Andrea Sempio, indagato per l’omicidio di Chiara Poggi
Andrea Sempio (Ansa)

Le intercettazioni mostrano che Sempio conosceva le criticità degli accertamenti scientifici e il ruolo del suo consulente, ex comandante del Ris. Intanto spuntano le mail del generale alla squadra: «Spingiamo un po’ sull’unicità» dell’impronta.

C’è un dettaglio nelle più recenti conversazioni di Andrea Sempio che, riletto alla luce delle scoperte sulle attività dei carabinieri del Ris a Garlasco, rischia di diventare parecchio scomodo. È il 21 ottobre 2025. Sempio è nella sua Fiat Panda e ragiona sugli accertamenti scientifici del caso. Parla di Dna, di metodi statistici, cita alcuni dei tecnici che negli anni si sono occupati del caso. Poi arriva a Luciano Garofano, l’ex comandante del Ris di Parma diventato suo consulente nella precedente inchiesta, quella archiviata nel 2017: «Garofano tolto che doveva difendere il Ris, e va bene…».

Una frase breve. Ma pronunciata da chi sembra avere ben presente il doppio ruolo del generale: consulente della sua difesa e, molti anni prima, comandante del reparto che aveva lavorato sulla scena del crimine. Il resto della conversazione è ancora più interessante. Sempio non si limita a fare nomi. Discute proprio dei metodi utilizzati nelle analisi e delle differenti letture dei risultati: «Che ha una lettura diversa a seconda del risultato, va bene…». In un passaggio precedente, parzialmente disturbato, ragiona su un’identità genetica, sull’applicazione di «un metodo statistico» e osserva che in un’altra verifica scientifica «non viene fuori il mio (Dna, ndr)».

Parlando con sua cugina, poi, mostra di conoscere le criticità dei vecchi accertamenti: «Hanno trovato dei campioni mai analizzati prima e dei campioni che negli anni hanno dato risultati dubbi o incerti». E si chiede: «Allora che cazzo li analizzano a fare?». Poi mette in fila i tecnici: Emiliano Giardina, Andrea Spitaleri, Giorgio Portera, oltre allo stesso Garofano e a Francesco De Stefano. «Cioè tutti… tutti capaci… tutti lavorano così», afferma.

Il senso della conversazione non consente di attribuirgli conoscenze specifiche che non esplicita. Ma permette di dedurre un elemento: Sempio era consapevole che sui metodi e sui risultati delle analisi scientifiche Garofano, per il suo passato, si trovava nella posizione di dover «difendere il Ris». E non è l’unica intercettazione che illumina quel rapporto.

Mesi prima Sempio, che ieri a Porta a Porta ha definito la condanna di Alberto Stasi «giusta», aveva discusso con il padre Giuseppe proprio dei contrasti con il generale. Andrea riassume così la posizione del consulente: «Lui dice che “o fate quello che dico io, o non va bene”». Giuseppe, pur continuando a difendere la professionalità del generale, osserva che non si può accettare «un ordine» che «non fa neanche parte del suo lavoro» e conclude: «A questo punto si spacca tutto, fine».

La rottura con il consulente torna nelle conversazioni della madre di Sempio, Daniela Ferrari. Il 16 novembre 2025, parlando con un’amica, la donna affronta il tema dell’impronta 33 e del Dna. Nel brogliaccio il passaggio è riassunto così: Garofano e Andrea si sarebbero separati perché il generale voleva «far mettere l’impronta 33 insieme al Dna», mentre Sempio non voleva. Il 21 maggio è ancora una volta Daniela, parlando con una vicina delle spese sostenute per avvocati e consulenti, a ricordare che il generale era stato «il capo dei Ris» e a riferire la sua posizione secondo cui, all’epoca, «il Dna non era confrontabile». È dunque in questo perimetro che va letta quella frase di Sempio: «Doveva difendere il Ris».

Le mail di Garofano: «Spingersi un po’ sull’unicità»

Perché le carte acquisite dalla Procura di Pavia mostrano che Garofano non era stato soltanto il comandante che sovrintendeva da lontano il reparto. Interveniva direttamente anche quando bisognava rispondere alle contestazioni mosse agli accertamenti scientifici. Lo dimostra uno scambio di mail dell’agosto 2008, recuperate, come ha spiegato Salvo Sottile ieri a Ore 14 (che ha mostrato i documenti), «dai carabinieri di via Moscova nella sede del Ris e che hanno forse aperto un vaso di Pandora».

La Procura di Vigevano aveva trasmesso agli uomini del Ris la memoria della difesa di Stasi chiedendo osservazioni sui rilievi dei consulenti sulle calzature dell’indagato. Il capitano Aldo Mattei preparò una bozza e la sottopose al comandante. La risposta del generale è questa: il lavoro, scrive, «in linea di massima va bene», ma deve essere «“addolcita” in alcuni tratti troppo spigolosi e resa ancora più semplice (discorsiva) e diretta in altri».

