi scontrato qualche volta anche l’ufficio inquirente. Il 7 gennaio 2008 il pm Rosa Muscio ordina al reparto di trasmettere «per intero il contenuto del file (status-file.txt)» e di un secondo file relativo al registro utente di Windows del computer portatile di Stasi, chiedendo che vengano forniti «eventualmente anche su supporto informatico».

Materiale che viene allegato dal Ris con una relazione integrativa del 13 febbraio 2008. E qui si scopre anche cosa conteneva almeno uno dei documenti richiesti: «Status-file.txt» era «un resoconto parziale dei download in corso al momento della chiusura di “Morpheus”».

Ma l’integrazione serve anche a correggere ciò che era già finito sulla carta. Il Ris avverte infatti che nella precedente relazione era stata riportata «erroneamente» la dicitura relativa ai file di log di alcuni hard disk duplicati e sostituisce quel passaggio con quello corretto: «HE4.LOG: recuperati quattro settori danneggiati e due settori non recuperati, HE5.LOG recuperati tutti e sei i settori danneggiati».

Prima arriva la relazione, poi è la Procura a chiedere che due file vengano trasmessi «per intero», infine il Ris deposita un’integrazione che porta con sé anche una rettifica di quanto scritto in precedenza. Un altro tassello che per entrare nel fascicolo ha avuto bisogno di una seconda chiamata.

Quegli scatti spariti o «sovrascritti»

di Eleonora Paone

Quarantuno fotografie sequestrate, date per scomparse per anni e poi ritrovate nel posto più improbabile: incastrate «tra un monitor di un pc vetusto e un faldone». L’album che sembrava perduto ricompare nel 2021 alla Compagnia carabinieri di Vigevano, 14 anni dopo essere stato sequestrato nell’abitazione di Alberto Stasi.

Ma quello delle 41 foto non è l’unico buco nella documentazione fotografica del caso Garlasco. Perché negli anni, tra file mai trasmessi, memory card riutilizzate e immagini consegnate soltanto in parte, la fotografia diventa una prova nella prova.

Memory card riutilizzate e file persi: la battaglia della difesa

Torniamo al 20 agosto 2007. Durante una perquisizione a casa di Stasi, i carabinieri sequestrano un raccoglitore con 41 fotografie e relativi negativi che ritraggono Alberto, Chiara Poggi e alcune amiche. Per anni, però, di quell’album non si trova più traccia.

Nel 2014, durante il processo d’Appello-bis, la poliziotta giudiziaria Laura Barbaini segnala in aula che le fotografie non sono negli archivi della caserma di Vigevano né nella cancelleria della Procura soppressa. Non risultano trasmesse al pm Rosa Muscio, restituite o duplicate.

Il problema era emerso già il 17 marzo 2009, nell’aula blindata del processo di primo grado. Gli avvocati di Stasi chiedono di visionare l’intero materiale fotografico dei primi sopralluoghi nella villetta di via Pascoli, ma nei file depositati ci sono salti nella numerazione progressiva.

Il pm Muscio ammette che nel fascicolo c’è soltanto ciò che era già stato fornito alla difesa: altre fotografie scattate sulla scena risultano perse, perché le memory card sono state riutilizzate per altri casi e i file sovrascritti.

Da qui parte una battaglia destinata a durare anni per ottenere la copia forense integrale delle schede di memoria. Il 13 agosto 2007 il vicebrigadiere Francesco Cavalli dei carabinieri di Vigevano realizza 87 scatti: 12 esterni e 75 interni.

Ma la difesa contesta gli orari riportati in alcune foto usate nella perizia medico-legale: le immagini 12, 14 e 15 della perizia effettuata da Lorenzo Varetto risultano avanti di esattamente un’ora perché la macchina era impostata sull’ora solare invece che sull’ora legale.

Contestata anche la qualità delle immagini della scala usate per mappare le tracce di sangue sui gradini della cantina, sfocate, poco luminose e a bassa risoluzione per i consulenti della difesa.

Dispenser e reperti, le foto originali arrivano soltanto nel 2017

Il vero buco emerge negli anni successivi. Solo il 25 luglio 2017, dopo un’ordinanza della Corte d’assise d’appello, vengono rilasciati i file originali a colori e ad alta risoluzione dei reperti trattati con reagenti chimici; prima la difesa aveva ricevuto documentazione parziale.

Mancavano, tra le altre, le foto del dispenser del sapone liquido, dei cartoni della pizza, della busta anonima e della porta a soffietto che conduce alle scale.

Sul dispenser, dalle fotografie del 2017, un consulente della difesa individua almeno nove contatti papillari non attribuiti a Stasi, oltre alle due impronte già note, e colature di sapone e «crosticine»: elementi usati per contestare la ricostruzione secondo cui l’aggressore avrebbe ripulito accuratamente lavabo e dispenser.

Il Ris motiva la mancata trasmissione richiamando le «prassi d’ufficio dell’epoca»: venivano trasmesse le immagini ritenute giuridicamente utili, non necessariamente l’intero set grezzo.

Dal Ris di Parma la difesa chiede ancora tutti i rilievi fotografici

Dal 2017 al 2026 la difesa torna a chiedere al Ris di Parma tutta la documentazione fotografica non trasmessa al pm: lampada di Wood, luminol, Crimescope, rilievi dattiloscopici.

Il paradosso è tutto qui: mentre la tecnologia permette ricostruzioni tridimensionali sempre più precise, una parte della storia delle fotografie resta legata a supporti riutilizzati, file sovrascritti e perfino a un album dimenticato tra un vecchio computer e un faldone.

Quarantuno fotografie sono ricomparse. Altre sono state sovrascritte. E per ricostruire ciò che è accaduto a Garlasco resta una domanda: quante fotografie erano state scattate e quante sono arrivate davvero fino agli atti?

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