L’obiettivo indicato nella mail era renderla più comprensibile per l’autorità giudiziaria. Fin qui potrebbe sembrare una normale revisione di un documento destinato a finire davanti ai giudici. Subito dopo, però, il ragionamento di Garofano sembra andare nella direzione di rafforzare gli elementi compatibili con Stasi. Tanto che, su un punto neppure sollevato dal consulente della difesa, suggeriva a Mattei di «spingersi un po’ sull’unicità del disegno» dell’impronta di scarpa e di «adombrare una misura» con «tutte le cautele del caso». Mattei, però, da una parte sembra frenare: quelle tracce erano incomplete e forzarne l’attribuzione a una taglia 42-43 sarebbe stato «assolutamente controproducente per il dibattimento».

Ma dall’altra sembra accogliere il pensiero del generale: «A detta misura corrisponde una taglia un poco inferiore rispetto alla 42-43 ma, comunque, le tracce sono compatibili con la taglia di Stasi, proprio in ragione della loro incompletezza. Infatti, se detta traccia fosse considerata completa, dall’analisi della suola esterna potrebbe ricavarsi una taglia tra la 39 e la 40, variabile a seconda del modello, ma comunque sempre inferiore alla 41».

La relazione finale mantenne comunque una formulazione più prudente: non era possibile fornire «un’indicazione univoca» sulla taglia e non si poteva escludere che alcune tracce fossero state prodotte da calzature «compatibili» con quelle indossate da Stasi.

Compatibilità, dunque. Non attribuzione. Ma quello «spingersi un po’» resta.

Dal sangue agli ordini: quanti pasticci

Le operazioni della Scientifica contraddistinte fin da subito da problemi e cortocircuiti. Appena arrivati nella villa del delitto, non erano attrezzati a raccogliere tracce ematiche.

A rileggere i verbali raccolti dalla Procura di Pavia, il primo ingresso del Ris a villa Poggi assomiglia più a una corsa a ostacoli che a un sopralluogo scientifico. Per due ore Marco Pizzamiglio e Aldo Mattei liberano il campo dalla stampa; poi il comandante di Compagnia ha dimenticato le chiavi del vialetto. Dentro, la sorpresa: dal comando provinciale avevano assicurato che non c’era sangue, invece c’è «un mare di sangue», e la squadra non è attrezzata per i rilievi biologici. Lo racconta Pizzamiglio, allora comandante interinale del Ris di Parma.

Sul piano formale il quadro non è più lineare. La Procura rifiuta di dare al Ris una delega generica e nomina direttamente Alberto Marino e Mattei consulenti tecnici del pm. Al rientro dal Brasile, Garofano intende revocare le consulenze per trasformarle in un’indagine tecnica d’ufficio a sua firma. Anche in laboratorio le procedure appaiono poco rigide. Marino spiega che il caricamento al sequenziatore veniva spesso delegato al collega disponibile: «Io carico per te, tu carichi per me». Nel tracciato del 19 settembre 2007 relativo al BU_P compare «port», la sigla dell’allora sottotenente Giorgio Portera: Marino ritiene di aver curato l’amplificazione, il caricamento sarebbe stato di Portera.

Quel risultato sul pedale diventa la «svolta» delle indagini. Mattei, ricorda Marino, disse: «Mi è venuta la febbre, perché mi son rilassato». Alessandro Coli e Portera riferiscono dubbi nei corridoi del Ris: appare strano che un primo tampone su una superficie non assorbente restituisca molto Dna e i successivi, sullo stesso punto, zero. Poi i raw data emersi nel 2025. Il 20 settembre, il giorno dopo la «svolta», Marino fa correre altre due volte il BU_P: tracciati piatti e negativi, mai comunicati. Sul buco fino al 24 settembre non ricorda, «presume» di averne riferito a Garofano. Il generale, sentito il 25 settembre 2026, smentisce: mai visti tracciati successivi al 19.

I dati tornano dieci anni dopo. Nel dicembre 2017 la difesa di Stasi chiede al Ris nuovi atti, compresi i dati grezzi sui pedali. Nel gennaio 2018 il comandante Giampietro Lago, orientato al diniego, chiede un parere all’Ufficio legislazione dell’Arma, che raccomanda di motivare il rifiuto. Sentita l’autorità giudiziaria, contraria, Lago conferma il no, come sulla seconda istanza, «copiosa» e basata su una presunta disponibilità al rilascio poi smentita.

Movimentata anche la perquisizione dell’auto di Stasi, il 13 agosto 2007, secondo l’ex assessore Collivignarelli, intervistato a Verità nascoste: alcuni carabinieri hanno i calzari ma non i guanti, altri il contrario. Poi uno dice: «Qui non c’è niente». L’auto sarà sequestrata una settimana dopo, sotto la pioggia.

Resta poi una traccia mai repertata: dei capelli scuri sul lavandino del bagno. Marino ammette: «Non sono stati repertati». Spiega di averli giudicati incerti e poco informativo l’esame genetico su capelli privi di bulbo.

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